La filanca delle mutande


Le attenzioni che i media riservano a Fabrizio Corona e Asia Argento dicono molto sulla fogna di degrado dove stiamo annegando. Tutti i media, e anche certe testate giornalistiche dalle quali ti aspetteresti un livello di qualità ben maggiore. E sentirli dire che ci ammorbano con certe puttanate perché è quello che vuole la gente è una scusa più ridicola che idiota. Chi vuole questo può andare a cercarselo dalla D’Urso e da Signorini. 
Da quelle parti è pieno di cose così.

Al Bar dove vado io, la pratica di questi due l’hanno archiviata con un paio di aggettivi, già da tempo. Ma al Bar fanno sintesi e al posto delle seghe gossippare si fanno semmai quelle vere. Chi può. Altrimenti compensano con un Campari o un bicchiere di rosso. E va bene lo stesso.

Per quanto mi riguarda, Samsung ha messo sul mercato i nuovi tv HyperResolution da 8k, ma temo che si dovranno aspettare le prossime generazioni tecnologiche, perché questa risoluzione non è ancora sufficiente per vedere bene, nel dettaglio, l’enormità del Gran Cazzo che me ne frega. Di loro, delle loro vicissitudini e del fatto, appena apparso, che avrebbero trombato dopo soli venti minuti che si erano conosciuti. Che fra l’altro si può fare di meglio, per dire.

Purtroppo però i miei coglioni sono più instabili di me, e dire che tutto quello che riguarda questi due fenomeni li ha frantumati sarebbe come dire che in questi giorni ha fatto due gocce ed è soffiata un po’ di brezza nei boschi. Le mie palle ormai sono così devastate che, al colmo delle crisi isteriche dalle quali vengono colpite al manifestarsi di certe facce, prima si azzuffano ferocemente fra loro e poi, insieme, tentano la fuga aggrappandosi alla filanca delle mutande, che però non regge e si strappa. 
E loro ripiombano nell’incubo. 
Senza speranza.

PS 1 La “filanca delle mutande” è una citazione dell’immenso Francesco Nuti.
PS 2 Parlo di cazzate perché è meglio.

Qualcosa sulla musica


La Musica e la Fotografia sono le mie grandi passioni.  
Ne avrei anche altre, come i Sogni e la Vita, sulle quali, però, ho capito poco e niente e non saprei che dire.   
Sulle prime due, invece me la cavo e posso parlarne.    
E infatti ne parlo. Di musica, per l’appunto.

Bene: quella lirica non mi piace. E qui ci starebbe bene un coro di ‘e sticazzi?’ e il discorso finirebbe qui.    
E invece continua.
Dicevo che la musica lirica, e con lei l’opera, l’operetta, quella roba lì insomma, non mi piacciono. Per dirla con un sottile francesismo, quel mondo mi fracassa i coglioni. Ho anche approfondito poco, ma quella roba non mi ha preso mai abbastanza per convincermi a farlo davvero. Trovo quelle moine innaturali, e quel modo di cantare un po’ insano. Un mondo lontano.

Con la classica invece è un po’ diverso. Mi sono impegnato. Anche seriamente. Mi informavo da chi ne sapeva, mi facevo dare consigli su come iniziare, chi ascoltare, cosa. Poi mi procuravo i vinili, allora c’erano solo quelli, e attuavo il protocollo standard per l’ascolto. Accendevo l’impianto, lo facevo scaldare per qualche minuto, valvole o non valvole, e intanto abbassavo le luci, mi preparavo qualcosa da bere, dal chinotto alla birra al torbato secondo l’età o il momento, spegnevo il telefonino (non lo avevano ancora inventato ma io lo spegnevo già), mi accomodavo in poltrona e via. Se era notte mettevo in atto la variante due del protocollo indossando la mia amatissima cuffia Sennheiser, finita poi chissà dove, che se avesse saputo anche leggermi nella testa, oltre che raccontarle meraviglie, ne avrebbe avute di cose da dire.          
Ma in quei casi non erano meraviglie. A volte provavo perfino fastidio, oltre alla pessima sensazione di buttare via tempo prezioso. Però aspettavo. Forse all’inizio ci vuole pazienza, mi dicevo, come se fosse una cura o un antibiotico che dovesse fare effetto. Mi convincevo che quell’accozzaglia di suoni dovessi ascoltarla più volte, sai quella cosa che si dice anche per certe canzoni di merda che per motivi arcani o perché le ha scritte qualche presunto fenomeno, dovrebbero piacere per forza. Così avevo pazienza, ma niente. Ci ho perso troppo tempo prima di capire e rinunciare del tutto. Qualcosa mi piace, alcuni classici, qualche aria, certe melodie, sonorità, ma non posso certo definirmi un amante e non posso chiamarlo amore.       
Poca roba insomma, pomiciate occasionali.

