Lo scopone scientifico

Io sono un buon giocatore di carte. Dovrei dire ottimo, ne avrei i titoli, ma difetto di autostima.
Parlo di briscola, tressette e scopone, i giochi che compongono il girone classico a coppie che si gioca nei centri anziani e nei bar di provincia, in mezzo a una torma di rompicoglioni che ti alitano sul collo e sanno sempre quale carta avresti dovuto giocare. Dopo.
La briscola è un po’ il gioco della caciara, del cazzeggio. Sono ammessi tutta una serie di acimicchi, segni convenzionali, parole d’ordine, si può dire tutto, raccontare la propria vita, spiegare la ricetta del lombrico morto, si possono confondere le idee all’altra coppia usando linguaggi codificati concordati con il tuo compagno che non saprebbe decifrare nemmeno il più abile degli hacker, attaccare le caccole sotto il tavolo per schifare l’avversario e deconcentrarlo.
Si può fare tutto.
Le carte contano, ma conta molto anche la strategia e il caos che si riesce a creare.
Nel tressette invece servono più sobrietà, più sintesi. Qui solo pochi segnali, formati da parole convenzionali appena accompagnate dal movimento della mano che a sua volta lo imprimerà alla carta nel lanciarla sul tavolo.
“Busso”, “volo”, “striscio” sono i principali termini usati, ognuno con la relativa mossa in 3d.
“Busso” è il più virile di tutti e prevede di sbattere violentemente la carta sul tavolo a indicare che in quel seme si è ben dotati. Sono evidenti i riferimenti sessuali, infatti è il segnale più ambito e ricercato. Lanciarlo è un grido di guerra, una specie di erezione virtuale sostitutiva.
“Volo”, invece, prevede di trasmette alla carta, con un abile movimento della mano, un rifrullo che la faccia fluttuare nell’aere prima di planare dolcemente sul tavolo. E’ il più triste, indica che quella è l’ultima di quel seme, che è tutto finito e moriremo tutti.
“Striscio” al contrario rappresenta la speranza. La carta viene appunto strisciata sul tavolo a rassicurare il compagno che di quel seme ce ne sono ancora, che può stare tranquillo. E’ il segnale più rassicurante.
E via via gli altri, compreso qualcuno nascosto e inconfessabile che ogni coppia concorda segretamente, sui quali non sapremo mai la verità.
Nel tressette le carte contano parecchio, altrimenti si vince poco.
Lo scopone è quello che preferisco di gran lunga, il gioco delle carte per eccellenza e per diritto naturale.
E’ lui, il vero protagonista di quelle serate e di quegli scontri. Nella sequenza naturale del girone si gioca dopo gli altri due, che è come se i Pink Floyd si esibissero dopo che i Modà e Sfera Ebbasta gli avessero aperto il concerto.
Nello scopone si deve solo tacere. Immobili. Impassibili. Algidi.
E’ il gioco più difficile, dove si è più soli, ma anche quello dove, più che negli altri, conta il talento, e si può riuscire vincere anche se ti vengono carte di merda.
Vale un punto come gli altri ma è il più prestigioso, quello dove emergono i campioni e che verrà narrato, ricordandone le giocate memorabili, nelle serate davanti a un Campari o una spuma bionda.
Contano calma e pazienza, conta saper aspettare il tuo tempo e intanto farsi domande e chiarirsi dubbi, ma quando poi tocca a te avere le idee ben chiare sulla carta da giocare, senza mai apparire insicuro di fronte ai tuoi avversari e al tuo compagno. Come nel poker, l’approccio psicologico è fondamentale. A volte una partita si vince inducendo l’avversario a sbagliare con una sola occhiata.
Conta la memoria, tenere traccia delle carte giocate e non giocate per poter capire quelle che hanno in mano gli altri, e prevedere così quelle che giocheranno.
Conta che chi guida la coppia, perché c’è sempre uno che guida la coppia, abbia la fiducia del suo compagno e si fidi di lui, certo che lo seguirà sempre, anche nelle giocate che non dovesse capire.
Conta che entrambi abbiano chiaro l’obiettivo comune ma anche che non siano schiavi della voglia di vincere, che potrebbe condizionarli e toglier loro lucidità.
Conta non perdersi d’animo per un punto perso o per un errore fatto, perché si è sconfitti solo all’ultima mano dell’ultima partita.
Conta un po’ di fortuna, certo, ma conta soprattutto non piangersi addosso e stare lì a maledire gli dei e a bestemmiarli ferocemente perché non ti hanno dato carte vincenti.
Contano il cuore e la passione, conta accettare le carte che hai e provare a vincere con quelle.
Come nella vita.