Su Sanremo 2021 (appendice)

Piccola appendice al post di ieri.
Avete partecipato in tanti alla discussione che ne è seguita, ognuno con le proprie idee.
Qualcuno è stato d’accordo con me, altri no. Va bene così, il Festival è divisivo ancora più della politica e del calcio.
Mi avete dato del dinosauro convinti di ferirmi, e anche chi non l’ha detto l’ha pensato, ma è la verità.
Mi avete sgamato, lo sono davvero. Orgogliosamente.
Se la vostra modernità è il trap o altra musica di merda che ci propinano più per il marketing e le paturnie di discografici alla moda che per la qualità, questa sconosciuta, io sono un dinosauro.
Converrete però che almeno mi sono conservato benino.
Jannacci, a proposito di certa robaccia, parlava di ‘musica fatta solo con la batteria’, ma le cose oggi stanno peggio.
Non c’è più nemmeno la batteria. Solo sintetizzatori superevoluti programmati da abili ingegneri del suono che ci tirano fuori di tutto. Suoni anche accattivanti, per carità, perfetti per le discoteche dove certi dj superpagati, per me la rovina della musica, ti fanno dimenare alzando le braccia come tante scimmiette allo zoo.
Ma non c’è anima.
E poi ci sono i cantanti. Da una parte giovanotti con una tecnica incredibile e un’intonazione perfetta, e dall’altra soggetti che contano più sul personaggio che certi marpioni dell’industria del disco gli hanno consigliato di inventarsi, che sulle qualità che tanto non avrebbero, e tutti con troppo autotune perché fa tanto fico.
E non c’è anima nemmeno qui.
L’anima. Quella che manca. Nella musica e nei cantanti.
E probabilmente anche in chi ascolta.
Sia chiaro che io parlo per me, non insegno niente a nessuno.
I giovani ascoltino quello che vogliono e i giovanilisti pure, se gli serve a togliersi qualche anno di dosso.
Ma io resto un dinosauro. Un dinosauro curioso, però, e infatti la musica moderna la ascolto, anche se poi ci metto poco a capire che sto perdendo tempo buono per ascoltare quell’altra, quella buona.
Fra cento anni si ascolterà Battisti, si canterà ancora ‘Io vagabondo’ e potrei farvi tutto l’elenco di quello che resterà sempre, ma dubito che ci sarà traccia di quello che ascoltate oggi.
Qualcuno si è stupito poi del mio apprezzamento per la Vanoni, sostenendo che alla sua età si dovrebbe aver smesso da un pezzo, che ha fatto pena perché in difficoltà su certe note, che sfiatava come un mantice. Cose così.
Bene. Anche questo è vero, era in difficoltà e alla sua età la maggior parte delle persone sta a casa, mangia la sua minestrina con la mela cotta, si fa la sua razione di farmaci e poi va a letto, non sul palco di Sanremo.
Ma ci sono anche gli irriducibili. Quelli per i quali la vita finisce quando il cuore smette di battere, e nemmeno un attimo prima. Quelli che fino a quando ce n’è provano emozioni, sono curiosi del mondo e di quello che succede, si fanno sempre le stesse domande mai rassegnati al fatto che non trovino mai le risposte, e si innamorano come ragazzini del liceo.
Quelli che non hanno più gambe per correre ne’ corpo per amare, ma corrono e amano lo stesso.
Quelli che cercano l’anima, negli altri e dentro loro stessi, nella musica e dappertutto.
Quelli che nonostante non abbiano più voce, cantano sempre.
 
 
La canzone che la Vanoni ha cantato su quel palco è “Un sorriso dentro al pianto”.
L’ha scritta lei stessa con Pacifico e Gabbani, che su quel palco l’ha accompagnata al pianoforte.
Andate a cercarla sul sito di RaiPlay. Quell’esibizione è piena di difetti, sfiatamenti, intonazioni ballerine ed errori di tempo, ma c’è dentro più emozione e intensità che in tutto il resto delle cinque serate del Festival.
Per l’esibizione, per il testo, per quello che significa, per l’anima che c’è dentro.
E perché sì.