Il jazz non l’ho ancora capito, e comincio a preoccuparmi perché non ho più tanto tempo. Mi piace quello più facile e lineare, ma quando sale ad un livello più alto mi perdo. Mi sembra che ognuno vada per i cazzi propri solo per far vedere quanto ce l’ha lungo, salvo poi ritrovare una linea armonica comune quando il pezzo finisce, giusto sulle ultime battute. È un problema mio, è chiaro. Armstrong diceva che se devi chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai. Ecco, morirò con un’altra ignoranza da aggiungere all’elenco (però quello di Armstrong lo adoro).   
È una passione a metà.       

La verità è che non sono preparato per strutture musicali troppo evolute, non ho la formazione culturale giusta, forse nemmeno la sensibilità, e un po’ mi dispiace. 
Ma solo un po’.
E niente, io sono da musica leggera.         
È lei che ha sottolineato i miei momenti più importanti, o li ha evidenziati con colori diversi, è lei che ha scritto alcune cose in grassetto, altre in elegante corsivo, qualcuna l’ha ignorata e altre le ha cancellate proprio.    
È lei che ha sorriso con me quando c’era da sorridere, ed è sempre lei che è stata in silenzio quando c’era da stare in silenzio. Ed è con lei che ho pianto. Senza vergogna. Senza pudore.       
Lei mi è rimasta accanto, c’è sempre stata. L’ho presa ogni volta, come un amore vero, e mi sono dato a lei, ogni volta, come un amore vero.    
Ho amato i cantautori, ci sono cresciuto, per quel senso di appartenenza, forse solo illusorio, che oggi non c’è più, nemmeno nei sogni, e poi il rock, con la sua forza rivoluzionaria, il suo ‘tiro’ liberatorio, il pop, con la sua leggerezza, il country, il folk, il progressive, la new age, il funk… no, il funk poco.             
È un lungo elenco e non ha nemmeno senso; a volte ho amato le belle canzoni, solo perché erano belle e basta o perché c’erano quando è successo qualcosa.

Ma più di tutti ho amato il blues, con quei cazzo di tre accordi in croce che producono reazioni e meraviglie che nessuna chimica e nessuno scienziato potrebbero spiegare. Perché qui la musica, intesa come struttura, battute, tempo o armonia, non c’entra niente. E spesso nemmeno il virtuosismo dell’esecuzione. Nel blues conta la sensibilità di chi lo fa, il tocco sulla chitarra, quanto e come tiene su un bending, come ci arriva, l’attesa fra una nota e l’altra, contano i colpi dei martelletti del pianoforte, la loro dinamica, contano la rotondità e la profondità del basso, o la base ritmica, quella strada indicata dalla batteria a far da guida agli altri compagni di viaggio.       
Il blues crea dipendenza, ma non è tossico. Può ridurti a brandelli, ma poi ti dà la forza di rimettere insieme i cocci. Può ucciderti, e poi portarti in volo sopra posti che non esistono, scavare nella tua solitudine fino a dove fa male e trovarci emozioni che non potranno nemmeno esistere mai.

Io non sono un chitarrista, non ne ho il talento.
Però, come il calabrone che se ne frega di aerodinamica e vola lo stesso, la suono. Mi ha salvato la vita e continua a farlo, soprattutto adesso. E suonare qualche nota sopra una base blues è bello. Salire su e giù per quelle scale pentatoniche fino a non avere più fiato è liberatorio. 
Posso passarci ore, così. E saranno tutte buone.

È l’anima che scrive il blues. Per un’altra anima che saprà ascoltarlo.         
E ci lascia un segno che non va più via.   
In entrambe.

