Fine di un viaggio

Lettera ai colleghi

Ho passato in Poste Italiane 35 anni. Il poeta direbbe ‘i migliori della nostra vita’. E avrebbe ragione.
A questa Azienda ho dato tempo, energie e salute. In cambio di uno stipendio meno che dignitoso, nessuna gratificazione, una pensione che non basterà e un invito ad andarmene perché non servo più. Grazioso e gentile, come un riccio nelle mutande. Arrivederci e grazie. Messa così il bilancio non sembra favorevole.
E infatti non lo è.
Pazienza.
Trentacinque anni, abbastanza per poterne parlare. E abbastanza per provare sentimenti e stati d’animo fra quelli che a ognuno di noi tocca di conoscere; alcuni li sapevo già, ma altri, quando ho cominciato e avevo solo 23 anni, non credevo nemmeno che esistessero; dai più nobili ai peggiori, dai più piacevoli a quelli che fanno più male fino al dolore più grande, quello per la morte che arriva sempre troppo presto.

Questo è il mio saluto ai compagni di un viaggio che per me finisce qui. Spesso solo colleghi con i quali non ho legato mai, ma qualche volta amici, o presunti tali, o che avrebbero potuto diventarlo del tutto e non è successo perché l’amicizia è una cosa complicata, difficile. E, come l’amore, è anche questione di pelle e di odori.

Con qualcuno, soprattutto con i miei capi, ho avuto rapporti difficili e non ho fatto niente per evitarlo. Sarebbe bastato poco, ma poco non era, perché certi opportunismi di comodo, la falsità ipocrita di chi non ha il coraggio delle proprie idee e il buonismo dei sorrisi finti non mi appartengono. Li lascio volentieri alla politica, a chi detiene il potere o ha paura di perderlo, e a quelli che hanno ambizioni maggiori delle mie.
Io ho solo cercato di essere me stesso e di dare il meglio, nel lavoro e nei rapporti con gli altri; con tutti sono stato onesto e leale, perché me lo impongono il mio codice morale e i valori in cui credo e per i quali alla fine sarà valsa la pena vivere.

Onesto e leale. Sempre. Anche quando il buon senso avrebbe consigliato scelte diverse, anche quando quello che ho fatto o detto sarebbe stato opportuno non farlo o non dirlo. Con tutti, anche con loro, i capi, anche se non li ritenevo all’altezza delle loro responsabilità (è capitato spesso), inadeguati al loro ruolo o del tutto incompetenti e con troppi favori da ricambiare a renderli deboli e pavidi oltre il lecito.

E se il mio atteggiamento spesso critico e quasi mai accomodante mi è costato una carriera mai nata e parecchie simpatie in meno, ancora pazienza. Non c’erano dubbi che sarebbe stato così e che il mio meglio non sarebbe bastato. Tanto, se anche avessi saputo fare il triplo salto mortale carpiato capovolto laterale sotto vuoto e ottimizzato al centro, se avessi saputo moltiplicare pani e companatici o conosciuto la formula magica del monopolio globale a favore di Poste Italiane che ci avesse garantito lunga vita e rock’n’roll, non sarebbe bastato lo stesso a crearmi un’opportunità.

Nessuno se ne sarebbe accorto e comunque a nessuno sarebbe fregato niente. Era la mia testolina rossa che non andava bene, era che se qualcosa mi sembrava sbagliato lo dicevo e mi sembrava perfino normale. Ma i capi hanno bisogno di consenso, un pensiero diverso li mette in difficoltà, li costringe a dubitare dell’infallibilità delle loro idee o di quelle che gli impongono di avere.
Succede anche ai piani più alti. Con loro la testa andrebbe chinata, non usata, e io non l’ho fatto mai. E infatti non sono arrivato da nessuna parte, ma ci sono arrivato da solo.
Va bene così, niente e nessuno da ringraziare.

Questo è un posto dove il merito non conta, ammesso che nel mondo ce ne sia uno. Con buona pace dei Brunetta di turno e dei loro proclami in favore di telecamera. Conta altro: la simpatia, il cognome, l’altezza della gonna, il meteo. Ma più di tutto conta l’imprimatur del potere, il suggello dei politici più in voga del momento. O dei sindacalisti, destra o sinistra cambia poco. Proprio loro, quelli che dal difendere gli interessi dei lavoratori (se mai l’hanno fatto davvero) sono passati alla concertazione e poi alla cogestione, perché il passo è breve e il confine è così sottile da non vedersi neanche più. Altrimenti non si spiegherebbe perché molti di loro finiscano col fare carriera in Azienda fino a diventarne perfino Presidenti con tanto di stipendi milionari. Come se Di Pietro venisse nominato Ministro della Giustizia nel governo Berlusconi.
Terza pazienza.

Fino a qualche anno fa, al solo pensiero di andarmene avrei fatto i fuochi d’artificio dalle orecchie, ma adesso è diverso. Sono diverso io. Adesso vivo questo momento come qualcosa che finisce e non come una nuova opportunità che prende vita. Come se per una nuova opportunità non ci fossero più il tempo né la voglia. Pazienza anche per questo. Come diceva un mio amico: «Ormai ce le siamo fatte le fotografie».

Poste non mi mancherà, né io a Poste.
E non mancherò a voi, né voi a me.

Perfetto, andarsene sembra facile. Ma non lo é: le eccezioni si mettono di traverso, i compagni di viaggio diventati amici rovinano tutto. Se lasciassi solo dei colleghi me la caverei con un’altra pazienza, ma qui si tratta di rapporti umani, di vittorie e sconfitte, di risate e di pianti e di tutto il resto che c’è nel pacco dono della vita e che in questi anni abbiamo provato, vissuto e condiviso insieme. E se alcuni ricordi sono già lontani, le emozioni sono ancora le stesse, perché certe cose il tempo non le cambia. Ci può violentare, schiantare il cuore, ci può battere e abbattere ma non può niente contro la nostra memoria.

Per voi ho qualcosa di meglio della pazienza, oltre alla malinconia delle gocce sulla tastiera: ho la mia gratitudine per questi anni insieme e tutto l’affetto che mi riesce di provare.
Perché, se anche non è stato un bel viaggio, era pur sempre quello del mio tempo migliore.

Abbiate cura di voi.

Buona vita a tutti.

 

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Il verso dell’orso – Bramiti, rugli e bischerate (2018)