E invece sorrido

Io sono cresciuto a Tex e cantautori. E un po’ si vede.
Oggi di Tex continuo a comprare qualsiasi cosa porti stampato il suo nome ma non lo leggo più. Faccio fatica con tutto, dalle poesie alle istruzioni della lavastoviglie, mi incanto come la puntina sul giradischi e leggo sempre lo stesso rigo. Così mi mancano sempre le rime e i bicchieri rimangono opachi.
E sticazzi? Direte voi.
Certo, state calmi. Era solo per dire.
(Voce fuori campo) – Bene! Di Tex hai già parlato, oggi parlaci dei cantautori.

Io, signora maestra, i cantautori li so tutti. TUTTI! Anche piuttosto benino.
E li ascolto ancora, meglio e più di prima. Perché oggi li capisco.
Quando esplose quel fenomeno ero solo un ragazzino confuso e spaventato, e le emozioni raccontate in quelle canzoni non le conoscevo, non le avevo provate. Mi piacevano, ma era anche per moda, però non le capivo.
Non parlo del lato più politico di quel fenomeno, lì era più facile, e nemmeno della difficoltà del vivere raccontata con quelle note, quella l’avevo già imparata bene. Parlo di certe emozioni, di quelle storie, di quell’amore, sostantivo ancora del tutto teorico nel mio dizionario.
Poi col tempo quelle esperienze le ho conosciute e qualcuna l’ho anche vissuta potendo dare così, a quel sostantivo, il significato che ha, e anche quello che non è scritto nemmeno nella Treccani.
E via via ho imparato a capirle.
Come se piano piano decifrassi un codice che fino ad allora mi era piaciuto solo per il carattere con cui era stato scritto.

Molti li ho apprezzati, qualcuno lo apprezzo ancora, altri mi hanno segnato la vita. Che ci siano ancora o siano già volati via non cambia niente. Sono stati compagni di un viaggio bellissimo che rimane tale, anche se adesso siamo alle ultime fermate, afflitti da una musica di merda.
Riascolto sempre quelle canzoni. Qualcuna appare oggi segnata dal tempo, così ricoperta di polvere che al massimo ti fa muovere un sorriso di malinconia, altre conservano invece tutta la loro bellezza e in certi casi ne hanno aggiunta di nuova, quella che le renderà immortali.
Come certe persone che secondo il calendario invecchiano, ma in realtà non lo fanno mai, e se guardate dentro i loro occhi, scoprirete che sono loro che stanno prendendo per il culo il tempo, e non il contrario. Se ne andranno, certo, moriranno perfino, ma non ci lasceranno mai.
Resteranno con noi. Come quelle canzoni.
Ah, perdonatemi ma non farò altri nomi se non quello che racconto. Non serve, e ognuno ha la sua sensibilità. Io, come per tutto il resto, non pretendo certo che quella giusta sia la mia. E non farò nemmeno una classifica, come quando, nelle nostre cene familiari, ci scazzavamo perché ognuno proponeva la sua, non eravamo mai d’accordo, e alla cena successiva la pensavamo già in un altro modo e ne facevamo un’altra.
Però era divertente.
Sapete già del mio amore per Gaber, ma lui non fa parte di alcuna categoria e non è perciò in competizione.
Lui è Gaber. Punto.
Qui si parla di cantautori, parola orrida ma che rende l’idea, e io lo farò del più grande di tutti: Francesco Guccini.

Lo sto riascoltando e studiando come se fosse un lavoro a cottimo e non ci fosse un domani.
Il Guccini dei mille concerti visti, del “Ma quanto beve? Ma c’è davvero vino in quel fiasco?” quello dei Nomadi e dell’Equipe 84 quando le canzoni gliele firmavano altri, quello di Pavana dove mille volte avrei voluto andare e mille volte non sono andato, e solo perché sono un coglione. Perché allora avrei potuto farlo.
Guccini della ‘fiaccola dell’anarchia’ accesa su quella locomotiva dove salivamo tutti per ‘lanciarci a bomba contro l’ingiustizia’, di sinistra e di destra, perché avevamo tutti bisogno di un sogno.
Il Guccini sempre fedele a se’ stesso, sempre uguale a quella foto di tanti anni fa, stampata sulla copertina di ‘Via Paolo Fabbri, 43’, e diventata poi la sua icona. Solo un po’ addolcito dal tempo che passa, ma con la stessa anima di bambino in cerca di sogni.
Il Maestrone, che con “Canzone per un’amica” ha reso possibile un dolore immenso come quello della morte, e con “Auschwitz” ne ha impresso per sempre uno ancora più grande nella nostra memoria, e che ci ha dimostrato come Dio potrebbe anche stare dalla nostra parte.
Chi non lo conosce, come per Gaber e altri grandi, può avere la fortuna di scoprirlo. I mezzi non mancano.
Ma dubito che nei giovani ci sia questa sete di acqua fresca, rincoglioniti come sono dai vomitevoli beveroni che gli propinano, e non credo che ce l’abbiano, certe curiosità.
Pazienza. Voi continuate pure a darci dei nostalgici passatisti, o dei ‘vecchi marciti’, come mi ha scritto qualcuno in vena di eleganza, ad ascoltare il reggaeton e magari a votare lega.
Cazzi vostri, alla fine.

A Guccini viene contestato di non essere un musicista e che le sue musiche sarebbero banali e ripetitive.
Certo, è così. Non compone certo melodie arcane, ma nessuno lo fa, a parte poche, pochissime, eccezioni.
Tutti hanno scritto canzoni con quei “quattro accordi cuciti in croce” e c’è anche chi non l’ha nemmeno finito, il giro di do.
Se cercate la musica, dovete rivolgervi altrove.
A lui serve solo per appoggiarci le parole. E’ una scatola, un contenitore, è il tappetino di velluto che il gioielliere srotola per mostrare le sue cose preziose, è il piatto dove il grande chef sistema con cura le sue prelibatezze, un tessuto da ricamare, un filo dove infilare perle per farne collana.
E allora saranno proprio quelle parole a diventare musica, e l’armonia vera sarà quella delle sillabe che si rincorrono, si trovano e poi si abbracciano in rime così naturali e perfette da far credere che la lingua italiana sia cosa sua e che lui ne conservi gelosamente segreti e alchimie che non rivelerà mai a nessuno.
I suoi testi potreste solo leggerli, come poesia purissima.
E sentire la stessa musica. Quella delle emozioni che quelle parole trasmettono, e che noi abbiamo provato nello stesso modo.
Tutti abbiamo avuto quella lei che “si alzò, con un gesto finale, poi andò via senza voltarsi indietro” ma non avremmo mai saputo dirlo con una sintesi così affilata e dolorosa.
E tutti abbiamo detto a qualcuno:
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di te.


Adesso lui non fa più concerti. Non vuole e forse non può, non con la stessa forza. E il mio dolore è lo stesso di intere generazioni che non potranno più vederlo sopra un palco.
E ce n’è un altro, un dolore ancora più forte, per un tempo irripetibile che non tornerà.

Dovrei essere triste.
E invece sorrido.