 

I sentimenti


Ci pensavo da un po’ e oggi mi sono deciso. Basta con la politica, il cazzeggio, la musica.
Scriverò un post sui sentimenti. Ovvai!
Quelli buoni, intendo, che nascono dal cuore, e che vanno dalla simpatia per il gatto del vicino ai contatti Facebook, e poi alle amicizie, più o meno importanti, e su su fino all’amore eterno. Boom!

Come ognuno di voi, anch’io ho conosciuto persone, ho provato affetti, vissuto storie, e intanto che mi scorrevano gli anni sul groppone ho avuto tempo e modo di imparare, di capire, di provare dolore e combatterlo, e anche di seminare errori, raccoglierne il frutto, spremerlo e berne il succo. Di fare un mare di cazzate, insomma.

In ogni caso, conosco la materia e so di cosa parlo.
Adesso ho raggiunto ormai quella serenità che mi consente di parlarne senza turbamenti, senza esserne più coinvolto. Ho pensato così che la mia esperienza (è il nome che i filosofi danno a quel mare di cazzate), narrata serenamente e pienamente, potrà aiutare qualcuno a difendersi dai propri errori, se non a evitarli, e a superare il dolore che si prova quando un amico ti tradisce o quando finisce un amore così come è finito quello di Cocciante.
Financo a crescere. È anche questa la funzione dei social, no? Confrontarsi, scambiarsi esperienze.
Sarò il vostro confidente, una specie di amorevole fratello maggiore. Lo farò cercando di essere sintetico e diretto; senza fronzoli, ridondanze o inutili giri di parole, senza retorica. Scaverò nel profondo, frugherò tra le pieghe dell’anima e ne trarrò l’essenza, quello che conta davvero. Lo farò per voi. Grazie. Prego.
Vediamo… cominciare è sempre difficile, non sai mai da dove. Che dire… forse potrei, ecco, sì, certo… Allora, quello che è importante, beh… insomma, più o meno… no, così non va bene.
……….

Ricomincio, dai…

……….

Ok, ci sono. Dunque… partiamo dall’inizio. Quando nasce un sentimento per qualcuno, una simpatia, un affetto, o qualcosa di più che ti chiude lo stomaco, quando insomma le cose succedono, non c’è un perché, e nemmeno un motivo. Anzi, forse non succedono nemmeno e sono solo proiezione dei nostri desideri, o dei nostri incubi, plasmati dall’attitudine che ognuno di noi ha per l’insondabilità dello spirito evocato dalla ragione. È la nostra mente, tormentata dall’abitudine al vivere e sottostante a logiche psicotrope alienanti. E quando invece succedono, non dite quattro… no, questa è un’altra, scusate. Quando succedono, dicevo, non parlate, non tacete, non state e non andate, non fate e non dite, lasciate piuttosto che i bambini vengano a… chiedo scusa… certe citazioni si infilano dappertutto, soprattutto quando non si ha niente da dire.

Ecco, sui sentimenti non ho niente da dire. Non ci ho mai capito un cazzo! E quando ho creduto di capire, ho sbagliato.
Arrangiatevi.

È Terra, compagni. È Terra!


Cinema Teatro Politeama di Arezzo, 26 gennaio 1991. Mille anni fa.

Eravamo in pochi. Ed era strano. Fossati stava vivendo un periodo irripetibile, l’apice di creatività e bellezza di una carriera straordinaria e i suoi concerti facevano il pieno dappertutto. Ma non era per scelta che la gente non era venuta. Era per paura.

In una discoteca della città la sera prima c’era stata un’esplosione ed era morta una ragazza. Si sarebbe saputo poi che era stata una fuga di gas a causarla, ma erano tempi bui (non che adesso siano migliori) e si parlò di attentato. Così molti, spaventati, rimasero a casa, nonostante avessero già il biglietto. A me non mi avrebbe fermato nemmeno un attacco chimico all’antrace potenziato durante un bombardamento atomico, con i cecchini maledetti appostati sul tetto del Cinema che avevano avuto l’ordine di sparare proprio su di me. Ci sarei venuto gattonando sulle mine, e se ne avessi presa una e fossi saltato per aria, sarei arrivato lo stesso, a pezzi sparsi, proteggendo almeno occhi e orecchi, quello che serviva per vedere e sentire quel concerto. Per fortuna andò meglio di così e ci arrivai intero.        
Ah… lo so che “a me mi” non si dice ma serviva per rafforzare il concetto. E poi faccio come mi pare.
Un concerto per pochi intimi, insomma, e quei pochi non erano nemmeno così buoni. Due file dietro la mia c’era quello che sarebbe diventato, di lì a pochi anni, il mio direttore, e che già mi stava sulle palle da un pezzo. Preventivamente. Ma questi sono solo dettagli.

