Il tavolo e la batteria

Avrei voluto scrivere qualcosa su Celentano e sul suo programma, ma ha fatto tutto Andrea.
Su Adriano ha scritto un post bellissimo nei giorni scorsi, di sicuro molto meglio di come avrei fatto io. E sul programma è andato anche oltre, entrandoci proprio dentro. Letteralmente.
E per me, e scusate se viro un po’ sul personale, vedere lui accanto al mio mito è stata tanta roba, e di ottima qualità. E quel po’ di invidia, ammuffita da sempre in un angolo dell’anima, ma rispolverata per questa occasione straordinaria, è diventata felicità in un attimo, appena ho visto accendersi il sorriso di mio figlio.
Quel, sorriso.
Capita, quando si ama, di condividere le stesse emozioni.
Sullo spettacolo di Adriano, quello che tutti chiamano flop, dico anche che, se la gente non lo guarda, potrebbe anche non essere colpa dello spettacolo, ma proprio della gente.
Per carità, per motivi a me incomprensibili, può anche non piacere, ma è comunque certo che il nostro grado di rincoglionimento passa anche dalle cose che guardiamo in tv.
E le condiziona, ne scrive i palinsesti.
Accettiamo tutto. Qualsiasi merdata stiamo lì ad annusarla con cupidigia: grandi fratelli, isole coi famosi de che, froci sentenzianti, troiette querule, opinionisti che biascicano ovvietà per me già banali fin dai tempi dell’asilo nido, quando neanche parlavo. Che poi, allora nemmeno c’erano, gli asili nido.
E poi ci sono loro, Sua Vastità Maria De Filippi, ormai prossima alla beatificazione, e quell’altra, Barbara D’Urso, ma qui le definizioni mettetele voi, perché se le scrivo io Lucio si incazza.
Accettiamo tutto, cazzo! Però davanti a uno che ha scritto la storia della musica e del costume, e l’ha scritta che meglio non si poteva, diventiamo difficili, esigenti, arricciamo il naso, “è lento… fa pause troppo lunghe… è vecchio… dice sempre le stesse cose… ” e che due coglioni, mamma mia!
Certo, è lento e fa le pause, e meno male. Avete fretta? Dove dovete correre? Vale più una sua inquadratura da sola che tutti i palinsesti Rai e Mediaset insieme. Ed è anche ‘vecchio’, certo, ma i ritmi che ha portato lui tanti anni fa avevano un tiro pazzesco, e dentro quel rock allora sconosciuto e poi tradotto e reinterpretato da questo genio totale, c’erano dentro energia e vita da spaccare il mondo.
E lui ce l’ha ancora addosso entrambe.
Voi giovani, veri finti o sedicenti tali, che adorate certi fighetti presuntuosi vomitati dai talent, che del suo talento non hanno nemmeno un pelo incarnito, siete propri sicuri di conoscerle, quella vita e quell’energia? Ve lo dico io: no.
E fa le stesse cose, è vero anche questo. Ma se sono le cose giuste è giusto continuare a farle.

Io sono di parte, lo ammetto. Celentano ce l’ho dentro.
Da piccolo, ascoltando le sue canzoni, suonavo sul tavolo come fosse una batteria, con le dita come fossero bacchette, e mia madre, regolarmente, mi diceva di smetterla. Io andavo perfettamente a tempo e ci mettevo anche dei cambi di pregevole fattura, ma lei non capiva. Con la chitarra le so fare tutte, e le faccio anche bene (per una volta me lo dico da solo).
Ho un caro amico, percussionista amante dei ritmi cubani e rintronato quanto me, che ogni volta che mi incontra mi ripropone di mettersi insieme e andare in giro a suonarle, perché la gente non le conosce e tutto questo non deve perdersi. Io non lo farò mai, di andare in tournée, sono più da casa di riposo, però ha ragione lui. E questo vale per Celentano e per tutti quelli che hanno scritto la storia della musica leggera in questo paese. Una gran bella storia.
E qui avrei anche l’elenco, ma non voglio annoiarvi, tanto il concetto è chiaro.

Voi continuate ad ascoltare le vostre merdate e a intendere la musica come uno show patinato in tv, zeppo di gossip e pubblicità, come Amici o X-Factor, da dove escono i vostri fenomeni, magari giudicati e decisi da soggetti come Sfera Ebbasta, la Lamborghini, o Mara Maionchi, una che ci si chiede come abbia fatto la civiltà a evolversi anche senza di lei.
Io invece ringrazio Celentano, e con tutto il cuore, e continuerò ad ascoltare e suonare lui, insieme agli altri che mi hanno salvato la vita, poi l’hanno resa più facile, e spesso perfino piacevole.

E se c’è un tavolo dove suonare con le dita sarò ancora quel bambino.
Magari mia madre adesso ha capito.