Fotografie

Quando si scatta una fotografia si deve capire ciò che rende quell’attimo unico e irripetibile, cogliere l’emozione di quel momento, di quello sguardo, della luce di quel tramonto, e cercare di trasmettere la bellezza che c’è dentro a chi la guarderà.
Non è facile, devi decidere se usare i colori o negarli, quale lunghezza focale usare, quale inquadratura, nel ritratto devi scegliere se lavorare con la luce semplice di una finestra o con quella del sole, o delle nuvole, o ancora con quella difficilissima da gestire degli illuminatori e dei flash.
Mille variabili.
E devi anche sapere bene cosa mettere a fuoco, dove vuoi che cada l’attenzione di chi guarderà quella foto. Se in un viso dovranno essere gli occhi, oppure un dettaglio, un’ombra, o se in paesaggio dovrà essere quel ramo in primo piano che poi guiderà lo sguardo verso il soggetto vero, o se invece raccontare la storia di quel vecchio pontile o la solitudine di quell’albero rinsecchito ripreso con un teleobiettivo per isolarlo da quello che ha intorno.
La Fotografia è un’arte complicata, e infatti non ne sono capace.
La forza e l’efficacia del risultato finale sono prerogativa di quelli bravi davvero, quelli col Talento. E io non ce l’ho.
Scrivere quello che penso sulle cose che succedono è un po’ come fare fotografie di strada, uno dei generi più difficili, però con le parole. Prevedere e poi cogliere certi momenti è difficilissimo.
I miei scatti raccontano la mia interpretazione, il mio pensiero, le cose come le vedo io, senza pretese di verità. Quelle le lascio volentieri ai maratoneti di Mentana e a Paolo Mieli.
Io parlo di fatti, senza fotoritocco. Ed evocano una realtà che, se non è del tutto vera, è di certo plausibile.
Un invito a pensare, un riassunto. Un album di questi bei giorni di merda con i ritratti ai protagonisti. Da sfogliare e da rileggere quando la nostra memoria corta sarà già evaporata, tutto questo succederà ancora, e io non potrò più usare la macchina fotografica.
Come tutti gli album sarà lungo e palloso, un po’ come se i parenti vi invitassero a guardare le foto delle vacanze o del matrimonio in una di quelle serate memorabili che sarebbe meglio una sera piangere da solo, come cantava il poeta Mino Reitano.
Qui però c’è il vantaggio che potete declinare l’invito e restare a casa.
Conte e il Movimento sono sempre stati ritenuti degli abusivi, fastidiosi usurpatori che dovevano essere, se non eliminati, almeno disinnescati. Resi inoffensivi, marginali, inutili.
Così i poteri forti si sono organizzati, appoggiati dalle solite tro1e di regime, dalla grande finanza e magari da qualche stato oltre Oceanico, però così tanto amico.
Hanno preso uno di fiducia, una vecchia gloria, e con lui hanno montato tutto quel teatrino. Poi, nel caos più totale, sfruttando le nostre insicurezze e le solite paure, ci hanno convinto, dal Presidente all’ultimo dei presieduti, e passando per tutta una pletora di fenomeni videociancianti, che l’unica soluzione fosse chiamare una specie di mostro mitologico della foresta di cui si narravano le gesta già nell’antichità, e del quale si auspicava l’arrivo già da molto tempo.
Lo volevano tutti, dove andavi e dove trovavi gente in fibrillante attesa della sua venuta. C’avevano tutti la fregola, però c’erano pur sempre un minimo di regole da rispettare, perbacco, e serviva questa pantomima per arrivarci.
Sì perché quelli che c’erano non andavano proprio giù a nessuno, nemmeno a quelli che avrebbero dovuto mantenersi al di sopra delle parti, come il Presidente della Repubblica, per esempio, anche lui però troppo sensibile, come napolitano una decina d’anni fa, al fascino del monarcato.
Ma di Pertini ce n’è stato uno.
E poi basta.
Così il prescelto è arrivato, dardeggiando e lancia in resta, e ha riunito alla corte del re un gruppo di prodi cavalieri definiti sobriamente ‘i migliori’. Non certo perché lo fossero, definire così certi soggetti è un calcio in culo all’intelligenza, ma chiamarli per nome pareva brutto e avrebbe dato una pessima sensazione di già visto.
Il nostro redentore ha quindi distribuito pani e pesci, avendo ben cura di tenere per sé la manna che arriverà presto nel contado, e che poi distribuirà fra i suoi vassalli e nel resto del reame.
Sì, perché il golpettino è stato fatto anche e forse soprattutto per questo. Quelli di prima, gli scappati di casa scesi dai monti con la piena, quei soldi del malloppo europeo li avrebbero sperperati tutti gozzovigliando e magari dividendoli pure con chi ne avrebbe avuto davvero bisogno, e questo non si poteva certo permettere, non era mai esistito.
Come ha sintetizzato ottimamente Bersani, “Draghi spenderà i soldi che hanno dato a Conte”. Ops!
Il Salvatore ha riunito a sé la servitù nel salone delle feste e ha annunciato il suo programma.
Si notava in lui la veemente passione che ha un contabile mentre conta le banconote con la macchinetta.
