Il torneo di carte

L’attività ricreativa del Bar che riscuote da sempre maggior successo è senz’altro l’annuale Torneo di Carte.

Il gioco delle carte, in Toscana, è molto diffuso e viene praticato con assiduità e passione in quasi tutti i bar di provincia. Spesso è motivo di attrazione e spettacolo e attorno al tavolo da gioco si creano gruppi di spettatori e semplici curiosi. Quasi sempre però questi non si limitano ad osservare ma, potendo vedere le carte di tutti, intervengono con giudizi e consigli sulle giocate, fino a quando dal tavolo si leva, all’unisono, un corale vaffanculo che li riporta all’ordine.
Si gioca con le carte toscane, quelle con cuori, quadri, fiori e picche (come quando fuori piove).
Generalmente, i tornei di questo tipo prevedono solo la briscola, ma quello che organizziamo al bar è più completo e articolato e comprende anche il tressette e soprattutto lo scopone scientifico, la punta stilistica più alta del gioco delle carte e quello che richiede le abilità maggiori.

Fino a qualche anno facevamo tutto da soli e per i premi, visto che il torneo si tiene a Gennaio, usavamo le bottiglie di spumante e i dolciumi avanzati del periodo di Natale. Spesso anche quelli scaduti degli anni prima.
Adesso invece, abbiamo lo sponsor. È il Sudicio di Antria, uno che gestisce una macelleria e mette a disposizione due prosciutti per la coppia vincitrice e due salami per i secondi classificati. La scelta dei salami non è casuale ma fortemente simbolica e implica la coglionella destinata a chi arriva secondo. Perché qui conta solo vincere, non ci sono altri piazzamenti onorevoli. Gli altri perdono tutti. E perdere da secondi è proprio da coglioni. Il prossimo anno, visto il successo della manifestazione, il Sudicio fornirà anche una porchetta impillottata, costoliccio e salsicce in grosse quantità, e sugo da crostini neri, da consumare in un frugale apericena pre-gara.

La gara è molto sentita, l’attesa spasmodica e la tensione altissima.

La mattina dell’evento, i partecipanti vengono portati in piazza del Duomo, per la benedizione impartita dal Vescovo, come si fa con i cavalli e i fantini del Saracino, manifestazione minore della vicina città di Arezzo. In quel caso è un rituale simbolico, nel solco della tradizione. Nel nostro invece è una misura preventiva. Sì, perché la sera si prevede un tasso di bestemmie elevatissimo e allora il prete ha chiesto e ottenuto questa precauzione.

La sera, all’ingresso, il servizio d’ordine controlla che non vengano introdotti corpi contundenti, come mannaie, asce, picconi e falci fienaie. Una volta Straccio si nascose dentro le mutande una granata inesplosa del ‘43 che aveva rinvenuto nell’aia sotto casa. Quel gonfiore però ci apparve in lui sospetto e innaturale, e così lo sgamammo subito.

Le coppie vengono sorteggiate all’ultimo momento, per evitare irregolarità e accordi sottobanco. Più o meno un’ora prima dell’inizio. Ogni partecipante estrae un numero da un sacchetto (lo stesso che usiamo per la Tombola di Natale) quindi lo memorizza e lo mette in un altro sacchetto più piccolo. Poi, dal sacchetto più piccolo, si estrae nuovamente un numero, ma una volta finiti i numeri ci siamo dimenticati i primi e non si è capito nemmeno bene, in tutti questi anni, come funzionerebbe questo meccanismo di abbinamento. Così, come sempre, si fa alla vecchia maniera: decide il Clava.  Però con criteri di equità.

Da qui all’inizio vero e proprio della competizione le coppie hanno trenta minuti per concordare le loro strategie. Lo fanno ritirandosi in disparte, lontano da occhi e orecchi avversari, o dalle loro spie, sordidi mercenari prezzolati rimasti fuori dalla gara che vengono ingaggiati dai più facoltosi per carpire indizi sulle tattiche adottate dal nemico.
Quindi si provano ammicchi, occhiolini, bocche guerce, linguine, spallucce, occhi rivolti in su come se posseduti dal demonio, e si sperimentano anche segni e acimicchi (si dice così, sì) non convenzionali, tipo codici o parole segrete, calci negli stinchi di entità e posizionamento variabili in base alla segnalazione da dare, segni con le dita sul tavolo, mano fra i capelli. È chiaro che tutto questo è irregolare, perché, a parte la briscola, dove è consentito tutto, nello scopone è vietato qualsiasi tipo di cenno e di parola e nel tressette vengono accettati solo i segnali tipici del gioco, tipo ‘busso, striscio, un’altra, per te, volo, tengo’, ma solo a chi gioca di mano. L’abilità della messa a punto di questa tattica è appunto quella di concordare segnali che i giudici non riescano a valutare come tali. Visto che i giudici, di norma il Nocciolo e il Patata, sono annebbiati dal vino già alla prima mano di briscola, non è difficile.

Come da tradizione del Bar, dove vige da sempre il sessismo più bieco, al gioco non sono ammesse donne. In ogni caso l’unica che lo frequenta, la Zambracca, non sa giocare. Però le piace esserci, e arriva agghindata a festa, con lo stesso vestito da trentotto anni, e anche con lo stesso trucco, inondando il locale con il suo profumo, un estratto di sintesi ricavato dal processo di decomposizione di  un gatto  morto lasciato a candire una settimana in una fogna di Calcutta. Per fortuna interviene immediatamente il Puzzola, già allertato dal mattino. Lui si pone al centro della stanza, simula un volo radente di uccello agitando le braccia e da quelle ascelle si librano nell’aere aromi olfattivi di inaudita veemenza che riescono a bilanciare quel fetore ripristinando uno stato di normalità. Più o meno.

La serata, e poi la notte, è lunga, pesante e dagli esiti ignoti. Si entra amici e si rischia di non parlarsi poi per tutto il resto dell’anno, ma può succedere anche il contrario. Una volta partecipò Ardito, famoso frocione di Chiani, in coppia col Bestia, un camionista ucraino da tempo trapiantato a Sassino, ma nonostante le prove e i segnali concordati nel pre-gara, turbato dal fascino rude del compagno, già durante la prima briscola gli faceva solo linguine, occhi belli e gli tirava bacetti. Andarono fuori subito, ma si fidanzarono, partirono per il Marocco, e se ne sbatterono i coglioni.

Più o meno un quarto di secolo fa, questo torneo l’ho vinto anch’io. Ero in coppia con il conte Lino di Monte San Savino (partecipano da tutto il mondo), non un vero talento, ma molto scenografico e in grado di provocare gli avversari fino a portarli al loro limite di sopportazione, inducendoli quindi all’errore, riuscendo inspiegabilmente a rimanere fisicamente integro. Io, invece, ero il teorico. Il professore, come mi chiamava lui. Contavo e memorizzavo tutto. Punti, briscole, stilli, giocate, quarantotto, le mattonelle del bagno, scoprivo il bluff dell’avversario dal terrore nei suoi occhi. Dichiaravo le mosse come Nuti il rovescio e filotto ne ‘Io Chiara e lo Scuro’.
Vinsi un panettone Pineta, di quelli senza scatola ma con i canditi, un torrone Sperlari morbido e una bottiglia di Asti Cinzano che ancora conservo. 

Fu un vero trionfo.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)