I recinti del Tempo

Il Tempo, un numero appeso alla parete che non sa niente di te
ma pretende di decidere se sei ancora giovane o già vecchio,
se puoi vivere o devi morire, se puoi amare o sei solo un rottame.
Il Tempo, che forse nemmeno esiste.
Il Tempo, che non lascia tempo.


Questa cosa l’ho scritta in un vecchio post, e l’ho messa all’inizio della mia cover di ‘C’è Tempo’ dell’immenso Fossati. Come mettere le Zigulì accanto alle perle, lo so, ma faccio quello che posso.

Il tempo è sopravvalutato, e con il tempo l’età. Quella anagrafica, intendo, perché poi c’è anche quella percepita a complicare le cose.
E spesso l’età, e le convenzioni, ci chiudono in recinti che fra loro non comunicano. Ognuno nel suo, a confrontarsi con i propri coetanei.
Parlo di amicizie, di cose in comune, pensiero, passioni. Parlo di affetti.
Li cerchiamo nel nostro recinto di pertinenza. Certo: è giusto, naturale.
Ma non basta.
Io non dico di andare in discoteca coi nonni, e nemmeno di iscrivere il nipotino al torneo di briscola invece che ai corsi di nuoto.
Io parlo di una diversa comunicazione, di un modo differente di confrontarsi fra i vari recinti, senza che i vecchi invidino i giovani per la vita che hanno ancora davanti e che i giovani lo facciano con i vecchi convinti che gli abbiano fottuto la pensione.

Forse è quest’afa, il mio ventilatore nuovo non fa altro che spingere più forte l’aria calda sulla faccia, e ci sta anche che dal cervello mi evapori qualche cazzata.
Semmai ditemelo, dopo.
Intanto proseguo.

E questo non lo dico solo adesso, che via via sono scivolato nell’ultimo recinto, in fondo alla valle, proprio lungo il fiume, dove la corrente aspetta di prendermi e portarmi dove deve.
L’ho sempre detto, anche quando ero vivo e avevo ancora, intatto, tutto il mio futuro di errori da commettere.
Non sono mai appartenuto alla mia età. Gli altri, i miei coetanei, mi dicevano che ero vecchio ma io chiedevo solo qualcosa di più, di meglio, o anche solo di diverso. Volevo parlare di quello che siamo, dei dubbi, delle risposte da dare alle domande, di musica, fotografia, passioni, di cinema, e non solo di donne o dell’ultimo arbitraggio scandaloso.
Per me i vecchi erano loro.
Così, mano a mano che crescevo, mi piaceva stare con quelli più giovani di me, per affinità e cose in comune. O con quelli più vecchi, per imparare.
Stavo meglio negli altri recinti, insomma.
Il mio mi è sempre sembrato stretto, e da lì non si vedeva bene l’orizzonte.

Anche oggi è così. Quelli della mia età li vedo come vecchi carciofi che si parcheggiano nei Centri Anziani dopo aver seminato il panico nel traffico, in panda verde e berretto d’ordinanza, oppure mi paiono gazzillori infoconiti un po’ morti di fica, che brandendo l’unico ormone rimasto, fra Facebook e bar da fighetti, vanno a caccia di qualche zambracca che ci stia.
Non mi ci vedo in quei ruoli. Ho una Guzzi, una Subaru e al Centro Anziani preferisco i tramonti del Trasimeno. E per le donne poi, piacciono anche a me, ma ho gusti molto raffinati e senso della realtà.
E i miei vecchi maestri non ci sono più. Tutti scivolati nel fiume.

Così i pochissimi che frequento potrebbero essere quasi tutti figli miei, e qualcuno nipote, anche se non ho certo trombato così tanto, ma io non li vedo in questo modo. Per me sono persone con le quali condividere passioni e pensieri, e anche la stessa voglia di cazzeggiare. So di poter reggere il loro passo, di non deluderli, e perfino di dar loro qualcosa di buono.
Ma forse sono troppo presuntuoso, cerco solo giustificazioni ai miei residui di giovanilismo scaduto, e la realtà è che la mia natura, quella vera, non sia nemmeno da recinto, ma solo dell’orso da tana.
Di sicuro è quella che mi viene meglio.

Non so perché scrivo queste cose, riflessioni abbastanza intime e forse confuse dall’afa, delle quali non frega niente a nessuno, ma ormai siete di casa per me.

E senza nemmeno sapere la vostra età.