La statistica del pollo


Secondo le statistiche, mi restano da vivere una decina d’anni (decina, e non ‘diecina’ che, con l’apostrofo su ‘un altro’ e l’accento sbagliato sulla ‘è’ restano i miei errori di ortografia più imperdonabili). Dieci anni, dicevo, o poco più. Ancora un paio di elezioni politiche e di Campionati del Mondo, ma visto che non rivoterò e che il mio Mondiale l’ho già vinto nel ’82, si potrebbe perfino accelerare.
Questo essere di spalle dovrebbe deprimermi, ma non lo fa. Non mi importa. Sì, perché mi sono un po’ rotto i coglioni. Ne ho viste, cose, che potrei stupire perfino Roy Batty, ed erano quasi tutte sbagliate. Però non mi lamento, e alla fine va bene così: ho pianto e ho sorriso, ho sentito il vento sulla faccia, ho fatto perfino qualcosa di buono, di cui essere orgoglioso. E ho avuto affetti, amicizie e amori veri. Poi qualcuno se n’è andato e altri li ho perduti, come capita a tutti, e adesso, statistica o no, non voglio che succeda ancora. Voglio andarmene prima io, sennò che cazzo di egoista sarei.
Ne frequento pochi e punti, ma mi capita di sentire qualche mio coetaneo vantarsi che “io, a vent’anni…” oppure “se potessi tornare indietro…”, o ancora, rivolto ormai più ai nipoti che ai figli “se avessi la tua età…” Riflessioni quasi sempre legate alla voglia di fica e a quella smisurata potenza sessuale di allora che purtroppo adesso si è affievolita e non possono più esibire, come se fosse l’unica cosa che gli manca della propria giovinezza. Come se il sesso fosse l’unica loro ambizione.
Allora ci provo anch’io, ma certe riflessioni non mi vengono. Sarà che io non ce l’avevo quella prestanza e sono passato direttamente all’affievolimento. Semmai torno indietro per cercare altri stimoli. Mi chiedo cosa farei se avessi un’altra possibilità, o cosa non farei. Il risultato è sempre lo stesso: non la vorrei un’altra possibilità, non vorrei essere giovane un’altra volta, dover ricominciare tutto da capo. Proprio no. Tanto rifarei le stesse cose, gli stessi sbagli, e sarebbe solo una faticaccia.             
E non voglio nemmeno nuovi stimoli. Voglio fermarmi.

L’invidia non è fra il mio miliardo di difetti, ma quella verso i giovani, la loro età e il loro tempo, non c’è nemmeno come possibilità ultima. Non gli invidio la famiglia, che già da quando sono piccoli ha bisogno dei sensori per non dimenticarli in macchina. Non la scuola, sputtanata da qualsiasi governo, che se anche un ragazzo avesse la fortuna di trovarci un insegnante capace, ma che si azzardi minimamente a metterne in dubbio la perfezione, poi arrivano i genitori a sfanculare e denunciare chiunque abbia osato dubitare del loro genio, regalando al pupo mille euro di iphone come risarcimento per l’onta subita.     
Non gli invidio, ai nostri ragazzi, che non abbiano nemmeno il tempo di desiderare qualcosa che già ce l’avranno; senza attesa, senza sacrificio, e senza nemmeno apprezzarla, quella cosa, visto che non gli è costata niente.
Non gli invidio la difficoltà e l’incapacità di crescere, il lavoro che non troveranno o la famiglia che, anche se volessero, non si potranno permettere di avere. E non gli invidio nemmeno i figli che difficilmente riusciranno a far crescere come bisognerebbe.
Non gli invidio la mancanza di certezze, di etica, di valori. Di regole da rispettare. E non gli invidio la mancanza di Maestri, la poca voglia di cercarli, il credere di non averne bisogno.

I nostri erano anni di piombo e di morte ma, per contrappeso, c’era anche vita, c’erano sogni da sognare, speranze da crescere, c’era un futuro a portata di mano e la sensazione che potevi plasmarlo, farlo simile a te, e poi poterlo vivere.      
Poi non è successo, ma avrebbe potuto.  
Oggi non c’è niente di tutto questo. C’è morte ancora prima della vita, delusioni ancor prima dei sogni, c’è il presente ma senza futuro, ammesso che certi bisogni siano ancora nel nostro dna.    
Non c’è curiosità, i giovani vanno a scuola, prendono lauree che non gli serviranno, e lo fanno con copia e incolla volatili di cultura temporanea che poi non lascerà traccia. Perché non gli importa di sapere, non credono sia importante. Schiavi dei loro telefonini di merda, parlano attraverso i display ma non si guardano più in faccia. Tutti connessi accaventiquattro ma nessuno che abbia un cazzo da dire davvero, o che abbia voglia di farlo. O ne senta almeno il bisogno.     

