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La violenza in genere


Ho visto la campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Quella col segno del rossetto. L’ho trovata un po’ retorica, buona per darsi visibilità, ma abbastanza inutile, a salve. Ma io sono uno stronzo, non mi fido mai completamente, e sicuramente quelli che l’hanno promossa e che aderiscono mettendoci la faccia lo fanno invece in totale buona fede. In questo caso, bene.
Io dico solo la mia, con una speranza, perfino banale: che la legge venga applicata e la chiave buttata.
Sempre, oltre i generi e le razze.
Le violenze più efferate nei rapporti fra le persone avvengono quasi sempre all’interno di una coppia, quando una storia finisce, o quando non può iniziare.

Certo, quando finisce è dura. Se poi è l’altro/a lasciarti c’è un senso di frustrazione, di sconfitta, di solitudine, che prende la gola. Un dolore che morde forte. Hai voglia consolarti che tanto anche tu stavi per andartene, che quella storia non era così importante, che lui/lei in fondo non era niente di che e che così ne trovi mille. Perché sai bene che quella era l’unica storia che volevi vivere e non potrà esserci mai nessun altro/a perché era lui/lei la sola persona con cui avresti voluto farlo. Ma tutto il dolore che provi è inutile. Puoi anche nuotarci, in quella piscina di lacrime, organizzarci una gara di tuffi, ma non servirà a niente. La tua anima resterà imprigionata dentro una camicia di forza lanciando grida mute di dolore che nessuno sentirà e di cui a nessuno potrebbe fregare di meno. La tua vita finisce lì. Il mondo è crudele. Addio.

Lo capisco. Ci siamo passati tutti. E tutti abbiamo avuto amici che hanno sofferto per questo e che non abbiamo saputo aiutare, al di là di qualche bracciata assieme.
Ma le storie finiscono, dovremmo saperlo. È perfino naturale che accada. La convivenza è difficile e amare è una cosa complicata. E non basta quasi mai. Perché poi il fuoco si affievolisce, le farfalle volano altrove e la passione non “strappa più i capelli”. Allora ci vogliono anche altruismo, attenzione, sensibilità. Ci vuole di mettersi da parte e saper ascoltare l’altro/a. Non è facile. Il nostro egoismo ce lo impedisce e chiede di volare altrove.

Forse per i nostri nonni lo era un po’ di più. Vivevano meno di noi e peggio, e non c’erano le opportunità di oggi, l’occasione di conoscere altre persone. La vita era quasi sempre una sola e la sua parte migliore finiva presto. Non ce n’erano una per ogni età, come oggi.  
Non so se è bene o male, meglio o peggio, ma oggi è diverso. Io conosco tutte le domande e anche sulle risposte sono un drago, ma poi si tratta di abbinarle e non sono capace.

Però se amare non basta, e a volte neppure serve, non è nemmeno obbligatorio.
Ci si può lasciare, serenamente, in pace. E per quanto possa essere dura, si può e si deve fare. Altrimenti crescere non ci serve proprio a niente. Ognuno deve poter riprendere in mano il suo futuro, pronto e caricato a pallettoni per vivere la prossima vita.

E anche quando una storia non può nemmeno iniziare è difficile da mandare giù. Tu pensi di essere perfetto, il meglio che ci sia, pensi che di una meraviglia lucente come te non si possa fare a meno.
E invece.

Ma, in entrambi i casi, che finisca e si rimanga soli o che non ci vogliano nemmeno vedere, non c’è niente nel dolore che si prova, non c’è un cazzo di niente che possa giustificare la violenza. Non facciamo questo errore, per carità, non mettiamola mai nemmeno fra le righe, come ipotesi remota del quarto tipo, questa giustificazione, perché poi rischiamo di farla diventare l’anticamera di qualche assurda tolleranza.  Non esiste, non può essere. Non c’è dolore che possa giustificare anche solo uno schiaffo, nemmeno un piatto contro un muro sbagliando mira, figuriamoci poi quel furore distruttivo di cui troppo spesso ci raccontano le cronache.

E a perdere la testa sono quasi sempre gli uomini, è vero. Forse sono più deboli, di sicuro più stronzi. Quelli che non si rassegnano, non accettano l’abbandono, che lo vivono come lesa maestà al loro predominio da maschio alfa di stocazzo, un’offesa al loro ego da superuomo, una disfatta che non possono tollerare. Ma come, fino a ieri c’ero solo io, ero l’uomo migliore del mondo, l’unico che avevi mai amato, il macho-man definitivo, e oggi ne arriva un altro e ti fa perdere la testa come se fossi una ragazzina alla prima cotta?

Cari colleghi maschietti, in amore funziona così, ma anche nel resto, alla fine. Le parole sono nel vento, come diceva il poeta, e le cose cambiano. Non è colpa di nessuno, cambiano e basta. Dobbiamo imparare a vivere la nostra parte ogni volta, onestamente e lealmente, goderne se ce n’è e lasciare che lo faccia anche l’altro/a. Con noi o senza. Col rispetto che si deve a chiunque, ma ancora di più a chi ha scelto di condividere con noi un pezzo della propria vita. E che ci ha amato, fosse stato anche solo per un attimo.          
Perché se non capite questo, vuol dire che quella donna non l’avete mai amata, e nemmeno vi importa niente di lei, accecati come siete dal vostro egoismo e dalle vostre ossessioni.

Per una volta, invece di quello che avete fra le gambe, provate a misurare quello che avete nel cervello. E a usarlo. E quando vi lascia, o non vi vuole, invece di ammazzarla, lei, i figli e tutto quello che trovate nel mezzo, provate semmai a chiedervi perché. A capire, e soprattutto ad accettare. Che tanto poi la vita vi insegnerà che ci sarà un dolore ancora più grande che si porterà via quello di adesso.

E se non riuscite a capire, vi arrivi forte tutto il mio disprezzo, per quelle vite deturpate e stroncate in nome di quello che qualche avvocato del cazzo avrà la faccia di culo di chiamare orgoglio ferito, per quelle piccole anime che lascerete sole, o costringerete a vivere nel terrore di qualche altra vostra cazzata.

E vi arrivi anche la mia rabbia, feroce, sorda, violenta, per appartenere alla vostra stessa razza di merda.

Tanto io non vi ho nemmeno mai amato.

 

Orso Grigio
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