La Panda verde

La puoi incontrare in qualsiasi momento, ma sempre quando sei in viaggio e stai passando proprio da lì. Ti appare davanti come la Madonna di Medjugorje a Paolo Brosio, con un tempismo portentoso che nemmeno le cazzate di Renzi. Un attimo, un flash e si materializza così, all’improvviso. Come una colica di reni.
È la Panda Verde.

Dentro c’è un anonimo vecchietto, o almeno così sembra. In apparenza pare dimesso e rintronato.
In apparenza. Non farti ingannare: è un professionista.
Una portentosa macchina da guerra, potentissima, preparata appositamente per seminare il panico nel traffico.
Fa parte di una squadra in azione sulle strade di tutta Italia. I soggetti utilizzati per pilotarle vengono reclutati nei centri anziani, a letto o accanto al caminetto acceso mentre, come di consueto, raccontano i loro cazzi ai nipotini esibendosi di tanto in tanto in qualche odorosa scorreggia, così, per farli divertire un po’.

Vengono poi preparati a vari livelli: al primo di questi vengono dotati di un piccolo Suzuki, uno di quei Suv abbastanza inguardabili, ma adatti all’uopo (a cosa?). Come se uno che non può permettersi un Brunello, bevesse la gazzosa. Al secondo livello avranno poi la macchina definitiva, l’arma totale: la Panda Verde, appunto. Al terzo livello passano poi i migliori di tutti; li riconosci perché hanno il cappello. Se incontri loro potresti non farcela mai. Sono invincibili.
Sono una cosa sola con la loro arma. Non la conducono, ne vengono condotti. Lasciano una scia di fumi bruciati che all’Ilva fanno acqua distillata, ma non è per il propellente usato: è la frizione, rimasta impegnata 36 anni prima all’uscita dalla rimessa e mai più liberata. I mezzi hanno solo due marce e qualche problema a gestirle tutte. La scalata dalla seconda alla prima sovverte qualsiasi legge di meccanica motoristica e fisica quantistica. Uno sbalzo cosmico che andrebbe incanalato in qualche acceleratore atomico e risolverebbe il problema dell’energia.

Devi stare calmo. Sai che li troverai, la guerra è guerra. Te li aspetti ogni volta ma quando succede non riesci a controllare uno scatto d’ira. Una specie di «cazzo, ma proprio ora, ma vaffanculo, ma proprio tutte le cazzo di mattine c’è questo stronzo, ma stai a letto deficiente invece di venire a rompere i coglioni a me!!!» condito da una serie di apprezzamenti divini di variegata (?) natura, litanie apotropaiche (!?) e inni a qualsiasi divinità conosciuta, o inventata per la bisogna (!?!).

Ti calmi, devi liberarti di lui. Tenti un sorpasso, ma in un rigurgito d’orgoglio, più adatto all’incazzatura per l’importo della loro pensione, che al cimento automobilistico, il vecchietto non molla. La sua seconda ruggisce come un rutto di Pierino in qualche film anni 70. Allora desisti, la prima volta, la seconda, la terza. Ti rimetti in fila.
Avresti dovuto timbrare già un’ora fa, ma, si sa, la vita è dolore.
Adesso ce la faresti, la strada si apre, ma per l’appunto dalla parte opposta sopraggiunge un tir che trasporta prefabbricati di 24 metri e non pare il caso. Aspetti, la vita è sopportazione.

Il tempo è implacabile ed è contro di te, ma ecco finalmente l’occasione buona. Ora sei concentrato come uno stitico alla prima contrazione dello sfintere, adesso ce la fai, la tua auto comprime tutta la sua potenza per esploderla in una accelerazione in terza da paura, il tuo turbo diesel è potente e va come un missile. Stavolta ce la fai. Certo ci sarebbe il limite di 30, una cunetta da rimbalzo e una curva chiusa sulla destra dietro la quale c’è sempre una pattuglia della Polizia Stradale, ma si sa, la vita è rischio.
Ci sei, affianchi il meschino, lo guardi e lui si gira verso di te. Il tuo motore romba, lo fulmini con uno sguardo, a te il Colonnello e il suo carillon ti fanno una sega. Lui è aggrappato al volante e sembra implorare: «non c’entro, è lei che fa quello che vuole. Aiutatemi!»
Falso e infingardo, lo fa per farti pena. Ma tu sai che finge: è addestrato bene ma hai imparato a conoscerlo e non arretri sul gas nemmeno di un millimetro. Anzi, premi ancora per la spinta finale. Il sedere si stampa sulla poltrona  come quello di un piddino in Parlamento. Hai successo. Si va! E sei stato fortunato, la pattuglia non c’era. Sarai in ritardo di soli 312 minuti, ma recuperi stanotte.

Poteva andare peggio.
Va bé, ormai sei arrivato, manca poco.
Oh cazzo, un Suzuki!

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)