Il Politeama era un cinema, ma ci avevo già visto concerti e spettacoli teatrali, tutti indelebili nella mia memoria: Gaber nel’76, Guccini qualche anno dopo, quando una sera non bastò e si raddoppiò al Teatro Petrarca in un concerto acustico, solo lui e Flaco, emozionante e bellissimo. Pezzi di vita. Cazzo, se importanti!   
Quel cinema non c’è più, e non ci sono nemmeno gli altri di quei tempi. Tutti chiusi. Trasformati in centri commerciali con le sedi di Tim, Enel, oppure profumerie e grandi magazzini dove potersi ricoprire di odori nauseabondi e vestirsi di merda, oppure ruderi scalcinati presi in custodia dai topi in attesa di non si sa cosa. Adesso ci sono i Multisala, impersonali e anonimi. Mi vanto di averci visto solo un film, per provare l’effetto che faceva. Non mi piacque il film e non mi piacque l’effetto. Esperienza chiusa, un altro aspetto della globalizzazione col quale non ho proprio niente a che vedere. Come passare da un bicchiere di vino vero in un’osteria con un amico a un cartone di tavernello in un McDonald, mentre chatti con qualcuno che ti sta prendendo per il culo.
Ma anche questo è un dettaglio minore.

Torniamo a quell’attacco di Lusitania. Un lampo, un colpo al cuore come quelli di Ramon, ma non avevo scudi a proteggermi e andò subito a segno. Una vibrazione improvvisa, inattesa. Quel brivido, appena spente le luci di sala, su quel “È terra…”, quella voce, il basso superbo e irripetibile di Beppe Quirici, e poi gli altri musicisti straordinari, per me il suo miglior gruppo di sempre, aprirono le porte di una Meraviglia. Con quelli di Peter Gabriel e Roger Waters, il concerto più bello che abbia visto. E temo che il podio si chiuda qui.

Questa era la premessa. Serviva a sfiancarvi e farvi desistere dal continuare a leggere. Ma per chi c’è ancora vado avanti.
Ivano Fossati, per me, è stato ed è importante. Ancora più dei cantautori con i quali sono cresciuto, Guccini e De André su tutti, perché lui, rispetto agli altri, crea musica. I suoi testi, fra i più belli mai scritti nelle canzoni, ma anche fra i più belli mai scritti e basta, diventano ancora più raffinati, preziosi. Si vestono di una poesia e di un’eleganza rare, vivono su armonie vere, e non sul solito giro di do che più o meno era quello che  usavano tutti (a parte Conte, De Gregori e poco altro) e che comunque magari lo usassero anche oggi, quel giro di do.
Provate a risentirle adesso, le sue canzoni: sono vive, antiche e moderne insieme. E fra cento anni sarà ancora così, perché la Bellezza rimane tale. La Bellezza non ha tempo, lo guarda passare e gli sorride. Ha il potere di batterlo, di superarne i limiti.

