Vincere

Lettera a chi c’era

Io e la quasi totalità dei miei coetanei
facciamo parte di due categorie molto diverse:
io e loro.

Non mi sono mai fidato di voi.
Nemmeno quando eravamo vivi, ai tempi delle rivolte studentesche e degli scioperi a pioggia, e sembrava tutto facile. Quando ci chiamavamo tutti compagni, una parola che non mi è mai piaciuta: evocava uno schema, una divisa dentro la quale mi sentivo stretto già allora; l’ho usata poco, e sempre con disagio.
E parlavamo di giustizia, libertà, pace, equità sociale: cose così. E tutto sembrava possibile.
Ci ho creduto a quell’utopia. Ero certo che il mondo potesse essere migliore di così, ci sono arrivato vicino, mi è sembrato di toccarlo quel sogno.
A un attimo soltanto.

Ma io e voi eravamo diversi. Ho sempre pensato che dietro la vostra enfasi di facciata si nascondessero in realtà interessi molto meno nobili e soprattutto privati. E avevo ragione, anche se avrei preferito sbagliarmi. Mi è testimone il tempo che vi ha visto, mano a mano, accomodarvi nella vostra poltroncina ben retribuita, o mettere su la vostra fabbrichetta d’oro dove trattavate i vostri operai come pezzenti per sfruttarli e arricchirvi col nero, oppure alla guida di qualche associazione fasulla, ma funzionale al partito o al sindacato che pretendevate di rappresentare. Piccoli enti merenda per le vostre piccole ambizioni.
A voi di quegli ideali, di quelle parole, non importava. Era solo una finta. Eravate niente allora e non siete mai cresciuti.
Del Che vi piacevano le magliette per fare i fighi e rimorchiare, ma delle sue idee non avete capito un cazzo. Eravate quelli del ‘Bar Casablanca, la Nikon gli occhiali…’ che tanto gli operai erano gli altri.

Il vostro orizzonte è sempre stato piatto. Non ci avreste nemmeno provato a salire più in alto o anche solo ad allungare il collo per seguirlo e provare a scorgere cosa ci fosse dall’altra parte. Volevate solo vincere, per essere più forti degli altri, per il potere, per il tenore della vostra vita, o anche solo per avercelo più lungo. Ma con chi o come vi importava poco.

Adesso siamo tutti di spalle che ce ne andiamo, all’ultimo giro di giostra: io  dopo una vita persa in un lavoro inutile per uno stipendio di merda, a combattere con i sensi di colpa e il dolore per tutto quello che non è stato, senza più speranza.
Ma ancora in piedi. E ancora incazzato, con i miei sogni a scaldarmi e a farmi compagnia.
A voi invece è andata meglio: avete vinto. Finalmente. E chi se ne frega se per farlo avete dovuto accettare qualsiasi porcheria, essere governati da uno sbruffone, il vostro duce, che per primi ha rottamato proprio voi tanto è sicuro del vostro rincoglionimento e del vostro voto, e dalla sua servitù, banda di yesman che dei problemi delle persone e della fatica che fanno per vivere non sanno un cazzo di niente.
Ma contava il risultato, e pazienza se decenni di sangue e conquiste andranno miseramente a puttana.
Tanto a voi, chiusi nel vostro orticello, al riparo dentro la vostra corazza di egoismo, protetti dalle vostre pensioni di merda, di tutto questo vi importa ‘na sega.

Ora però provate a immaginarvi migliori e a chiedervi, frugando fra quei tre neuroni ancora accesi, se era proprio questo che volevate. Provate a rivedervi in un flash-back e domandatevi, brutte teste di cazzo, se era questo che intendevate per sinistra blaterando di un mondo migliore.
E ora la vostra vittoria raccontatela ai nipoti, ma non ditegli il resto, di quando eravate diversi. 
O credevate di esserlo.

Spero vi mandino affanculo.
Io lo faccio adesso. Col mio cuore malandato, ma che batte ancora forte.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)