Creano fenomeni che, sfruttando i social, si arricchiscono prendendoli per il culo a suon di puttanate, i “social influencer”. Sì, ma di questa fava. Ascoltano musica che definirla di merda è un insulto per la merda. Hanno mille strumenti, potrebbero conoscere quella migliore del pianeta, e poi si fanno martellare il cervello dai deejay e cantano amore e capoeira di stocazzo.       
Sabbie mobili di un niente dove tutti stiamo sprofondando sempre di più. E sì che restiamo pure fermi. Non ci agitiamo nemmeno.

Non sono io fuori dal tempo. E’ questo tempo, che è sbagliato.        
Io devo solo fare i conti con il mio senso di colpa nei loro confronti, perché alla fine siamo noi ad avere fallito. La nostra generazione, forse quella prima, di sicuro quella dopo. 
Quella attuale purtroppo non è nemmeno in classifica.  
Niente. Nessuna invidia, per niente e nessuno. E nessun’altra possibilità da chiedere. Io sono stato fortunato, la mia vita è stata bella e le cose belle, ma belle davvero, capitano una volta sola.

A proposito della previsione poi, spero perfino che sia un po’ a cazzo come quella del pollo a testa e che a me tocchi solo la coscia.       
Che almeno sia cotta bene, però.    
Come piace a me.

 

La carità e la cura


Quando incontro qualcuno che chiede la carità, il mio unico dubbio è se fargliela oppure no.    
Ho una mente semplice, non mi domando se sia sfruttato dal racket, non in quel momento e non in quella sede. E non mi domando nemmeno se finga, o ancora se quei soldi se li fumerà o andrà a sputtanarseli in qualche bettola. Non mi nascondo dietro questi cazzo di alibi leghisti, che hanno la sola funzione di non sgualcirsi le tasche per andare a cercare due spiccioli.

Quello che vedo io è una persona in difficoltà. E spesso gli do una mano, qualche moneta, quello che posso. Lo faccio in silenzio, non mi ergo a benefattore paladino della cristianità, non chiedo un grazie a nessuno, e non mi vanto per questo di aver salvato l’Africa intera.    
A volte ci scambio qualche parola, ci parlo, li ascolto. Da sempre sto con gli ultimi, quelli in difficoltà, quelli che la giostra della vita l’hanno trovata chiusa. Mi trovo meglio con loro, sono fatto così.      
Non mi vanto di essere migliore degli altri, non lo sono. Forse il mio comportamento è dovuto solo al senso di colpa per essere stato più fortunato o per essere nato in un posto migliore, o forse perché sono sono convinto che ci siano risorse per tutti, a patto di volerle dividere più equamente, e che la guerra fra poveri che ci fanno combattere serva solo al Potere per essere ancora più forte. O forse è perché, come diceva il Che, ogni uomo dovrebbe sentire sulla propria pelle il dolore degli altri. Sono sempre uno di quelli che “erano comunisti perché credevano di essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri” per citare Gaber, anche se io comunista non ho mai votato. Questo è il mio modo di essere di sinistra. Ci sono cresciuto e mi sono affezionato.

Chissà se i miei amici leghisti (amici un cazzo, ovviamente) si pongono le stesse domande anche quando vanno a puttane. È un esempio, potrei farne altri mille, ma questo funziona bene. Chissà se in quel momento gli importa qualcosa del magnaccia che controlla la vita del loro sfogatoio, o se si preoccupano per i soldi buttati o per l’uso scellerato che ne verrà fatto, o se invece l’unica cosa che conta è scopare.
Ecco, per me l’unica cosa che conta è mandarvi affanculo. Voi, quelli come voi e quel cazzo di enorme meteorite esplosivo che non arriva mai a spazzarci via.

 

Cose da fare

Se non avete niente da dire, o non trovate le parole adatte, state zitti.
E se vi sentite stanchi, delusi, alle prese con l’ennesima sconfitta, fatevi da parte.
Il silenzio e l’assenza.
Gli altri, di quello che siete e che fate, se ne sbatteranno comunque i coglioni, ma voi starete meglio di sicuro.

 

Libertà obbligatoria


Oggi non è l’anniversario di niente. Le date servono a Frate Indovino per i suoi calendari e a vespa per sfrangiarci i coglioni con i suoi libri, oltre che per le tasse da pagare.
Dovremmo farne a meno.
Sono le emozioni che scandiscono il tempo. Che scrivono la memoria. E quelle che tornano in mente nei giorni un po’ così sono le più importanti, quelle della vita. Questa ce l’ho tatuata nell’anima, indelebile. Come un sangue che scorre e la nutre.
E oggi è un giorno parecchio così.

