La villeggiatura

Succedeva d’estate, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Tanti anni fa. Troppi.

Si andava a passare qualche giorno a Molin Nuovo, dai parenti. Era la nostra villeggiatura, la sola che ci potevamo permettere. Non avevamo la macchina, e nemmeno nessuno che potesse guidarla, così venivano a prenderci a volte lo zio Orfeo, altre la zia Rina e una volta perfino Aldo, un cugino acquisito che da quelle parti era una specie di boss.
Orfeo aveva una Nsu Prinz, macchina famosa per la bruttezza e che prendeva fuoco a guardarla, forse per l’imbarazzo, ma che poi andava come il vento, la Rina aveva una Fiat 600 bianca e Aldo una Fiat 850, di quelle che si ribaltavano anche da ferme. Però coupé.

Molin Nuovo, un centinaio di abitanti, era una ridente e amena località a venti chilometri da Arezzo, nello stesso comune, ma allora le distanze sembravano maggiori. Erano altri tempi.
Non c’era quasi niente: una decina di case, un bar alimentari e una panchina. Il bar era il centro di qualsiasi attività, ci venivano tutti. Dentro si giocava a carte, si beveva, si facevano due chiacchiere e si beveva, ci si incontrava, i ragazzi si corteggiavano e si beveva, gli automobilisti di passaggio si fermavano per fare merenda e poi bevevano anche loro. Si stava insieme. E si beveva. Era bello.
Oggi quel bar è una trattoria dove fanno la carbonara e i ravioli burro e salvia migliori del pianeta, piatti dei quali io e Andrea, di tanto in tanto, ci beiamo nelle nostre scorribande in moto, ma è l’unica cosa rimasta, anche se solo in parte. Della vita di allora non c’è più niente e non c’è più nessuno. Puoi riconoscerli tutti, parenti compresi, nelle foto sulle lapidi del vicino cimitero. Girare fra quelle tombe è come, allora, entrare in quel bar e passare fra quei tavolini di chiacchiere, tressette e vino.
Ma questa, a parte la carbonara e i ravioli, è una storia triste.

L’attesa del viaggio era frenetica. Si cominciava a preparare i bagagli già due giorni prima. Vestiti, cibo, vettovaglie, lenzuola. La notte prima la tensione diventava altissima. Eccitazione e paura accendevano emozioni che non avrei mai più provato.
E menomale.
Questa volta sarebbe venuta la Rina, a prenderci.
Puntuale, come sempre. Vestito delle funzioni e macchina pulita, come sempre.
Si saliva, io dietro e l’Olga davanti (ciao ma’), si abbassavano le sicure perché così, anche in caso di incidenti, saremmo stati più protetti e poi non si sa mai qualcuno dell’Anonima Sequestri avesse tentato di rapirci, e in un attimo la macchina era pronta ad affrontare lo Scopetone, una montagna irta e molto pericolosa subito fuori Arezzo.
Il motore ruggiva su per quella salita che nemmeno Munari con la sua Lancia Fulvia HF, tanto per rimanere a quei tempi. Quella 600, con la sua aerodinamica rovesciata, tentava disperatamente, e invano, di fendere l’aria, arrampicandosi su quelle curve con temerario ardimento. La prima marcia, oltremodo provata, lanciava grida di disperazione interrotte solo occasionalmente dall’inserimento liberatorio della seconda, tenuta però prudentemente a bada da massicci e ripetuti interventi sul freno.
Il viaggio proseguiva così, in una miscela odorosa di frizione esausta e freni sfiniti che creava minacciose nuvole di fumo nero.

Prima destinazione Palazzo del Pero, dove avremmo fatto tappa, prevista e financo agognata.
Era un viaggio molto lungo e dovevamo tutelare uomini e mezzi, come alla Parigi-Dakar. Soprattutto temevamo per la perfetta efficienza psico-fisica della Rina, poco avvezza a distanze così elevate, ma eravamo anche preoccupati per lo stato del mezzo meccanico, sottoposto a stress di portata inaudita.
Sapevamo bene che valicare quella montagna sarebbe stata un’impresa epica, ma ogni volta quei dieci chilometri si rivelavano un inferno sempre più duro. L’odore di bruciato che ci accompagnava si spandeva ormai per l’aere con un grado di tossicità probabilmente mortale, che se dovesse succedere oggi interverrebbe la Protezione Civile con un allarme rosso, e Greta Thunberg ci picchierebbe direttamente.
Per fortuna non esistevano ancora.

Le curve dello Scopetone si aprivano su strapiombi abissali ma la Rina, sfruttando abilmente il cambio con le stesse due marce di prima, riusciva ad assecondarle con grazia e sicumera. Dopo aver finalmente conquistato la vetta di quella montagna, la strada cominciava paurosamente a scendere, e qui bastava la prima, accompagnata da un incessante utilizzo del freno, come per la salita. Uguale.
Che poi, prima e seconda sono le sole marce che lei abbia mai usato.
Ormai lanciavamo nuvole di fumo così imperiose che pare che siano state avvistate anche nelle riserve Navajo fra il Nuovo Messico e l’Arizona, ma non conoscendo quel linguaggio, gli indiani se ne sono sbattuti i coglioni.

Finalmente, dopo quaranta minuti di quell’odissea, si arrivava al Palazzo. Esausti.
Qui ci conoscevano tutti, è un piccolo paese diventato però famoso proprio per essere tappa intermedia fra Arezzo e Molin Nuovo, e infatti di questo posto esistono tracce in quasi tutti i diari dei viandanti pellegrini che abbiano affrontato questo viaggio nel corso dei millenni.
Qui ci si sgranchiva e, soprattutto, si metteva qualcosa nello stomaco (e dove, sennò?). Ci si rifocillava in maniera frugale, quasi sempre con una teglia di pasta al forno preparata la mattina stessa prima di partire, e due fegatelli.
Poi, dopo due o tre ore di riposo digestivo, si affrontava l’ultimo tratto: sette chilometri pianeggianti, ma molto transitati e perigliosi, con l’Olga che faceva da navigatore alla Rina mettendola in guardia sulle curve più pericolose, cioè tutte, e ammonendoci ognun, per ciascuna di quelle curve, con le statistiche degli incidenti e dei morti.
Dopo altri 40 minuti, stremati, entravamo finalmente in Molin Nuovo, dove parenti e amici, e anche chi non c’entrava un cazzo, allertati da giorni e assiepati ai lati della strada già da ore, come per l’arrivo della Mille Miglia, ci accoglievano festanti.

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Rapporto di viaggio
Arezzo – Molin Nuovo: distanza 20 chilometri scarsi.
Stato del mezzo all’arrivo: freni da rifare e frizione bruciata.
Stato dei passeggeri: la pasta al forno è ancora lì che galleggia sospesa.
Tempo di percorrenza al netto delle soste: 98 minuti.
Tempo di percorrenza compreso le soste: ciao.
Media effettiva: qualsiasi calcolatrice, e tutte le colonne di Excel, nonostante ripetute sollecitazioni, si rifiutano di calcolarla, ma si valuta che camminando sui ginocchi e trainando la 600 coi denti, si poteva fare di meglio. Ma anche portandola sul groppone.

Però eravamo salvi.
E pure felici.