La strategia di Rocky

Ci sono uomini che darebbero la vita
per le proprie idee.
Ad avercele.

Clubber Lang picchiava come un fabbro e Rocky, tumefatto e sanguinante, continuava a provocarlo: “Non fa male! Non fa male! Mia madre me le dava più forte!”.
Era una strategia: farsi gonfiare di botte così tanto che alla fine sarebbe stato l’avversario a cedere, stremato dalla fatica. Rocky doveva solo resistere, aspettare che le braccia dell’altro cominciassero a muoversi più lentamente, portando via via colpi davvero sempre più simili a quelli di sua madre.
Resistere.

Ma la forza da sola non bastava, ci volevano orgoglio e volontà, ci voleva tutta la bellezza del suo sogno a cui attaccarsi per non crollare al tappeto fino a quando Clubber non ce l’avrebbe più fatta e allora, finalmente, caricati di rabbia e violenza i pochi pugni rimasti, colpire.
E colpire ancora; pochi pugni, ma devastanti, e di fronte ai quali l’avversario, ormai stanco e sfinito dalla sua stessa frustrazione, non avrebbe avuto scampo.
Una strategia dolorosa e forse fatale, ma i suoi rivali gli erano superiori, per forza e tecnica, e questa era la sola possibilità di vincere. Contro i pronostici, contro la logica.
Era stato così con Apollo Creed. Sarebbe stato così con Ivan Drago.
Un film.

Nella vita reale le cose vanno in un altro modo.

Provate a immaginare Clubber come il potere, il nostro governo, l’intera classe dirigente, e noi, comuni cittadini, al posto di Rocky. Il nostro avversario è più forte, decenni di soprusi e nefandezze lo hanno reso sempre più potente, la sua arroganza bulimica si è alimentata dei propri, infiniti, privilegi rendendolo talmente sicuro di sé da non preoccuparsi nemmeno di tenere la guardia alta.

Ci vomita addosso i suoi bagordi, picchia ancora, saccheggia quello che resta dei nostri ideali e della nostra stessa vita. Ma adesso è scoperto, talmente ubriaco di potere e strafatto di se stesso da non temere nemmeno più la nostra reazione. Perso nei propri deliri di onnipotenza si crede invincibile, ma è ormai fuori controllo, incurante e comunque non più capace di organizzare qualsiasi forma di difesa.

Ecco. Questo è il momento.
Ora che l’avversario è allo scoperto, confuso e annebbiato dai suoi stessi eccessi.
Basterebbe un colpo.
Ma noi non siamo Rocky. La nostra non era una tattica. Non c’era alcuna strategia nella nostra passività. Nessun orgoglio da amare, né rabbia, nessun sogno da accarezzare che ci faccia sperare in un mondo migliore di questo. Nessun colpo da portare.
Noi siamo sempre stati solo e davvero deboli. Per natura.

Un paese di creduloni un po’ pavidi che tanto qualcuno ci penserà, piccoli e mediocri che si realizzano nell’essere più furbi degli altri, o anche solo nel crederlo, un gregge di livorosi frustrati che ritengono trasgressivo passare col rosso e spacciano per essere contro quella che è solo invidia per i privilegi degli altri, e vivono scodinzolanti e servili nella speranza che qualche boccone cada dal piatto, senza avere neanche un briciolo della dignità di un cane, che fanno la fila ai centri commerciali per l’iPhone e si friggono il cervello col pulcino pio, ma che mai e poi mai farebbero niente che preveda l’uso del pensiero libero, o che richieda una dose, anche minima, di coraggio, che non sia già quello della disperazione.

Il potere non teme la nostra reazione perché sa che non ce ne sarà alcuna.

 

________________________________________
Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)