Parlo di uno spettacolo teatrale che ho visto più di quarant’anni fa, nel ‘76, ma è come se fosse stato ieri sera. Si chiamava “Libertà obbligatoria” ed era di Giorgio Gaber.
Gaber e il suo Teatro Canzone erano già molto famosi, ma ad Arezzo, città sonnolenta e provinciale, ancora pochi conoscevano la sua svolta teatrale e politica. In molti credevano che fosse ancora quello di “Porta romana” e “Non arrossire”.
Non era come oggi, non c’erano Internet, YouTube, né chat o social a farsi sì i cazzi nostri, ma buoni anche per informarsi.
C’era solo il passa parola di chi lo aveva visto e sentito già, e qualcosa che leggevi sui giornali. La nostra era la stessa curiosità di tutti i giovani, ma le cose dovevamo scoprirle direttamente, da soli o confrontando le nostre esperienze con quelle degli amici, e non chini su un telefonino, certo più comodi, ma vivendo un po’ di rimando.

Io ero poco più che ragazzo, ma cresciuto in fretta. Per l’età funziona come per il caldo. C’è quella reale e quella percepita, e quella che percepivo io era maggiore dei 24 anni che avevo. E mi sentivo già un reduce, uno sconfitto, dopo la sbornia di sogni e ideali del ’68, diventata sangue, piombo e disillusione.
Di Gaber sapevo qualcosa, non molto, e quella sera ero spinto più dalla curiosità che dalla voglia di conoscenza. Non immaginavo quanto quell’incontro e quella serata sarebbero stati importanti per me, ma già dal cinema stracolmo avvertii quella sensazione di appartenenza, di essere dentro una storia speciale. Qualcosa che mi avrebbe cambiato per sempre.
Dello spettacolo non parlerò, anche se ne conosco ogni parola e ogni accordo, pause comprese. Potrei recitarlo e cantarlo io, e me la caverei anche bene. Non ne parlerò perché dovete sentirlo. Non dico di fare come me che avevo già consumato due vinili prima che inventassero il cd, ma dovete sentirlo.
Anche se Gaber si doveva prima di tutto vedere. Era energia pura, un equilibrio perfetto fra le dinamiche del corpo e quelle del pensiero, fra le smorfie del viso e le parole, precise come lame affilate e pesanti come pietre. E sempre, liberatorie, le braccia distese lungo il corpo e i pugni chiusi a scaricare energia purissima, accompagnata da quelle grida di vittoria.
Gaber si doveva vedere. Perché era bello.

 Furono due ore mistiche e rivoluzionarie, come se dentro di me molte cose, che fino ad allora vagavano senza meta, avessero trovato improvvisamente e finalmente il loro posto. Un puzzle che si componeva magicamente e tutto diventava chiaro, definito e definitivo.
Quella rabbia, quell’energia di cui nutrirsi ancora, dopo aver dovuto piangere la morte dei nostri sogni, era quello che serviva. La sensazione di non essere soli, e insieme la consapevolezza che ci avevano battuti, ma eravamo rimasti in piedi, e non ci avrebbero piegati mai. Quello spettacolo, e tutti quelli che avrei visto da allora in avanti, mi hanno acceso dentro il fuoco e la bellezza dell’Appartenenza, liberato il coraggio di pensare e di capire. La dolcezza di amare e la gioia di ridere, la rabbia di gridare e la voglia di piangere.
Porta romana un cazzo!
E quel finale, ogni volta che lo ascolto ritrovo la stessa forza, i brividi e le lacrime di allora. Quel “non si può ancora morire…” è un grido di vita e di rabbia, una cabina dove trasformarmi e diventare Superman. Invincibile.

Noi nasciamo ognuno col proprio DNA, ma poi è un’elica che gira, come quella di un’impastatrice, e via via raccoglie nuovi ingredienti, nuove conoscenze, si modifica, e tutto si amalgama perfettamente, in un processo irreversibile. Componenti che si uniscono e ne formano uno nuovo, ancora sconosciuto, che si alimenta, si arricchisce ancora, si completa. Fino a farti diventare quello che sei.
I miei Maestri delle elementari, due persone bellissime, mi avevano insegnato entrambi i valori che contano. E il rispetto. Il primo, austero e finto burbero, soprattutto per le regole e il secondo, piccolo e bonario, quello per le persone. Gaber mi ha insegnato il rispetto più importante. Quello per se stessi e per il proprio pensiero.

Io sono ignorante. Non ho potuto studiare, ma forse nemmeno voluto, altrimenti un modo l’avrei trovato. E ho letto pochissimo, oltre a Capitan Miki, Tex Willer e Lone Wolf sull’Intrepido, anche se più del niente di adesso. Non conosco i filosofi, gli scrittori, i poeti, non conosco la storia se non i grassetti. Ho imparato qualcosa della vita a forza di starci dentro, e delle persone a forza di evitarle, e i miei intellettuali di riferimento erano i cantautori, De André e Guccini su tutti. Gaber ridefinì le mie conoscenze e la mia “cultura”. E da allora sono stati lui e Luporini i miei punti fermi.
I Maestri della maturità.
Tutto questo a qualcuno sembrerà eccessivo. Forse lo è. Non mi importa.

