Scivola

Le pubblicità delle aziende telefoniche sono fra le cose più abominevoli del nuovo millennio, ma lo erano già di quello precedente e lo saranno di quelli futuri. Non per la loro qualità tecnica, anzi sono fatte molto bene, ma per i contenuti, per il messaggio, per il trattarci come una massa informe di indefiniti coglioni.
E hanno ragione, perché invece di usarlo e basta, quel cazzo di telefonino, e solo per quello che è, ci siamo ammalati di bulimia comunicativa, riuscendo peraltro a sentirci sempre più soli, ipnotizzati da quel malefico display e bullizzati dal sistema che c’è intorno.
Però dispiace che una come Mina, colonna sonora della vita di molti di noi, della mia sicuramente, si sia fatta arruolare da quel sistema e abbia scelto di svendere il proprio talento, anche se sfiorito, alla Tim, rischiando così di chiudere una carriera stellare in maniera piuttosto imbarazzante.
Ma la Tim è potente, lo prova il fatto che mentre teatri e manifestazioni musicali sono proibiti, Sanremo si fa lo stesso. Cioè della vita vera di quelli che con lo spettacolo ci vivono non ce ne frega un cazzo, ma della sponsorizzazione del Festival da parte della Tim sì. E di sicuro saranno stati convincenti e l’avranno pagata tanto, per quel fastidiosissimo scioglilingua di ‘scivola’, le altre ardite sguerguenze e le canzoncine melense fra banalità e retorica, compreso quest’ultimo capolavoro celebrativo della storia della Tim (a proposito complimenti a chi ha scritto il testo perché peggio era difficile, e a proposito 2 raccontatecela davvero la storia Tim, quella vera però, quella che Mina Mazzini forse nemmeno conosce visto che sta in Svizzera da una vita) ma credo proprio che di quei soldi Nostra Signora della Canzone ne avrebbe potuto fare serenamente a meno.
Anche se è noto a tutti, dopo l’insegnamento di Buffon, che non si vive di solo pane, ma ci vogliono anche la birra, l’acqua, i materassi, lo shampoo, le patatine e chissà cos’altro ancora.
Nel pleistocene ascoltavo Mina a casa dell’amico facoltoso, con un registratore a bobine e un amplificatore McIntosh che pilotava due casse AR alte quanto me, e godere della musica in quel modo ti lascia addosso ricordi e sensazioni di piacere che poi tornano in mente ogni volta che ascolti ancora quelle stesse canzoni, o anche solo quella voce. E’ per questo che sentirla oggi in certe lagne su commissione mi fa venire un dubbio che è insieme domanda e consiglio: ma smettere mai?
A un certo punto, dopo una carriera come la sua, si può anche farlo.
Perfino con dignità.