Un discorsetto da commercialista, piatto, banale, freddino, spruzzato della solita retorica sulle donne, infarcito di volemose bene e dell’unione che fa la forza, ma senza riferimenti precisi sulle cose da fare o da non fare, nemmeno sui problemi da risolvere, gli stessi usati come leva per far saltare il governo di prima. Mes e prescrizione, tanto per dirne due. E senza esporsi su come ridurre la forbice sociale, che ormai ha creato straricchi fra i ricchi e miserabili fra i poveri, senza più nessuno nel mezzo.
Eppure, per ogni volta che riprendeva fiato, la servitù lo applaudiva come se avesse moltiplicato i posti da senatore e gli avesse triplicato gli stipendi. Ma l’avrebbero applaudito anche se avesse letto la marca delle piastrelle dei bagni del Senato. Lo avrebbero applaudito a prescindere.
Perché lui è Draghi e gli altri non sono un cazzo.
E perché gli ha salvato culo e pagnotta per altri due anni.
Direte, allora perché non hanno detto sì anche a Conte? Perché sapevano che tanto Mattarella non ci avrebbe mai mandato a votare, essendo già in atto un piano premeditato che avrebbe portato alla venuta dell’apostolo. E’ evidente però che stavolta le elezioni ci sarebbero state per forza, e tutti quei fenomeni plaudenti sarebbero rimasti a casa, dopo essere passati per il solito vaffanculo d’ordinanza.
Semmai c’è da capire meno quelli che lo applaudivano dagli studi televisivi e dalle sedi dei giornali, ma pur di mandare Conte a casa avrebbero osannato anche il Poro Merdoso.
E sulle colpe che hanno i media e l’informazione in questo paese, sempre prona e asservita a qualsiasi potere, che ve lo dico a fare.
In questo nuovo federisarca tutti ‘na barca ci sono entrati tutti, a parte la Meloni. Complimenti a lei, non per la coerenza, ma per la strategia.
Il suo partito si mostrerà possibilista nei confronti del governo magari appoggiando qualche provvedimento, evitando così il rischio di essere esclusa nel caso in cui il governo ottenga qualche risultato, ma ne resterà ufficialmente fuori ed essendo l’unica a non partecipare alla festa, tutte le cariche riservate per legge all’opposizione se le sussa lei. Il Copasir, per esempio.
Una versione furba dell’essere di lotta e di governo, che era la vecchia strategia di salvini e che forse lui è convinto di attuare anche adesso. Ma stavolta per lui non funzionerà perché sarà faticoso essere europeista nel governo e scissionista nelle piazze, o ancora appoggiare la linea di chiusura sulla pandemia e poi blaterare di riaprire tutto.
I suoi elettori sono quello che sono ma forse proprio del tutto dementi no.
C’è entrata forza italia, e in occasione dell’incontro con Draghi, tutto il mondo è stato testimone della guarigione di berlusconi, fino ad allora sempre malato per i processi, e infatti questo viene già classificato come miracolo per chiedere la beatificazione del nostro apostolo.
C’è entrato il pd, che quando c’è da rimestare un po’ di farina è sempre sul pezzo, e poi Calenda col cigno, la Bonino col turbante, renzi che non chiede poltrone.
Tutti dentro. E senza condizioni. I problemi che avevano portato a mandare a casa Conte, non esistono più. Evaporati come la credibilità di chi li aveva denunciati. Come ha cianciato il renziano faraone: “Il nostro MES è lei, Presidente Draghi”.
E ci sono entrati i 5S dopo che Grillo è stato folgorato sulla via di Draghi, che pare gli sia apparso vestito da grillino promettendogli il Ministero della Gransupercazzola Scappellata.
Che ovviamente non c’era, se c’era non era quello concordato, e se era quello concordato non l’hanno dato a uno dei 5S.
Una scelta assurda, inconcepibile, per la quale gli iscritti a quel cazzo di Rousseau sono stati fatti votare dopo che era già stata fatta, condizionati da un quesito che non prevedeva nemmeno l’astensione.
Un gran successo per Grillo e per tutto il Movimento. Che infatti si è lacerato implodendo miseramente. Di Battista, uno che ha palle e dignità, se n’è giustamente andato e la comica finale è stata vedere Crimi che espelle Morra. Crimi, il samurai di Grillo, uno di cui nessuno capirà mai il perché e nemmeno il senso.
Crimi che espelle Morra: un’immagine da consegnare alla storia subito prima dei titoli di coda del Movimento 5S.
Ma forse il bisogno impellente di rimettere a sedere da qualche parte statisti come Castelli e Sibilia richiedeva certi sacrifici.
E comunque vorrei dire all’Elevato, visto che si trova già a veleggiare per l’aere, che affanculo può andarci in volo, così arriva prima.
Così, da questo momento, tutto si dividerà in Prima e Dopo Draghi.
Tempo e spazio. Luoghi e laghi, per citare il poeta.
Una cosa simile era già successa poco più di duemila anni fa con un altro personaggio minore, ma in quel caso venne ridefinita solo la misura del tempo. Adesso invece il calendario resterà sempre quello di Frate Indovino, mentre tutto il resto verrà riscritto: Politica, Economia, Costume, le regole del Monopoli. Sarà bellissimo.
Tutto questo mi fa venire in mente quella teoria per la quale ‘se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York arriva un temporale’.
Qui la distanza è minore e si tratta di sputacchi che provocano valanghe di merda, ma la teoria regge.