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Tex e Lilyth

Tex compie 70 anni. Siamo quasi coetanei anche se lui è nato già grande e io ci ho messo un po’. E rimarrà così, lo disegneranno solo un po’ più vecchio di quando, all’inizio, era un giovane fuorilegge in groppa a Dinamite. Io invece ho i limiti degli umani e non potrò più leggerlo, ma pazienza. Lo faranno altri. Dovrebbero farlo tutti.

I fumetti, e non solo Tex, andrebbero studiati nelle scuole, come libri di testo. Sono parte della nostra storia, della nostra cultura. Stanno alla letteratura come i cantautori ai poeti, come la musica leggera a quella classica. E io, dal mio abisso di ignoranza, preferisco sempre i primi. Fumetti, cantautori e musica leggera li conosco e li capisco, e credo di averci trovato dentro la stessa bellezza e perfino la stessa arte che nelle loro alternative più “nobili”.

Li ho sempre amati. Da piccolo leggevo Capitan Miki e il Grande Blek. Li portava con la bicicletta la signora che gestiva l’edicola di Saione insieme al marito (per chi conosce Arezzo e c’era già negli anni ‘60). Erano entrambi anziani, ma lui era anche un po’ malconcio, e così al giro con la bici per le consegne andava lei e lui rimaneva in edicola. Gracilina, minuta, ma pedalava sicura e veloce. Una dinamo umana con i capelli ricci, piena di energia e passione. Per la vita, per il suo lavoro. Una passione che ho ritrovato di rado. Doveva venderli quei giornali, certo, ma c’era dell’altro. Andava oltre. Conosceva tutti per nome, si fermava con chiunque per una parola, una confidenza, una battuta, magari un pettegolezzo. Come un’amica, e per molti lo era. E parlava delle cose successe, dei fatti raccontati sui giornali che consegnava, delle notizie che il telegiornale non aveva ancora dato. O non avrebbe dato mai. E di tv ce n’erano ancora poche. Era un altro mondo, e lei una bella persona.

I miei “giornalini” li portava il giovedì pomeriggio. Arrivava intorno alle 16 e io, alle 15 o poco più, ero già seduto sulle scale di casa ad aspettare. Ho sempre amato la puntualità e ho sempre preferito essere io quello che aspetta. Mi piace l’attesa, è piena di promesse, di possibilità.
Poi ho conosciuto Tex Willer. Lo leggeva anche il mio babbo, ed è una delle poche cose che abbiamo fatto insieme. Anche per questo ci sono affezionato. Mi sembra ancora di farlo con lui, seduti accanto. Come la sua piccola ombra.

Di Tex so tutto. Potrei tenere seminari, su di lui, i suoi pard, dal vecchio cammello Kit Carson al figlio Kit, all’amico indiano Tiger Jack, potrei dirvi dei suoi amati Navajos di cui diventa capo con il nome di Aquila della Notte, delle battaglie in difesa degli indiani contro il potere dei bianchi, che stronzi lo sono sempre stati. Potrei raccontarvi le sue mille avventure, citare le sue battute e i suoi modi di dire, rivelarvi qual è il suo piatto preferito… anzi, questo ve lo dico: è una bistecca alta due dita con una montagna di patatine fritte! Potrei descrivervi uno a uno i suoi amici fraterni, come la giubba rossa canadese, il grande Gros Jean, e i suoi nemici, il temibile Mefisto su tutti.
Da questo ‘gran satanasso’ ho imparato molto, con lui ho conosciuto mondi, popoli e storie, ho capito l’importanza di valori come amicizia, lealtà e giustizia, quelli per i quali è giusto vivere e lottare. E morire, se serve. 
In quelle storie c’è anche lei, Lilyth, la figlia di Freccia Rossa, che, per salvargli la vita, chiede di sposarlo quando lui è già sul palo della tortura.
Lei sarà la sua unica donna, il suo unico Amore. Per sempre.

Molti di quelli che non hanno di meglio da fare che sparare cazzate, parlando del “fenomeno” Tex, blaterano che a lui non piacerebbero le donne e che anzi avrebbe una relazione omosessuale con il vecchio amico Kit Carson. Anche se fosse, varrebbe il sempiterno ‘esticazzi’, ma è molto più semplice di così. Tex ama Lilith, e continua a farlo, anche dopo che il vaiolo gliel’ha portata via.
Se conoscete l’Amore, se l’avete provato almeno una volta, perché poi è una volta che si prova, non è difficile da capire.

