Su Sanremo 2021

Questo Festival non andava fatto. Per rispetto.
Nei confronti di quelli che i loro spettacoli e la loro musica non possono farli, che vivono di questo e alla loro arte hanno dedicato tutto. E per rispetto di tutto quel mondo che c’è intorno: elettricisti, fonici, operai, tecnici, e tutti gli altri che dimentico. Quelli insomma di cui sembra non fregare un cazzo di niente a nessuno.
Non ci sono solo i ristoratori nella merda, anche se siamo più sensibili alle cene che alla cultura.
Ma capisco che sia più facile riempire lo stomaco che il cervello.
Però il Festival c’è stato lo stesso. Implacabile.
I padroni di Nostra Signora della Tim non potevano certo permettere diversamente. Troppi interessi in gioco, i palinsesti Rai da alimentare, le lagne di Mina da propinarci, la moglie di Amadeus da far lavorare, le mummie della critica e del gossip da riesumare per la circostanza prima di imbalsamarle di nuovo per il prossimo anno.
Le solite cose insomma.
No, la musica no. Quella è spesso solo un dettaglio. E quest’anno più di sempre.
Si fa fatica anche a parlarne male visto che in realtà non c’era, e non si parla male degli assenti.
Musiche rinsecchite, testi banali, qualche canzone mi sembra che l’abbiano firmata in sette, ma non per prendersi un po’ del merito, solo per scaricare gran parte della colpa. Scrivere canzoni è difficile, ma non è nemmeno obbligatorio.
Fra i campioni e i giovani poi non si capiva nemmeno chi fossero gli uni e gli altri, visto che molti di loro mi erano felicemente sconosciuti.
In ogni caso per i giudizi vi rimando alle mummie di prima che arrampicandosi sugli specchi vi diranno che a forza di ascoltarle qualcuna è anche buona. Certo, anche a furia di bastonarsi le palle dopo un po’ non si sente più niente, ma perché insistere?
Io, per quel poco che ho visto qua e là (il mio televisore è ombroso come me e la Rai la prende malissimo) salvo il duetto dei Maneskin con Agnelli su “Amandoti” dei CCCP, e un po’ anche il loro rock, niente di speciale, ma sul palco di Sanremo sembra meglio di quello che è.
E al primo posto, per distacco, metto l’esibizione della Vanoni, che alla sua tenera età, si è messa tutti in tasca. Ottantasei anni di pura classe.
Su Achille Lauro non lo so. Forse è un genio o forse è solo un impostore in vena di trasformismi.
Io però credo, e vale anche per altra fauna che si è vista su quel palco, che la trasgressione sia altro che mettersi addosso quattro lustrini, nascondersi la pelle con i tatuaggi e le unghie con lo smalto.
Credo che tutto questo indichi, più che la vena artistica, un disagio su cui dovremmo riflettere.
Ma io sono vecchio, fuori tempo, e ascolto sempre blues.
Se però le canzoni erano la solita minestra, quello che mi ha stupito sono state le doti attoriali dimostrate dai cantanti. Riuscivano a rivolgersi ad un pubblico che non c’era, su applausi registrati, con una naturalezza da Actors Studio.
Potrebbero darsi al cinema, così la prossima volta lasciano il posto a quelli veri.
Quelli che sul palco, invece dei personaggi, ci portano le persone.