Parole

Nella nostra lingua esistono circa 250mila lemmi (cosa?) che declinati, coniugati, lavati, stirati e ammirati, costruiscono più di due milioni di parole utilizzabili. Tante.
Con tutti questi termini dovrebbe essere semplice conversare, spiegarsi, descrivere stati d’animo, pensieri,  sentimenti, emozioni.
In realtà ne usiamo solo poche migliaia, le statistiche dicono fra 5mila e 50mila circa. Dipende ovviamente dal grado di cultura, dalla curiosità di conoscerle, dal piacere di usarle. E dalle cose da dire.
Dipende.
E comunque per una conversazione e per descrivere un pensiero anche complesso non ne servono molte. Che poi è la loro scelta che è importante; non la quantità, e nemmeno la ricercatezza.
Diffidate di chi ne usa poche vantandosi della propria ignoranza, o di chi troppe, facendo sfoggio di una inutile cultura nozionistica e bulimica con la quale si riempie la bocca di niente, ma soprattutto diffidate di chi le usa a cazzo. Le parole devono essere quelle giuste.

E allora, come i numeri, che se usati correttamente permettono di risolvere i problemi più complessi, o le note musicali, che con la loro combinazione creano meraviglie, anche le parole, soprattutto le parole, accessoriate come si deve da verbi coniugati correttamente, congiunzioni, preposizioni, punteggiatura e tutto quello che serve, potranno trovare le soluzioni, descrivere armonie bellissime, e creare quella Bellezza che è poi la sola cosa che potrebbe salvarci, se fossimo in grado di apprezzarla.

Le parole, dette o sentite, sono delicate ma hanno una forza devastante, fragili come sottilissimo vetro ma dure come il diamante più prezioso. Possono essere gridate, o appena percepibili, accarezzare teneramente sulla guancia, e colpire duro sotto la cintura, vigliaccamente. Sono soffio di aria fresca nell’afa estiva e gelido vento di tramontana in inverno. Possono dare la vita, o negarla, accendere i sogni e distruggerli, come fa uno spillo con una bolla di sapone.  
Certo, quelle giuste. A saperle.

Che poi, per rovinare tutto a volte ne basta anche solo una sbagliata, come un anello troppo debole in una catena e che per questo la rende fragile, come un pezzo che non si incastra nel puzzle, e quello giusto sembra che non ci sia nemmeno. Il cervello non la trova, lei è sfuggente, fa la ritrosa, si fa desiderare, si nasconde. Allora cominci a balbettare… come dire… insomma… beh… allora… vediamo… dunque… ricominci il discorso come per prendere una nuova rincorsa… e intanto, cercando di ostentare una sicurezza che non hai, continui a frugare nel mazzo per fare uscire la carta giusta. Oppure, se ti piace scrivere, pisticci incerto sulla tastiera, cerchi di concentrarti, fra un del e un ctrl+z, provi con una musica diversa dal solito blues – Knopfler – Pink Floyd e Morricone,  per riprendere a battere lo stesso tempo del tuo cervello.
Tutto per quel pezzo mancante del puzzle.
E più è importante quello che devi dire, più quella cazzo di parola si atteggia a ‘Ombretta sdegnosa del Mississippi’.

Succede quando c’è da descrivere emozioni che si muovono più velocemente di te, che escono dall’anima, che sanno di rabbia e di amore, di dolore e di gioia. Succede quando le parole che cerchi, da dire o da scrivere, si bagnano nelle lacrime e diventano illeggibili, o quando si mettono a ridere di gusto e ti distraggono perché ti metti a ridere con loro. Succede quando sei troppo coinvolto e la passione annebbia la ragione e perfino la logica, o quando c’è da lottare per un diritto, o un’idea, contro avversari troppo più forti di te, e sai che qualsiasi parola non potrà avere la forza che invece servirebbe. Succede quando con quelle parole vorresti portare qualcuno in paradiso, o mandarlo all’inferno.
Succede quando ti aggrappi ancora a una speranza, e provi a difendere quel cazzo di sogno più grande di te.

Ecco. In quei casi, quando le maledette non escono, o non ne trovate di giuste per quello che dovete dire, arrendetevi. Scegliete il silenzio. Le parole che vi mancano sono lì dentro, in quello che non direte.    

Ma forse chi deve capire capirà lo stesso.