Questo video l’ho fatto qualche anno fa, ma oggi lo rifarei esattamente così e voglio condividerlo ancora con voi. E’ il mio piccolo omaggio al mio amico Tex, a Lilyth, e a una di quelle storie che oggi non ci sono più.       
O forse ci sono ancora, ma ci siamo persi noi.

 

P.S. La colonna sonora, “So long Lilyth”, è una ballata bellissima di Graziano Romani, grande rocker che, fra le altre sue cose belle, ha avuto l’idea, meritoria e realizzata benissimo, di dedicare interi cd a figure del fumetto, come Zagor, Tex, Mister No e Diabolik. Non ho il piacere di conoscerlo di persona, ma mi piace quello che fa, e come. Lo ringrazio.

 

 

La Mano Rossa di Tex Willer

Non ho molti ricordi di mio padre. Non c’é stato tempo.  I pochi che ho li faccio durare, li vivo piano, lentamente.

E li ho imparati bene. In uno di quelli che preferisco lo vedo ancora, il mi’ babbo che sembrava forte, dopo una delle sue giornate di troppo lavoro, con in mano un albo di Tex Willer, La mano rossa.
In copertina l’ex fuorilegge, pronto per combattere la prossima ingiustizia. In un altro lo sento tifare Fiorentina in una partita persa contro la Juventus e raccontata da una radio, come al solito troppo di parte, il mi’ babbo che sembrava grande.
Mi innamorai così.
Di Tex e della Fiorentina.
E quando se ne andò, il mi’ babbo che sembrava invincibile, diventarono compagni di viaggio che, nel bene e nel male, ho voluto sempre con me, illudendomi che questo mi aiutasse a sentire meno la sua mancanza.
Succede così, una squadra di calcio non si sceglie, é lei che sceglie te, ti corteggia, ti adesca, a volte basta una parola, il nome di un giocatore, un gol, un risultato. E’ un attimo, ma ti prende per tutta la vita, é un attimo ma dura tutta la vita. E’ Amore illogico, irrazionale, non ha e non segue regole. Appassionato e travolgente, non ammette indecisioni, dubbi, cedimenti. E’ così e basta. Prendere o lasciare. E’ gratis, non chiede niente in cambio, sa che deve sapersi accontentare di poco. O di niente. Come quello per una donna, ma non finisce mai.
Così appartengo ai tifosi scelti dalla Fiorentina. Poteva andare peggio, se avessi ceduto, come la maggior parte dei miei amici, alle lusinghe della vecchia Signora (ma quand’é che é stata giovane?); il calcio é metafora della vita e davvero non mi ci vedo dalla parte degli Agnelli, dei Boniperti o dei Moggi-Bettega. Troppe sbronze mi avrebbero fatto perdere il gusto del buon vino. Io somiglio alla Fiorentina, non proprio perdente ma di sicuro parecchio incasinata, né prima né ultima, né debole né forte, sempre in bilico fra il successo e la disfatta, anche se alla fine la disfatta é arrivata sul serio.
Adesso che sono di spalle, faccio due conti: non c’è stato nessun Tex Willer a impedire che il mondo andasse in metastasi, condannato alla distruzione da piccoli uomini maledetti e isterici e la Fiorentina non riesce nemmeno più a chiamarsi così, dopo aver pagato anche per gli altri i mali di un calcio che non mi piace più. Ormai non godo nemmeno quando perde la Juventus.
E mio padre mi manca ancora di più.



Questo racconto é stato pubblicato nel libro
“Il colore viola” edito da Limina e dedicato
alla Fiorentina.
Alla realizzazione del libro hanno contribuito con i loro ricordi, meglio di me, anche Giancarlo Antognoni, Paolo Beldì, Giuseppe Chiappella, Giancarlo De Sisti, Giovanni Galli, Kurt Hamrin, Christian Riganò, Andrea Scanzi, Franco Superchi e altri ancora ….

E’ un bel ricordo.

Orso Grigio
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