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È Terra, compagni. È Terra!


Cinema Teatro Politeama di Arezzo, 26 gennaio 1991. Mille anni fa.

Eravamo in pochi. Ed era strano. Fossati stava vivendo un periodo irripetibile, l’apice di creatività e bellezza di una carriera straordinaria e i suoi concerti facevano il pieno dappertutto. Ma non era per scelta che la gente non era venuta. Era per paura.

In una discoteca della città la sera prima c’era stata un’esplosione ed era morta una ragazza. Si sarebbe saputo poi che era stata una fuga di gas a causarla, ma erano tempi bui (non che adesso siano migliori) e si parlò di attentato. Così molti, spaventati, rimasero a casa, nonostante avessero già il biglietto. A me non mi avrebbe fermato nemmeno un attacco chimico all’antrace potenziato durante un bombardamento atomico, con i cecchini maledetti appostati sul tetto del Cinema che avevano avuto l’ordine di sparare proprio su di me. Ci sarei venuto gattonando sulle mine, e se ne avessi presa una e fossi saltato per aria, sarei arrivato lo stesso, a pezzi sparsi, proteggendo almeno occhi e orecchi, quello che serviva per vedere e sentire quel concerto. Per fortuna andò meglio di così e ci arrivai intero.        
Ah… lo so che “a me mi” non si dice ma serviva per rafforzare il concetto. E poi faccio come mi pare.
Un concerto per pochi intimi, insomma, e quei pochi non erano nemmeno così buoni. Due file dietro la mia c’era quello che sarebbe diventato, di lì a pochi anni, il mio direttore, e che già mi stava sulle palle da un pezzo. Preventivamente. Ma questi sono solo dettagli.

Il Politeama era un cinema, ma ci avevo già visto concerti e spettacoli teatrali, tutti indelebili nella mia memoria: Gaber nel’76, Guccini qualche anno dopo, quando una sera non bastò e si raddoppiò al Teatro Petrarca in un concerto acustico, solo lui e Flaco, emozionante e bellissimo. Pezzi di vita. Cazzo, se importanti!   
Quel cinema non c’è più, e non ci sono nemmeno gli altri di quei tempi. Tutti chiusi. Trasformati in centri commerciali con le sedi di Tim, Enel, oppure profumerie e grandi magazzini dove potersi ricoprire di odori nauseabondi e vestirsi di merda, oppure ruderi scalcinati presi in custodia dai topi in attesa di non si sa cosa. Adesso ci sono i Multisala, impersonali e anonimi. Mi vanto di averci visto solo un film, per provare l’effetto che faceva. Non mi piacque il film e non mi piacque l’effetto. Esperienza chiusa, un altro aspetto della globalizzazione col quale non ho proprio niente a che vedere. Come passare da un bicchiere di vino vero in un’osteria con un amico a un cartone di tavernello in un McDonald, mentre chatti con qualcuno che ti sta prendendo per il culo.
Ma anche questo è un dettaglio minore.

Torniamo a quell’attacco di Lusitania. Un lampo, un colpo al cuore come quelli di Ramon, ma non avevo scudi a proteggermi e andò subito a segno. Una vibrazione improvvisa, inattesa. Quel brivido, appena spente le luci di sala, su quel “È terra…”, quella voce, il basso superbo e irripetibile di Beppe Quirici, e poi gli altri musicisti straordinari, per me il suo miglior gruppo di sempre, aprirono le porte di una Meraviglia. Con quelli di Peter Gabriel e Roger Waters, il concerto più bello che abbia visto. E temo che il podio si chiuda qui.

Questa era la premessa. Serviva a sfiancarvi e farvi desistere dal continuare a leggere. Ma per chi c’è ancora vado avanti.
Ivano Fossati, per me, è stato ed è importante. Ancora più dei cantautori con i quali sono cresciuto, Guccini e De André su tutti, perché lui, rispetto agli altri, crea musica. I suoi testi, fra i più belli mai scritti nelle canzoni, ma anche fra i più belli mai scritti e basta, diventano ancora più raffinati, preziosi. Si vestono di una poesia e di un’eleganza rare, vivono su armonie vere, e non sul solito giro di do che più o meno era quello che  usavano tutti (a parte Conte, De Gregori e poco altro) e che comunque magari lo usassero anche oggi, quel giro di do.
Provate a risentirle adesso, le sue canzoni: sono vive, antiche e moderne insieme. E fra cento anni sarà ancora così, perché la Bellezza rimane tale. La Bellezza non ha tempo, lo guarda passare e gli sorride. Ha il potere di batterlo, di superarne i limiti.

