Tavira

Non so come facessi a capire che era il momento della mela. Forse era un gesto, come quello di posare il tovagliolo, o forse mi leggevi solo nel pensiero.
Tu e tua figlia Zara vi alzavate dalla cuccia e vi mettevate accanto a me, una per parte.
Sedute, educate. Implacabili.
E dalla bocca un filo d’acquolina che in poco tempo allagava il pavimento.
Io tagliavo la mela, la dividevo in 16 parti uguali, e ci potevate scommettere che fossero uguali. Voi, in quell’attesa quasi religiosa, restavate in adorazione mistica. Della mela, ovviamente. Poi, come una comunione laica, vi imboccavo quelle otto delizie a testa, lentamente, dolcemente, e mi godevo lo spettacolo, fino al gesto di ‘stop’ delle mani dopo l’ultimo pezzo, e alla carezza che lo seguiva. Così tornavate alla cuccia e io pensavo che era bello che la giornata finisse così, con l’ultima coccola prima della nanna.
Quella che mi avevate appena fatto.

Con i cani, e in genere con gli animali, ero sempre stato diffidente. Da piccolo mi aveva morso un pastore tedesco, un ’Rin Tin Tin’; più che altro mi aveva bloccato il polpaccio, senza stringere ma facendomi cadere, e quella paura non l’avevo mai superata. Facevo fatica a capire quelli che parlavano di amore e di dolore riferendosi a cani e gatti. Mi piacevano, mi incuriosivano, li rispettavo e non avrei mai potuto fargli del male, ma c’era come un blocco.
E oltre non sapevo andare.
Poi è arrivata Tavira, la splendida labrador di mio figlio, e tutto è cambiato. È saltato il tappo; diffidenza, scetticismo sono evaporate, e della paura è rimasta solo la parte razionale. Qualche anno dopo è nata anche la dolcissima Zara, sua figlia.
Ho imparato a conoscerle, il loro linguaggio, i bisogni, l’affetto, la voracità atavica. Ho imparato a guardarle. Ho imparato ad amarle. Ho giocato con loro come un bambino perché da bambino non l’avevo mai fatto, e ho sofferto quando sono state male e hanno rischiato la vita. Ho capito quali parole conoscono e ho parlato con loro, abbiamo riso insieme. Con la mia macchina fotografica le facevo mettere in posa, le ho ritratte spesso, ma era solo un modo per scoprire le loro espressioni, gli stati d’animo. Per adattarmi a loro, per farmi accettare nel branco.
Qualche giorno fa Tavira se n’è andata. Era stanca e il suo tempo era finito. Quella di rendere la loro vita così breve è proprio una stronzata, come a volerci far vivere con il freno a mano degli affetti tirato perché sai che ti lasceranno. Come a ricordarci che la vita è una merda.
Il dolore che ho provato è di quelli che non si raccontano.

Noi ci rivedremo ancora, piccola Tavi, quando verrà anche il mio momento. Tu intanto gioca, corri come quando potevi farlo, con quegli scatti improvvisi e quelle accelerazioni brucianti. E poi accucciati ancora, con quell’espressione saggia e profonda che mi ha sempre meravigliato. Come se tu sapessi leggere le risposte, come se le conoscessi già. Quelle che anch’io cercavo quando mi sedevo accanto a te, a scrutare l’orizzonte, oltre quella siepe.
Lo faremo ancora.

E poi ti imboccherò ancora una mela.
Il tuo paradiso ne è pieno.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)