A proposito di scuola

Qualcuno ha detto che la cosa più triste dell’autunno sono i bambini col grembiule e la cartella.
L’ha detto nel mesozoico, quando c’erano i grembiuli e le cartelle, ma era una cazzata già allora.
In autunno accadono solo cose belle: le foglie che cadono, le castagne arrosto, il mare che si spoglia e resta finalmente nudo, la scomparsa delle infradito.    
E una delle cose belle è proprio la riapertura della scuola. Quella odiata da tutti ma subito rimpianta, quando se ne capisce il senso e l’importanza, quando si riesce ad apprezzarne il valore e la bellezza, e si comprende come quegli insegnamenti e quei rapporti umani ci abbiano formato e fatto diventare quello che siamo.    
O che non siamo.

Oggi però la scuola è sputtanata che di più non si potrebbe. Come tutto quello che riguarda ‘il sociale’, del resto, ma ancora di più e ancora peggio. Quella di volerla demolire è una scienza esatta, messa a punto nel tempo, con meticolosità e coerenza, da qualsiasi governo ci sia capitato di subire.   
Finanziamenti che via via evaporano, insegnanti che mancano oppure umiliati e strapazzati quando ci sono, locali che non sfigurerebbero nei bassifondi di Calcutta, ministri scelti accuratamente fra quelli che di questo mondo non sanno una fava di niente. Altrimenti la Gelmini del tunnel per far viaggiare i neutrini e la Fedeli coi capelli all’antiruggine non si potrebbero spiegare.  
E di quei ragazzi, della loro crescita e del loro futuro, in fondo non frega un cazzo a nessuno. Tanto se crescono stupidi e ignoranti è meglio, così impareranno da subito a non accorgersi di come verranno presi per il culo da qui a quando schianteranno, e nel frattempo non romperanno troppo i coglioni.      
E poi a loro ci penseranno quegli stronzi degli insegnanti.

Fidatevi, chi detiene il Potere ragiona così, e le parole per dirlo, nel mio etrusco antico, sono queste.
Perciò non rompetemi ancora le palle con questa storia che uso troppe ‘parolacce’.
Io conosco parole d’amore e parole di disprezzo. Le so tutte. E uso quelle che servono, quando servono, e per chi le merita. Certe nausee lasciatele per altro. E per altri.    
La mia volgarità, in confronto a certo parlare elegante, è fine poesia.

Gli insegnanti, dicevo. Parliamone.         
I meno pagati d’Europa, sfanculati da chiunque e colpevoli di qualsiasi cosa, perfino di pretendere contratti decenti. Truppe allo sbaraglio di eroi loro malgrado, condannate, come vittime di un maleficio oscuro, a essere sempre fra il martello e il martello: da una parte i loro dirigenti, ottusi e servi come tutti i dirigenti, e dall’altra i genitori della sacra progenie.      
E tutti giù a picchiare come fabbri.

E loro nel mezzo, con la responsabilità di insegnare, ma anche di educare e crescere quei ragazzi, visto che la famiglia spesso non lo fa e nemmeno ci prova, tanto poi ai loro virgulti ci penseranno quegli stronzi degli insegnanti (cit.).       
Appunto.
E infatti gli insegnanti ci pensano. Potete scommetterci che, se avessero lo stesso sbattimento di coglioni dei loro dirigenti, le scuole sarebbero già da un pezzo solo un covo di topi e piattole.  
E invece.

E qui vorrei dire due o tre cose ai genitori, uno dei due martelli di prima (dei dirigenti parleremo un’altra volta).        
Provate a mettervi nei loro panni, degli insegnanti dico, perché loro, nei vostri, ci si mettono, eccome. Provate a immaginare quella fatica, e allora forse non gli farete la guerra ogni volta che osano anche solo permettersi di mettere in dubbio la perfezione del vostro intoccabile pupillo. Non prendereste ottusamente le difese del vostro bimbo a ogni suo vagito di lamentela, e non dareste per scontato che abbia comunque ragione lui, sfanculando allegramente professori, presidi e chiunque non sia d’accordo con voi. Magari potreste perfino rendervi conto che a sbagliare è stato proprio il vostro fenomeno.      
O almeno vi porreste il dubbio, e cerchereste di capire, cazzo!

Provateci, immaginatevi al loro posto. Poco più di mille euro per portare sul groppone il peso enorme di formare le scelte e il futuro dei vostri figli, con dentro la paura di sbagliare e quella di non farcela, e quei venti o trenta arnesi inguastiti da tenere sempre a bada, voi che a malapena riuscite a farlo con uno solo.  
Seguitelo, il vostro ragazzo, certo, e pretendete per lui sempre il massimo. Ma poi fidatevi dei suoi maestri, e mettetevi nella testa che prendere comunque le difese del vostro eroe non lo farà crescere.  
Lo aiuterà di più una punizione ingiusta che una ragione data a prescindere.

E anche ai ragazzi, principali protagonisti della nuova stagione che sta per iniziare, vorrei dire due cose, nonostante un arco temporale analogico-digitale troppo ampio di differenza.   
Amateli questi anni, amatela la vostra scuola, e ogni giorno che ci entrate dentro, fra quelle mura spesso fatiscenti, immaginate di essere in un posto magico e lasciate che la vostra mente si apra, come è portata a fare ed è naturale che sia.
E vedrete come si riempirà di quella magia, chiamata Conoscenza.

E per ogni cosa che imparerete, che si tratti di Parole o di Numeri, di Storia, di Geografia o di qualsiasi altra forma di Bellezza, fermatevi a guardarla, quella cosa, a capirla. Girategli intorno, assorbitela piano, annusatela come fosse un profumo, respiratela come fosse aria buona, ascoltatela come fosse musica, e assaporatela piano, a piccoli bocconi, fino all’ultimo.
E poi leccatevi le dita.
La vostra mente è spaziosa, ci può entrare tutto un mondo di cose, altro che la capacità di un cazzo di hard disk, e per ogni cosa ci entreranno pure i sentimenti e le emozioni che quella cosa vi accenderà o si porterà dentro.       
E resteranno lì, al sicuro.   
E cresceranno, diventeranno ricordi, stimoli per formare il vostro pensiero e chiavi per leggere quello degli altri.
Saranno il vostro kit di sopravvivenza per capire quello che succede, una cassetta degli attrezzi per non farvi prendere per il culo.

Io sono stato fortunato, ho avuto maestri e professori che mi hanno insegnato questo, oltre al rispetto per le persone e per i valori che contano, ma ci ho anche messo del mio: la curiosità, la voglia di sapere, e un debito di riconoscenza da saldare verso chi me lo aveva permesso, di poter studiare.
Ecco, metteteci del vostro anche voi.      
Ne vale la pena.

Tutta questa rincorsa mi serviva, alla fine, anche per augurare a tutti, insegnanti studenti e genitori, un buon Anno Scolastico.

Ma anche un buon anno e basta.