Oggi Ivano Fossati è un signore che ha fatto la sua scelta e si gode il suo tempo. Niente concerti, ne’ dischi ne’ altre forma di musica “pubblica”. Se la vive da solo, la sua musica.
Massimo rispetto, certo. Ma ci ho messo un po’ a capirlo.
All’inizio mi dicevo che un cantautore non è un qualsiasi impiegato delle poste che smette di lavorare, va in pensione, e ciao. Come me, per esempio. Tanto nessuno si era accorto che lavorasse e nessuno si accorgerà che ha smesso. E soprattutto, a nessuno fregherà mai una cispola di quello che ha fatto nella vita. Ma Fossati era un compagno di viaggio, la sua musica aveva sottolineato le nostre emozioni, sapeva di pianti e sorrisi, conosceva segreti e debolezze,  e adesso non doveva lasciarci così, alle prese con questo senso di solitudine difficile da dire. Forse un suo concerto non l’avrei mai rivisto, per la distanza, per i soliti problemi, ma sapevo che avrei potuto farlo perché da qualche parte quei concerti si tenevano ancora. Sono egoista, lo so, me l’hanno detto mille volte e alla fine mi sono convinto. Così, per cercare di migliorarmi, ho riflettuto su questo e ho capito che ero io a sbagliare.        
Ho capito che è la sua vita, non la nostra. Non la mia. E che si tratta della sua musica, non di lui. È di quella che ho bisogno, e mi arrangerò. Ho pacchi di cd da ascoltare ancora mille volte, e ho testi imparati a memoria con accordi ricavati “a orecchio” per provare a rifare le sue canzoni. A volte per rivivere certi momenti, altre solo per quella Bellezza. E altre ancora perché ne ho bisogno e basta.         
Tutto quello che posso dire a Ivano (mi permetterà questa confidenza, ma siamo più o meno coetanei e in tutto questo tempo è come se fossimo diventati amici) è grazie. Ma un grazie enorme, per la compagnia, per il viaggio fatto assieme, per i momenti vissuti con la sua musica, per i cazzeggi con gli amici giocando con le rime di Jesahel (ho perso la nana, maremma puttana, nella versione più castigata), per qualsiasi disco che ha fatto poi da solista, e che aspettavo in negozio comprandolo al volo. Sì, al volo, perché il mio spacciatore mi avvisava dell’arrivo del corriere con la nuova uscita e io ero lì ad aspettarlo, e quel cd non lo facevo nemmeno atterrare sul bancone. Voglio dirgli grazie per i brividi provati ascoltando “La costruzione di un amore”, per quel capolavoro che è “700 giorni”, e tutto il resto che ha fatto negli anni ’70, poi ‘80, e poi “Carte da decifrare”, Discanto, Lindbergh, e poi le altre, “Io sono un uomo libero” alla quale Celentano ha reso grazia con la sua voce bellissima, perché anch’io “sogno ancora coi gomiti affacciato alla finestra”. Grazie per  “C’è tempo”, capolavoro che solo a scriverne il titolo mi vengono i brividi, “Il bacio sulla bocca”, va be’… è un elenco lunghissimo di meraviglie che vi invito a conoscere o a riscoprire. Il suo brano “peggiore” non esiste, ma se esistesse sarebbe comunque oltre. Inarrivabile dalla totalità della merda di oggi.       
E grazie anche per quel po’ d’invidia nel rendermi conto che non sarei mai riuscito a fare niente di nemmeno paragonabile a quello che a lui veniva così bene. Certo, era un riferimento troppo alto per chiunque, figuriamoci per me, aspirante cantautore mai nato, ma tutte le volte che ho sognato l’ho fatto in grande. Non conosco altro modo di farlo.
E ancora grazie per quella cosa di qualche anno fa. Una cosa che scalda il cuore, privata e bellissima. Che rimarrà tale.

Il post è finito, andate in pa… Scusate, a volte mi faccio prendere la mano.
Quello che segue, e che potete evitare bellamente, è un mio piccolo omaggio. Sì, perché visto che lui non le canta più in pubblico, ci provo io. E, fra i suoi mille capolavori, ho scelto questo, per me una delle sue canzoni più belle.
E poi è perfetta per il periodo.      
È contenuta in un mio cd di cover e inediti che si intitola “Canzoni ignude. Un colpo solo” che non troverete da nessuna parte perché non uscirà mai. È come il Galeone di Dylan Dog.
Ignude per gli arrangiamenti minimalisti, e un colpo solo perché, come De Niro ne “Il cacciatore” quando spara al cervo, è buona la prima. Come viene viene.  
Tanto, dopo la Ferreri che massacra Aretha Franklin e Al Bano che sciagatta l’Inno di Mameli, peggio sarà difficile.
E comunque Ivano mi perdonerà.

Grazie di cuore a Lorenzo, Luca e Simone, amici e grandi fotografi, che mi hanno aiutato a fare questa cosa.

Orso Grigio
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