Li ho visti anch’io

Lo confesso, li ho visti anch’io gli Inti-Illimani, più o meno quando li ha visti Gaber.
E ho visto anche i Nomadi.
Come che c’entra? Erano i concerti da vedere, allora. Per gridare la propria appartenenza, per essere di Sinistra, quando essere di Sinistra voleva dire qualcosa, o sembrava che volesse dirlo.
Le canzoni dei Nomadi, e anche quelle degli Inti-Illimani, mi piacevano, perfino molto, ma mi piaceva anche quello che si provava a stare insieme, in quelle piazze.
Condividere quella stessa voglia di cambiare è stato bello.
Inutile, ma bello.
Adesso quelle piazze non ci sono più, e nemmeno quei circoli o quelle stanze prese in affitto per ritrovarsi e stare insieme, a condividere ancora quegli stessi ideali. Oggi manca qualsiasi ipotesi, anche velata, di quello spirito di rivolta, mancano le idee, e soprattutto non c’è più quel bisogno di appartenenza che c’era allora.
Ha vinto la rassegnazione, e poi ha vinto l’egoismo.
Ma è un discorso complicato, e io non lo so fare.

I Nomadi, fra i nostri gruppi, sono sempre stati fra i più politicizzati. Iniziarono cantando le canzoni di Guccini. Su tutte, “Dio è morto”, che la politica, ottusa come sempre, censurò, ritenendola blasfema. Fu una delle poche occasioni in cui la Chiesa si dimostrò lungimirante, perché capì che blasfema non era, anzi era proprio il contrario, e infatti prese a trasmetterla a Radio Vaticana. Ci furono anche, fra le altre che li hanno resi famosi scritte da altri, “Noi non ci saremo”, “Per fare un uomo”, “Il vecchio e il bambino”, “Primavera di Praga”, e ci sarebbe stata la splendida “Auschwitz, la Canzone del bambino nel vento” in una versione più struggente e dolorosa di quella che ne aveva fatto l’Equipe 84 nel 1966.
E ci fu “In morte di SF”, la mia preferita, e non solo la mia visto che Guccini ci ha sempre aperto i suoi concerti. Anche lei ebbe qualche problema di censura. 1967, l’Italia era in pieno boom economico, le Fiat 500 e 600 andavano a ruba, un po’ come gli smartphone di oggi, e le autostrade che dovevano contenerle avevano preso a devastare il territorio e a distribuire tangenti. Cantare che si moriva negli incidenti d’auto non venne presa benissimo. E infatti il titolo diventò “Canzone per un’amica”.
Ma non era una canzone triste. Parlava di morte, certo, ma soprattutto parlava d’amore. Si trattava di scegliere da quale parte stare, come leggerla. Un po’ come per il bicchiere a metà.
A proposito di questa canzone, vi racconto un piccolo aneddoto, ma visto che vi stancate facilmente di leggere, se vi sentite appesantiti e vi si abbassano le palpebre, potete spostarvi tranquillamente in qualche altra pagina più agile e schioppettante. Io non mi offendo.
Una volta, diversi anni fa, con Gianni, l’amatissimo Gianni, un altro stordito come me che per quella canzone aveva un amore incredibile, vecchi ricordi di momenti belli, ci ritrovammo ad una festa di comunione di un parente comune, o forse non era un parente e non era nemmeno una comunione, ma tanto questo non è importante.
Una bella festa però, e c’era un musicista, un ragazzo che con la sua chitarra e la sua voce allietava la serata, già lieta di suo.
Durante una sua pausa, Gianni mi chiese di prendere quella chitarra, tristemente abbandonata sul suo supporto, e di fare, appunto, quella canzone. Erano i tempi in cui bastava che vedessi una chitarra e superavo qualsiasi imbarazzo; quella poi era un’irresistibile Stratocaster bianca, e io non potevo certo rifiutare. Così, jack inserito e microfono aperto, la feci. Ecco, ora immaginate la scena: il rinfresco, parenti giulivi e bambini festanti, le risate, e io che cantavo ‘…non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ti aspettava…’
Esatto, avete immaginato bene. E’ stato proprio così.
Ma ve l’ho detto, per me era una canzone d’amore.
Si fermarono perfino ad ascoltarmi. Forse lo era anche per loro.

I Nomadi e Guccini. Augusto e Francesco. Quando salirono sul palco insieme, per quell’Album Concerto, live epico e leggendario del 1979, Cristo se erano belli! Quel loro cazzeggiare e alternarsi nel cantare quelle meraviglie è stato uno dei momenti più alti della musica italiana.
Un anno epico e fortunato, quel 1979, lo stesso di De André in concerto con la PFM.
Oggi, se proprio ti dice bene, sul palco ci trovi Biagio Antonacci e Laura Pausini.
Eppure, su certe cose del passato, i giovani ci pisciano sopra con sufficienza e arroganza, e questo potrebbe anche essere accettabile. Due generazioni di differenza producono effetti. Ma quello che fatico a capire è quando, a disprezzare quei tempi e quei concerti, sono i loro genitori o i loro nonni, troppo dediti ad un infantile giovanilismo, convinti che certi atteggiamenti di distacco da se stessi e dalla propria storia siano sufficienti a sconfiggere il tempo che passa.
Ma il tempo, se cerchi di fregarlo, ti ha già fregato lui.
Perché si può invecchiare in tanti modi. Si può farlo da Nomadi, battendo lo stesso ritmo dello scorrere del tempo, oppure da Pooh, facendo finta di niente e continuando a incatramarsi i capelli come se il tempo non se ne accorgesse. Come se un diabetico mangiasse la Nutella di notte, convinto che la malattia dorma.
E poi, anche la musica un po’ melensa dei Pooh, mi è sempre piaciuta poco.
Invece ai giovani, a quelli per i quali nomadi è soltanto un sostantivo, e nemmeno troppo amato, dico solo che spero che anche loro, quando il tempo sarà in scadenza e avranno bisogno di più forza per affrontarlo, abbiano per compagnia anche una musica da riascoltare.
Che abbiano i loro Nomadi.
Per rivedere ancora quei momenti, fantasticare sui quei ricordi, su quell’amore mai nato o su una storia finita, e per tenere i sogni sempre accesi perché rinunciare ai propri sogni è la sconfitta peggiore.
Per piangere o ridere. E per restare vivi, la cosa più difficile.
Ma forse loro avranno i Modà e Sfera Ebbasta e saranno contenti lo stesso.
I tempi cambiano.

Sì, ho visto gli Intillimani e i Nomadi. Ma allora non ho pianto.
Lo faccio adesso.