Lettera a una prof

La Fornero verrà smaltita
più tardi dell’amianto

Il mio fisico si sta disfacendo. Giorno dopo giorno, e mica tanto lentamente.
Le malattie ti conoscono, sanno i tuoi punti deboli, gli organi difettosi, sanno dove e quando colpire. E se non hanno fretta, prima ancora di te uccidono la tua voglia di vivere.
Come i cattivi governi  che ci sono toccati nel tempo. Compreso il vostro, questa stella cometa chiamata a illuminarci il cammino da un presunto padreterno troppo solerte.

Ma il mio pensiero prosegue, ha vita propria. I due o tre neuroni scalcinati e un po’ anarchici che lo alimentano si organizzano, resistono e si danno da fare come quando ero giovane e avevano ancora tutto da capire. Ma hanno più esperienza di allora e conoscono i trucchi, sanno che due più due è un bluff.
Il mio pensiero li ascolta, si fida di loro e  non vuole saperne di stare nel branco, claque di terza fila pronta ad applaudire questo splendore di salvezza nazionale qualsiasi peto produca.
Il mio pensiero non sceglie fra puttanieri e banchieri, fra bunga bunga e rigor montis, destra e sinistra, né fra uomini e donne o giovani e vecchi.
Per lui le porcherie rimangono tali, a prescindere dall’autore.
Alla vostra Graziosa e Splendente Maraviglia preferirebbe un Governo NazionalRadicalSocial PopolarNeoNaziFascioComunista di centro-destra o sinistra, formato da loschi figuri con le verruche e la gotta, ma che operasse per il bene del paese e dei suoi cittadini, e non per i propri privilegi, o quelli di Banche e Derivati, Petrolieri, Mafie e Vaticano.
È il mio pensiero e mi ci trovo bene.
E se mi rivolgo a lei e non al suo preside, l’Alpestre della Provvidenza, c’è un motivo.

Ne ho conosciute di donne manager, ho conosciuto di tutto ormai; non del suo livello, ma della sua stessa natura. Non erano diverse dagli uomini, e non erano migliori; più scaltre e intraprendenti, ma non migliori. Dove gli uomini si sarebbero fermati, disposti, se non a cambiare idea, almeno a fare un passo indietro, loro non arretravano. Andavano in fondo, testarde e determinate. Potrebbe essere una qualità. Potrebbe.
Ma non lo è quando l’idea è sbagliata.
E la sua riforma delle pensioni è molto peggio di un’idea sbagliata: è una delle cose più abominevoli e ingiuste che si potessero anche solo concepire. Le vostre scelte, quelle che per lei nascono da coraggio e modernità,   per me sono solo, e ancora una volta, la prepotente violenza dei poteri forti, e il vostro è il più forte di tutti, contro chi non ha nessuna casta a cui appartenere, nessuna forza politica a difenderlo, se non un sindacato bolso e impappinato, che con due ore di sciopero se ne è lavato le mani. E che, quando taglierete l’art. 18, fastidioso impiccio che vi impedisce di mandare a casa quelli che adesso non potete più pensionare, non farà nemmeno quelle. Per questo scempio, e quelli che seguiranno, non servivano né professori né colleghi scienziati: bastavano quelli di prima. Quelli di sempre.

E non serviva nemmeno la sua quota rosa, buona per titillare così abilmente l’orgoglio femminile delle De Gregorio qualunque. È bastata quella sua lacrima poco furtiva, autentico colpo di genio, a metterla al riparo da qualsiasi critica. E a convincere tutti: si vede che c’è una donna, finalmente, una che prova emozioni. Ma non a convincere me, che credo solo nelle belle persone e che piango da solo.
Lei impersona il senso di questo governo meglio di chiunque: parla un italiano corretto, usa correttamente il congiuntivo e scan-di-sce per-fet-ta-men-te le pa-ro-le, come se parlasse ad alunni fuori corso un po’ rintronati, d’altra parte è una professoressa, sperando che la forma valga più della sostanza. E purtroppo avrete buon gioco, vista la scarsa attitudine al pensiero di questo Paese.
Lei, e gli altri del club delle Meraviglie, fate somme e sottrazioni, ma non conoscete i numeri. E non sapete, o sembrate non sapere, che dietro ognuno di quei numeri, anche dopo la virgola e qualche decimale, c’è ancora una persona. Con la sua vita, i suoi affetti, le speranze e i sogni lasciati per strada.

Voi, chiusi nel vostro mondo esclusivo, al riparo da tutte le intemperie, voi che se le cose vanno male vi importa una sega, delle vite degli altri non dovreste nemmeno parlare.
Perché delle nostre vite non sapete un cazzo.
Cianciate di coesione, equità, giustizia sociale e lo fate con la leggerezza e la superficialità di chi di certe parole non conosce il senso e nemmeno il significato. Quello vero, che non è scritto in nessun Devoto-Oli o nei testi bocconiani. Quello vero, che se uno in questo viaggio sbagliato chiamato vita cade o non ce la fa, gli altri lo aiutano a rialzarsi e lo aspettano. Non affrettano il passo per levarselo di culo e definirlo poi un danno collaterale delle vostre scelte sbagliate.
Tanto poi, ovviamente, sarà colpa dell’Europa.

Non sono un violento, non farei e non vorrei mai il male di nessuno. E poi con eroi e martiri loro malgrado abbiamo già dato.          
Ma c’è una maledizione, quella sì terribile e devastante, una macumba feroce che le scatenerei contro, sventolando una busta paga da “miserabili” davanti a un pupazzo che abbia il suo stesso sorriso: farle provare com’è vivere con 1000 euro al mese. Per tutta la vita. Senza speranze migliori o carriere da scalare. Mille euro, come una condanna, un esorcismo. Come una malattia infettiva, una flebo alla quale attaccarsi per provare ad arrivare a fine mese.   
Senza riuscirci.

A voi, ai cattivi governi piace vincere facile. Avete scarsa attitudine a confrontarvi con idee diverse dalle vostre. Ma con il mio pensiero non funzionerà, non lo avrete.
Faranno prima le malattie.

Luciano Scanzi, 60 anni oggi.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)