Il tempo dei verbi

TEMA
Spiega, con un esempio riferito alle tue esperienze, la differenza fra ‘passato prossimo’ e ‘passato remoto’.
 
SVOLGIMENTO
E’ una differenza che non mi è mai stata molto chiara, in realtà. Infatti per un po’ ho creduto che dipendesse dal tempo trascorso dall’azione o dal fatto di cui si parla, così mi chiedevo quanto avrebbe dovuto essere: una settimana, un anno, due… insomma quanto tempo dovesse passare per coniugare al passato remoto invece che a quello prossimo. Quanto si dovesse aspettare per poter dire ‘pensai o feci’ invece di ‘ho pensato, ho fatto’.
 
Il mio era un approccio del tutto sbagliato, lo so bene, legato al fatto che in Toscana si tende a usare il passato remoto più spesso che altrove e io, che sono addirittura etrusco, ne ho sempre abusato. E poi per me la parola è anche musica e il passato remoto suona meglio.
Poi però, illuminato da quell’adorabile linguista che è Francesco Sabatini, ho finalmente capito che il passato prossimo si usa per eventi i cui effetti siano ancora attuali, al di là del tempo trascorso, mentre il passato remoto si applica quando ci si riferisce ad un qualcosa che non esiste più o con il quale si sono interrotti legami di continuità.
 
Le faccio un esempio.
-Nove mesi fa mi chiusi in casa per via di un lockdown imposto da una grave pandemia.
-Qualche mese dopo mi sono chiuso in casa per lo stesso motivo.
Si tratta della stessa pandemia di allora, mai conclusa e con evidenti elementi di continuità, perciò avrei dovuto usare il passato prossimo anche per il primo lockdown, ma non è così: da allora è cambiato tutto e quel tempo non c’è più, non è più prossimo.
E’ diventato remoto.
 
A marzo accettammo quei sacrifici perché ci fu chiara la gravità della situazione e quella sfida FU perfino esaltante. Ci sentimmo forti, per una volta fieri del nostro Governo, capaci di vincere quella battaglia, e pur se impaniati nella retorica, talmente orgogliosi che provammo perfino un senso di appartenenza fino ad allora sconosciuto, e che non proveremo mai più, profezia fin troppo scontata.
fummo anche guida e riferimento per altri paesi europei, quelli che ci definiscono spaghetti sole e mandolino, ma che in quell’occasione sfruttarono la nostra esperienza per salvarsi la vita.
Poi qualcuno ha deciso che l’emergenza era finita, che di tutte quelle precauzioni non c’era più bisogno e che alla fine si era trattato solo di una messa in scena imperialista, e il ‘tana liberi tutti’ venne da sé, come un rutto dopo la birra.
 
Io ho sempre detto di avere dubbi, che poi è la costante della mia vita, ma ho anche qualche certezza. Che Speranza non è la Spectre, per esempio, e che quei morti erano veri allora, e sono veri oggi. E anche che la Sanità è stata presa a sassate e distrutta da qualsiasi governo prima di questo e che i posti che mancano negli ospedali sono evidenze che dovrebbero essere chiare a chiunque.
E sono anche certo, come lo ero allora, che avremmo dovuto tenere la guardia alta, resistere ancora un po’.
 
Una certezza che avrebbero dovuto avere anche quelli che ci governano, gli stessi di cui eravamo andati fieri, e che forse avevano, ma che non gli ha permesso di impedire che questo paese, covo di egoisti ignoranti, giovani e vecchi ma soprattutto tutti, si riappropriasse della propria natura e riprendesse a fare allegramente i cazzi suoi, come quei fenomeni che hanno riaperto quei luoghi immondi chiamati discoteche. E poi via, a seguire, tutti in piazza contro le mascherine, le stesse dove i nostri genitori sputavano sangue per il diritto al lavoro, e giù negazionismo un tanto al chilo a suon di movide e aperifava. Che strano concetto di trasgredire avete, cazzo!
E nuove figure a incarnare questo spirito ribelle, come quella diversamente artista e la sua sponsor col filtro, che se io scrivessi quello che penso di loro, soprattutto di quella col filtro, e di quelli che le seguono, nel leggere i miei improperi provereste turbamenti inattesi, del tutto sconosciuti, e al solo imprimervi nella retina le mie bestemmie di dolore, variegate e implacabili, vi condannereste per sempre a camminare sui carboni ardenti dell’inferno più infimo.
 
Lei mi ha insegnato il Rispetto, signor Maestro, e quella lezione mi è piaciuta anche più delle altre, l’ho imparata bene. Ma lei era una persona meravigliosa, ed ero migliore anch’io. E’ stato facile.
Le confesso che oggi, ad averne per qualsiasi testa di cazzo popoli il globo terrestre, non ce la faccio più.
Lei era Bello, ci riuscirebbe ancora, ma io no.
 
Dal quel primo lockdown siamo cambiati. Per questo è diventato passato remoto, perché con quanto successo allora non c’è nessuna continuità. Quella che credevamo fosse la parte migliore di noi, che per un momento sembrava che ci piacesse mostrare, dopo aver fatto capolino si è rintanata di nuovo, come spaventata da se stessa. Come se temessimo di essere migliori.
Così siamo ritornati ad essere quello che eravamo, siamo e saremo sempre: piccoli esseri attenti solo a se stessi, ancora più incarogniti e un po’ miserabili, il solito popolino governato dall’ambiguità e dalla pavidità. Oltre che dall’incompetenza.
Scusi, signor Maestro, ho un po’ divagato e mi sono anche dilungato troppo, ma questo tema volevo farlo leggere ai miei amici, e dovevo essere chiaro. Però, almeno lei, non mi rompa i coglioni con la sintesi.
No, lei non lo farà.
 
Quindi, per concludere, la differenza fra passato remoto e passato prossimo la riassumerei così.
A marzo accettai di restare a casa, convinto di farlo e orgoglioso del mio paese e di come gli italiani affrontarono quel momento.
A novembre ho accettato di restare a casa ma stavolta rinunciare al mio lago per colpa delle merde che ho detto, di un governo ambiguo, insicuro e in balia di troppi interessi, e di governatori che vedrei bene a zappare le prode con le orecchie mi produce vortici fra i coglioni a frequenze tali che se ci mettessi un’antenna, potrei oscurare Radio Maria.
Che sarebbe un bel salto di qualità.
 
Ah… grazie di tutto, signor Maestro.