Lievito madre

PRIMA PARTE
A volte mi accusate di essere un disfattista, poco propositivo, contro a prescindere.
Avete ragione, ma c’è un motivo.
Sono così perché in quello che vedo non c’è niente di buono, nessuno che raccoglierebbe le mie proposte, e perché contro è la parte giusta dove stare.
E qualcuno mi chiede perfino di scendere in campo.
Chi perché ha fiducia in me (grazie) e chi provocatoriamente, per sfidarmi, tipo “dai, fenomeno, facci vedere cosa sai fare”.
Premesso che sono vecchio e che il campo dove scenderò a breve è quello santo, fare politica in questo paese non è facile.
Non per me almeno.
E non per via dell’età, non lo era nemmeno quando ero un giovine e baldanzoso virgulto pieno di fuoco e passione convinto che il mondo si potesse cambiare.
Non è facile perché nei partiti ci sono tutta una serie di strettoie dove passare e dalle quali esci come depurato dalle tue idee e uniformato a quelle imposte da una struttura superiore alla quale ti devi adattare. Mi è bastata una breve, ma intensa, esperienza sindacale per capirlo. Alla fine, o fai come vogliono i tuoi vertici o sei fuori.
Capisco che questo possa avere la sua logica, altrimenti sarebbe il caos, ma quando le tue idee divergono e non sono in linea, capisci che non c’è alcuna possibilità di affermarle.
E le mie idee divergevano, e divergono, troppo spesso.
La mia linea può flettersi, ma poi fa solo curve morbide, appena accennate, e il punto di arrivo resta sempre quello, a fuoco, ben definito.
Ci sarebbero i movimenti. Sulle sardine c’è poco da dire: tanto fumo e niente arrosto. Tutti carini, giovani, bella presenza glamour, le passatine trendy, ma dai contenuti eterei, sottili, inconsistenti.
Anche no, proprio no.
E ci sarebbe il M5S.
Mi piaceva la passione che vedevo, quella rabbia finalmente canalizzata verso un obiettivo comune. Confesso che per un attimo l’ho avuta la voglia di provarci, ma ero vecchio già allora ed è un passo che non ho fatto. Se però devo essere del tutto sincero, di quella (non) scelta, mi sono un po’ pentito.
Ma quando, in un gioco ipotetico di sliding doors, mi chiedo da quale parte starei oggi, se non avessi preso un altro treno, non ho mai il minimo dubbio: starei con Di Battista.
Con Ale, perché sicuramente lo chiamerei così.
SECONDA PARTE
Io con Alessandro Di Battista mi sono pure “scontrato”, nel senso che ho criticato anche duramente alcune sue scelte. Non le ho capite e gliel’ho scritto su queste pagine, ma era per le speranze che riponevo nel Movimento, e perché lui era quello più vicino ai miei modi e alle idee che avevo per poterle concretizzare, e allora gli proiettavo addosso quello che avrei voluto fare io.
Pretendevo troppo, molte cose non le ho capite, e forse qualcuna non l’ha capita lui.
Ma alla fine il tempo sistema le cose, e oggi lui è ancora quello con cui starei.
E’ il solo, nel Movimento, che ha mantenuto coerenza e lealtà a quelle idee e a quei valori, ha coraggio e non gli importa di vincere per forza.
Io credo che lui sia un po’ il lievito madre dello spirito che diede vita al Movimento, e credo ancora convintamente che di quel cambiamento auspicato all’inizio ci sia bisogno più che mai, perché i motivi di allora sono gli stessi di oggi, e le cose vanno nello stesso modo di prima.
Perfino peggio, perché l’avversario ha avuto paura, ha sanguinato, traballato sulle ginocchia, ma poi non c’è stato il colpo che avrebbe chiuso l’incontro e adesso, ancora in piedi, è più feroce che mai.
E infatti ora che è riapparso sulla scena c’è già la corsa a disinnescarlo, come successo per il resto dei 5S.
E’ come se il livore nei confronti di questi ragazzi covasse ancora sotto la cenere, e avesse ancora un obiettivo da abbattere per finire il lavoro.
Ma se per gli altri ha funzionato, visto che è bastato ammetterli nello splendore del partito unico imposto dalla provvidenza per renderli innocui e mansueti, con lui sarà più difficile.
Quello che molti chiamano utopia, per pavidità e miseria d’animo, per lui è possibile.
E lo è anche per me, perché alla fine sono solo gli uomini e le loro azioni che contano.