Da allora, ogni volta che tornava ad Arezzo, il solito rituale. Ci sentivamo con Giancarlo, il caro amico Giancarlo, andavamo ad aspettarlo, per scambiare una parola, o solo per vederlo, cercavamo di incrociarlo nei corridoi del Teatro, aspettavamo la scia rossa della sua sciarpa. Non l’avevo mai fatto prima e non l’avrei mai più fatto per nessun altro. Mai avuto idoli, mai stato fan di nessuno. Non ho mai ambito alla conoscenza o alla frequentazione dei personaggi famosi.
Il mio mondo è piccolo, ci sono pochi posti. E sono tutti occupati. I miei personaggi famosi sono loro.
Ma per Gaber è sempre stato diverso. Con lui purtroppo ho passato poco tempo e scambiato poche parole, ma il tempo e le parole erano quelli giusti, e per me è sempre stato uno di famiglia, un fratello. Ogni volta, per ogni attesa, ad ogni spettacolo, ogni bis, quando tornava sul palco stanco e sudato e i teatri venivano giù, perché i teatri venivano giù, cazzo, ogni volta che ci portavo mio figlio e gli preparavo la macchina perché facesse i suoi capolavori, e ogni volta che poi mi ci portava lui, e poi ogni volta nel camerino a parlare di gabbiani, ogni cena con lui e i suoi musicisti a ridere e poi autografare un vinile con la lama di un coltello. Ogni volta, ogni cazzo di volta, era come essere a casa.

E con lui sono cresciuto, ho provato a farlo. Ho avuto le sue stesse crisi, il pubblico, il privato, i dubbi, le ideologie, la politica. C’ero anch’io in “qualcuno era comunista”, fra quelli che “credevano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri”. Ero anch’io, quel gabbiano ipotetico senza più neanche l’intenzione del volo.
Quando seppi della sua morte, fu un dolore atroce, lungo, violento. Insopportabile.
Qualcosa di paragonabile alla morte di mio padre.
Qualcosa che finiva, un’età intera di cui adesso vedevo solo le macerie. Una solitudine difficile da dire. Certe ferite non guariscono, lo avevo già imparato, e sapevo che mi sarebbe mancato, ma quello che sapevo non era abbastanza.

Ma rimane l’amore per Gaber, quei ricordi che scaldano il cuore. E rimane quello che ho imparato: il rispetto per il proprio pensiero e per le proprie idee, e soprattutto la forza e il coraggio di crederci sempre.      
Per questo adesso che lo spettacolo sta per finire, si leva ancora, disperato e forte, lo stesso grido, perché “non si può ancora morire, con questa smorfia sul viso”.
E allora il Signor G stringerà ancora i pugni.
E io con lui.

Il dono


Vedi, Roberto Saviano, il principio per cui la parola è un dono, ma non un obbligo, vale anche per te. Non è che puoi proprio triturarci i coglioni a ogni piè sospinto (?), sentenziando su tutto e tutti con quell’aria ieratica e ferale di chi è stato scelto dall’Ostile Verità per farle da testimonial e tramite nei confronti del volgo.
E non ci importa nemmeno di sapere se hai ragione o torto.
Ci hai rotto il cazzo. E basta.    
Sappilo.

La visita di renzie


Ieri sera ad Arezzo c’era renzie. Secondo la Nazione sono “accorse a vederlo” 300 persone da ogni parte della provincia, che se io organizzassi una serata al bar di Montione tipo “Una bestemmia per matteorenzie” ne verrebbero molte di più. E comunque ognuno passa il suo tempo come vuole; c’è chi va a Lourdes, chi a vedere Pupo, chi ama la zia e chi va a Porta Pia (cit.). 
Il punto è un altro. Per tre giorni hanno messo in sicurezza la città, chiuso strade, forze dell’ordine dappertutto, divieti di sosta anche a piedi, controllato cassonetti, saldato i tombini con nardella dentro rimasto a controllare. Una roba che nemmeno quando è venuto il Papa. Uno ha scritto su fb che queste misure eccezionali le hanno adottate perché temevano che io fossi nei paraggi.
Ecco, vorrei tranquillizzare tutti. Da quanto ero interessato a questa venuta, credevo che il soggetto si fosse già manifestato la sera prima. E comunque, se dovessi, ovviamente per caso, incrociare renzie, quelli come lui e tutto il codazzo di sciacquette e servi che gli leccano il culo, mi comporterei come quando incrocio una merda sul marciapiede. 
La evito.

Orso Grigio
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