Io e il lago

I posti del cuore sono come gli amici veri. Ogni volta che ci torni il tempo passato dall’ultima volta non esiste più. Come quando rivedi un amico, appunto. Ritrovi la stessa bellezza, lo stesso piacere. E capisci ancora una volta come il tempo sia solo un’invenzione inutile, uno stupido ostacolo alle emozioni, una scusa per non viverle.
Se poi quei posti sono anche i rifugi dell’anima, dove tenerla al sicuro e confidarsi con lei, sarà come ritrovare il migliore amico che tu abbia: te stesso.

Io non ho viaggiato molto. Cioè, l’ho fatto, e ogni volta provando meraviglia per quello che vedevo, ma senza muovermi dalla mia tana e solo dentro i miei silenzi. Di posti reali ne ho conosciuti pochi, come di persone in fondo. Forse preferire i sogni alla realtà è un limite, ma almeno non si rimane delusi.
E poi i miei sogni sono sempre stati veri.
Fra quei pochi c’è il lago Trasimeno. Ne ho già parlato, mi perdonerete se lo farò ancora.

Ci torno ogni tanto con gli amici appassionati di fotografia come me, per fare foto, ma anche per stare insieme e cazzeggiare un po’.
Ci ho scattato foto bellissime, soprattutto tramonti, ma non mi piace ripetermi e ogni volta cerco una luce nuova, nuove nuvole, un’inquadratura che non avevo ancora visto, una figura che impreziosisca la scena, un gatto a caccia di folaghe, due ragazzi che si amano.
A volte ci riesco, altre no, e quando non trovo niente la macchina resta nella borsa, e rimane il piacere della compagnia dei pochi amici che ho.
Certo, potrei usare quei software che ricreano sfondi sublimi da mettere anche in una foto di merda, ma io ho troppo rispetto per le mie passioni per certe cazzate. Quello di taroccare le proprie foto se ha senso per un professionista che deve consegnare un lavoro perché di quel lavoro vive, di certo non ce l’ha per uno scattista come me che può coltivare la sua passione senza incubi da prestazione.
Se trovo la luce che voglio, bene, altrimenti ci riprovo la prossima volta.
Inventare una realtà che non esiste non ha alcun senso.
La realtà è già piuttosto sorprendente di suo.

E quando posso ci torno anche da solo.
Ce l’avevo a due passi questa meraviglia, ma l’ho apprezzata solo da vecchio. E da allora, ogni volta che ci vado seguo lo stesso rituale della prima volta: il solito bar, pizzetta pasta di mandorle e caffè, quindi la strada di sempre. E’ la più lenta ma la mia macchina la conosce meglio e poi devo rivedere gli stessi posti. Anche la musica che va è la solita cartella di mp3, e Brothers in Arms c’è sempre. Poi la stessa sosta, e perfino lo stesso parcheggio. Come un film da rivivere e rivedere.
Come una specie di maniaco, insomma.
Ma mi piace così, e ogni volta, per ogni gesto che si ripete, è come passare un panno morbido per togliere la polvere del tempo e far luccicare il ricordo della prima volta che respirai davvero la meraviglia di quel lago.
E’ bello, ma fa anche male; il passato bisognerebbe cancellarlo e riscriverci sopra, ma è la sola cosa che conosco bene, e allora preferisco lucidarlo e rileggerlo. Quello che ci riscriverei sopra, adesso, non sarebbe altrettanto bello. E magari in quello che rileggo, nelle sfumature, nei particolari di certi dettagli, ci trovo ancora qualcosa che non avevo capito.
E che mi piace.

Poi, come allora, mi siedo a guardare l’acqua, come quel signore nella foto, che non so nemmeno chi sia, ma che forse ha gli stessi miei pensieri. E nell’acqua, fra i cerchi dove danzano le folaghe, nella musica suonata da quelle piccole onde appena mosse dal vento, cerco ricordi, risposte, le parole dette o taciute, o quelle ancora da dire. Cerco un’altra fotografia, aspettando che una nuova luce accenda il mio pensiero di colori ancora sconosciuti e che la mia anima superi ogni imbarazzo e si metta in posa.
Sono bravo, a fare ritratti.

E alla fine, sulle sponde di questo lago, abbandonato e agonizzante, ma sempre abbagliante della sua eterna bellezza, nella luce di un tramonto che so a memoria ma che ogni volta mi stupisce, trovo quello che non dirò.

Secondo la cultura africana esisterebbero luoghi mitologici, i cimiteri degli elefanti, dove questi animali vanno a morire quando sentono che la loro vita sta per finire.
Se esistono anche quelli degli orsi, penso che il mio sia questo.