Max Weinberg

Il nome non basta per capire chi è, ma l’abbiamo visto tutti, dentro una batteria nei concerti di Bruce Springsteen.

E’ un signore che ha compiuto ieri sessantacinque anni, di aspetto gradevole, con i capelli curati, gli occhiali da studente fuori corso, e un gilet di raso sopra una camicia dai becchi inamidati. A volte in giacca e cravatta.

Sta lì per ore a martellare i suoi strumenti con sincronismi perfetti e precisione chirurgica. Non si ferma mai, se non per battere quattro fra un brano e l’altro o per i silenzi previsti dagli arrangiamenti più intimisti. Suonare la batteria ai livelli richiesti dal Boss richiede, oltre al talento, fatica fisica in dosi massicce.

Eppure lui rimane impassibile, appena sorridente, mai una goccia di sudore, una posizione scomposta, una smorfia, i colletti della camicia fuori posto. Qualsiasi tempo, qualsiasi ritmo, qualsiasi cambio gli venga richiesto dalla E-Street Band, lui c’è. Preciso, affidabile. Sicuro. E se gli altri possono anche cedere per un attimo, se mancano un accordo di chitarra o una frase alle tastiere ci pensa il resto del gruppo a tamponare e ci vuole un orecchio attento per accorgersene, a lui non sono concessi sconti.
Se manca lui, se sbaglia un passaggio, se ne accorgono tutti.

Vorrei affrontare la vita come lui fa con i concerti. E per ogni momento, per ogni dolore, lacrima o sorriso che il pezzo richiede, riuscire a tenere il tempo giusto. Quello che la mia band, i miei compagni di viaggio, si aspettano da me. Il ritmo che serve per proseguire il concerto, per continuare a vivere, la base migliore per i loro “assoli”. E vorrei farlo con sicurezza, senza cedimenti, mascherando sentimenti e fatica dietro un sorriso. Senza dubbi ne’ paura di sbagliare. Senza perdere la presa delle bacchette, battendo con forza quando serve la forza e accarezzando piatti e tamburo con dolcezza, quando ci vogliono tocchi leggeri.

Proprio come Max. Senza accelerare, senza rallentare.

Senza fermarsi.
Mai.