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Brothers in Arms


Io non conosco l’inglese, a parte cavarmela un po’ con quello tecnico dei manuali di istruzioni di certi attrezzi. Non mi è mai servito di saperlo e nemmeno ho avuto mai la curiosità di impararlo. Per i miei bisogni basta l’italiano, che mi piace anche parecchio e che vorrei imparare a usare meglio.
Però con le canzoni un po’ mi è mancato. Quelle “straniere” le ho amate quasi sempre al buio, perché non sapevo di cosa parlassero. E come. Poi, ogni volta che mi è capitato di leggerne le traduzioni, mi sono detto che forse era stato meglio così. Parlo di capolavori come “Hotel California”, “The house of the rising sun”, “A whiter shade of pale” e tutte le altre… quasi tutti testi che definire imbarazzanti è poco.
Col tempo ci sono stato più attento. Non mi fidavo più solo della musica e delle emozioni che mi dava, ma cercavo anche il significato del testo. Soprattutto per quelle che mi piacevano parecchio.
E di questa lo conosco a memoria. È un testo bellissimo, perfetto per la musica, ed è la canzone che amo più di tutte.

Mark Knopfler, che allora si chiamava ancora Dire Straits, ha pubblicato Brothers in Arms nel 1985. In copertina, fra le più famose di sempre, c’era una bellissima chitarra resofonica, comunemente (ed erroneamente) chiamata dobro, puntata verso il cielo, e la canzone omonima, quella di cui parlo, era l’ultima traccia di quel lavoro, la perla più bella di una collana di meraviglie. La più preziosa di tutte. Quel disco vendette un mare di copie e fu uno dei primi CD a vantare la tecnologia DDD, ad essere stato realizzato cioè in modo completamente digitale, dalla fase di registrazione a quella di mixaggio/editing e poi alla masterizzazione finale. Al di là delle sigle, la qualità di questo CD era (ed è) elevatissima tanto da essere ritenuta ancora oggi un termine di paragone. Quando uscì veniva usato nei negozi di componenti Hi-Fi (allora ce n’erano molti) e dagli installatori per tarare e verificare la qualità degli impianti di alta fedeltà, e in particolare dei recentissimi lettori cd, usciti da pochissimo sul mercato e che avrebbero sostituito in breve i giradischi fino ad essere poi essi stessi messi da parte dalla cosiddetta “musica liquida” degli mp3 che, come suggerisce la parola, è più indicata per il bidet che per le orecchie. 
Ma questo è un altro discorso. 
Io ho già sofferto passando dalla puntina appoggiata sul vinile, rigorosamente a mano, all’inserimento di quei dischetti di policarbonato luccicante dentro un cassettino mobile, ma mi accontentavo ancora almeno della qualità. Adesso però, avendo il mio masochismo dei limiti invalicabili e anche se le mie orecchie percepiscono ormai la gamma di frequenze di un vecchio citofono, con la musica compressa faccio un po’ fatica. E’ una questione di riti. E di Bellezza, come per tutto il resto. Come sempre.
Ma anche questo è un altro discorso.

Mark Knopfler, quando è nato, ha prima messo in salvo la sua chitarra e poi è uscito lui. Chissà la faccia dell’ostetrica. Dev’essere andata così, per forza. Si sente da come la suona, si vede da come la tocca, si capisce dalla simbiosi che c’è fra i due. 
Forse non sarà il miglior chitarrista del mondo, e nemmeno il più veloce, quello che si ustiona le dita e rende incandescenti le corde mentre suona, almeno secondo le classifiche un po’ idiote fatte da riviste dal nome troppo nobile per le cazzate che scrivono. Ma le classifiche non hanno anima, e nemmeno chi le fa. Le classifiche non capiscono una sega.
Lui ha inventato un suono, e quel tocco senza plettro si riconosce subito, alla prima nota. Come il suono di Gilmour, o di Clapton, di Steve Ray Vaughan, e anche di Satriani, almeno fra quelli che piacciono a me.
Ma questa canzone va oltre il suono, oltre la musica e il testo. Qui la voce e la chitarra si rimbalzano la tua anima palleggiandola in virtuosismi eleganti, in acrobazie complesse ma leggere, delicate ma piene di forza e passione. 
Puoi uscirne a pezzi, ma ancora più vivo.

Io la ascolto ogni giorno. Nei momenti belli, per apprezzarli ancora di più o per riviverli ancora una volta, e in quelli meno, per superarli. Oppure la ascolto e basta, per lasciare che la fantasia si inventi nuovi sogni. La prendo come una medicina che salva la vita, ma, a differenza del Plavix, questa non la rende solo, e inutilmente, più lunga. La rende migliore. 
E ascolto sempre questa versione live, più lunga dell’originale. Più lenta, dilatata e sospesa, come i piaceri che contano.
E’ la mia canzone. Avvolta nell’elica del DNA, con le persone e le altre cose, poche, che amo davvero. E’ quella che spero di sentire anche dopo, e magari di imparare a fare come si deve.
Nell’altra vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Orso Grigio
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