La scogliera

C’è una salita, nella parte vecchia della mia città, che porta al Palazzo Comunale. La percorro, entro dentro e attraverso un portico. Cammino piano, passo su passo, come battere un tempo lento, come mi piace fare. In fondo un portone, di quelli austeri e pesanti, con gli stemmi e le scritte, che si apre su un immenso salone. Mi muovo lentamente, con timore e rispetto. Mi guardo intorno, ogni volta con stupore nuovo, i quadri alle pareti, gli arazzi, le porcellane, i lampadari pesanti, le tende che diffondono una luce calda e morbida.     
I miei passi suonano bene, riverberati dall’ambiente.

Al centro, un tavolo in marmo, e sopra un libro enorme con la storia e le immagini di Arezzo nel tempo. Sfoglio quelle pagine con la curiosità di sempre, scoprendo ogni volta cose nuove. E penso a quelle vite, alle storie raccontate, a quante prima di noi e a quelle che verranno dopo. Penso alla Bellezza, al Dolore, all’Arte, alla Cultura dentro quelle pagine.

Mi stupisco che non ci sia mai nessuno, ma la gente non ama conoscere, non vuole sapere. E non è solo per ignoranza, è peggio: è rifiuto, egoismo, paura di vivere altre vite, confrontarsi con altro che non faccia parte del nostro piccolo mondo di merda e che lo possa mettere in dubbio.
Chiudo il libro e lo rimetto a posto con cura.

Poi, dietro una tenda in fondo alla stanza, una piccola porta scalcinata che stona con la solennità del resto, ma che nasconde una Meraviglia. La apro, come le mille volte che l’ho fatto, col solito, familiare, cigolio, e scendo i pochi scalini in pietra che, da una piccola terrazza, girano dietro il palazzo.
E all’improvviso, come una magia in dissolvenza, l’orizzonte lascia posto alla mia magica scogliera, che prima fa da quinta e poi si apre come un sipario su un mare che non so quale sia ma ha la bellezza di tutti quelli che esistono. I miei occhi hanno già visto questo, ma, come bambini appena entrati al parco giochi, corrono subito a riempirsi di quella Meraviglia. Io li lascio andare, mi siedo su quei sassi, e aspetto, ad ogni respiro, per ogni battito, che il rumore delle onde sugli scogli si porti via i pensieri bui e faccia da tappeto a quelli che mi piace avere.
E finalmente la quiete, quando il corpo non ti chiede niente e di niente ha bisogno. Quando tutto è in un equilibrio assoluto e perfetto, e ogni cosa fuori e dentro di te è al suo posto.
E quando anche tu, sei al tuo posto.
Un’armonia che succede di rado.
Ma di rado è abbastanza.

La strada che mi ha portato qui, al ritorno non l’ho mai fatta.
Mi basta svegliarmi.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)