Sul ring

La vita è come un incontro di boxe. 
All’inizio, le prime riprese, sei forte, balli sul ring, magari hai poca strategia e manchi di tattica, ma sei spregiudicato, sai di farcela, sei invincibile. Ti bastano l’istinto, la passione, la volontà. Picchi duro. E i colpi vanno a segno, hai concentrazione ed energie per mirare il punto giusto: non a casaccio, ma dove fa più male. Quelli dell’altro riesci bene a schivarli e se arrivano non li senti. Tua madre te le dava più forte, direbbe Rocky. 
All’inizio.

Ma l’incontro va avanti e le gambe cominciano a diventare pesanti. L’avversario è sempre lì, in piedi, e adesso i suoi colpi fanno male, ti sembra più veloce, e allora ti affidi all’intelligenza, alla tattica. Sai di boxe, sei un professionista di talento, mica un teppistello di quartiere, sei stato preparato bene, allenato come si deve, conosci i movimenti giusti e sei ancora lucido. Sai dove spostarti, come trattenerlo e legarlo nei momenti di maggior fragilità. Scandisci i tempi di ogni ripresa e sai che finirai anche questa. 
Metà incontro.

Il tuo pubblico capisce quello che tu non sai accettare: qualcosa non va, vincere non è scontato come sembrava, ma ti è vicino, fa il tifo per te, sembra sincero. I colpi arrivano sempre più forti, qualche vecchia ferita ritorna e altre se ne aprono di nuove. Entrambe sanguinano, e le riprese sembrano non finire mai. Il tempo si dilata, si allontana, eppure tre minuti finivano in fretta. I tuoi pugni vanno a vuoto, non fanno più male, sei lento, impacciato. La vista si annebbia, l’avversario diventa sfuggente, ormai invisibile, senti solo i suoi colpi ma non puoi farci niente. Non li vedi più arrivare. 
Ultima ripresa.

Adesso hai smesso di crederci anche tu. Ti eri sbagliato, non era così facile. L’invincibile era l’altro. Sai che perderai e sarebbe facile lasciarsi andare, cadere giù, il dieci arriva presto. Sarebbe perfino bello. Ma c’è ancora una cosa da fare: arrivare alla fine. Non per il futuro, il futuro non c’entra, per te non c’è più. Ora ti giochi il senso di te stesso, quello che ne rimane: i sogni, le speranze. Per questo devi resistere, per non dargliela vinta, per fargli vedere che hai le palle, per chi ti vuole bene e pazienza se ormai ti hanno abbandonato anche quelli che credevi amici, e che adesso sono solo tifosi delusi dal tuo fallimento. Tu ci sei ancora, e qualcosa è rimasto. 
Qualcuno è rimasto.

Gli ultimi colpi sono devastanti. I tuoi invece non partono nemmeno, le braccia si sono arrese lungo il tronco e il tuo corpo vacilla come una spiga di grano piegata dal vento. L’ultima ripresa non finisce mai. Nella tua testa confusa metti ancora in fila emozioni e pensieri, ma adesso sono rimaste solo quelle che contano: l’orgoglio, la dignità. Il rispetto. Il resto non c’è più. 
Il resto non contava niente.

Ecco. Hai perso. Come sempre, come tutti. Ma sei rimasto in piedi.
Gong.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)