Oggi Ivano Fossati è un signore che ha fatto la sua scelta e si gode il suo tempo. Niente concerti, ne’ dischi ne’ altre forma di musica “pubblica”. Se la vive da solo, la sua musica.
Massimo rispetto, certo. Ma ci ho messo un po’ a capirlo.
All’inizio mi dicevo che un cantautore non è un qualsiasi impiegato delle poste che smette di lavorare, va in pensione, e ciao. Come me, per esempio. Tanto nessuno si era accorto che lavorasse e nessuno si accorgerà che ha smesso. E soprattutto, a nessuno fregherà mai una cispola di quello che ha fatto nella vita. Ma Fossati era un compagno di viaggio, la sua musica aveva sottolineato le nostre emozioni, sapeva di pianti e sorrisi, conosceva segreti e debolezze,  e adesso non doveva lasciarci così, alle prese con questo senso di solitudine difficile da dire. Forse un suo concerto non l’avrei mai rivisto, per la distanza, per i soliti problemi, ma sapevo che avrei potuto farlo perché da qualche parte quei concerti si tenevano ancora. Sono egoista, lo so, me l’hanno detto mille volte e alla fine mi sono convinto. Così, per cercare di migliorarmi, ho riflettuto su questo e ho capito che ero io a sbagliare.        
Ho capito che è la sua vita, non la nostra. Non la mia. E che si tratta della sua musica, non di lui. È di quella che ho bisogno, e mi arrangerò. Ho pacchi di cd da ascoltare ancora mille volte, e ho testi imparati a memoria con accordi ricavati “a orecchio” per provare a rifare le sue canzoni. A volte per rivivere certi momenti, altre solo per quella Bellezza. E altre ancora perché ne ho bisogno e basta.         
Tutto quello che posso dire a Ivano (mi permetterà questa confidenza, ma siamo più o meno coetanei e in tutto questo tempo è come se fossimo diventati amici) è grazie. Ma un grazie enorme, per la compagnia, per il viaggio fatto assieme, per i momenti vissuti con la sua musica, per i cazzeggi con gli amici giocando con le rime di Jesahel (ho perso la nana, maremma puttana, nella versione più castigata), per qualsiasi disco che ha fatto poi da solista, e che aspettavo in negozio comprandolo al volo. Sì, al volo, perché il mio spacciatore mi avvisava dell’arrivo del corriere con la nuova uscita e io ero lì ad aspettarlo, e quel cd non lo facevo nemmeno atterrare sul bancone. Voglio dirgli grazie per i brividi provati ascoltando “La costruzione di un amore”, per quel capolavoro che è “700 giorni”, e tutto il resto che ha fatto negli anni ’70, poi ‘80, e poi “Carte da decifrare”, Discanto, Lindbergh, e poi le altre, “Io sono un uomo libero” alla quale Celentano ha reso grazia con la sua voce bellissima, perché anch’io “sogno ancora coi gomiti affacciato alla finestra”. Grazie per  “C’è tempo”, capolavoro che solo a scriverne il titolo mi vengono i brividi, “Il bacio sulla bocca”, va be’… è un elenco lunghissimo di meraviglie che vi invito a conoscere o a riscoprire. Il suo brano “peggiore” non esiste, ma se esistesse sarebbe comunque oltre. Inarrivabile dalla totalità della merda di oggi.       
E grazie anche per quel po’ d’invidia nel rendermi conto che non sarei mai riuscito a fare niente di nemmeno paragonabile a quello che a lui veniva così bene. Certo, era un riferimento troppo alto per chiunque, figuriamoci per me, aspirante cantautore mai nato, ma tutte le volte che ho sognato l’ho fatto in grande. Non conosco altro modo di farlo.
E ancora grazie per quella cosa di qualche anno fa. Una cosa che scalda il cuore, privata e bellissima. Che rimarrà tale.

Il post è finito, andate in pa… Scusate, a volte mi faccio prendere la mano.
Quello che segue, e che potete evitare bellamente, è un mio piccolo omaggio. Sì, perché visto che lui non le canta più in pubblico, ci provo io. E, fra i suoi mille capolavori, ho scelto questo, per me una delle sue canzoni più belle.
E poi è perfetta per il periodo.      
È contenuta in un mio cd di cover e inediti che si intitola “Canzoni ignude. Un colpo solo” che non troverete da nessuna parte perché non uscirà mai. È come il Galeone di Dylan Dog.
Ignude per gli arrangiamenti minimalisti, e un colpo solo perché, come De Niro ne “Il cacciatore” quando spara al cervo, è buona la prima. Come viene viene.  
Tanto, dopo la Ferreri che massacra Aretha Franklin e Al Bano che sciagatta l’Inno di Mameli, peggio sarà difficile.
E comunque Ivano mi perdonerà.

Grazie di cuore a Lorenzo, Luca e Simone, amici e grandi fotografi, che mi hanno aiutato a fare questa cosa.

Tex e Lilyth

Tex compie 70 anni. Siamo quasi coetanei anche se lui è nato già grande e io ci ho messo un po’. E rimarrà così, lo disegneranno solo un po’ più vecchio di quando, all’inizio, era un giovane fuorilegge in groppa a Dinamite. Io invece ho i limiti degli umani e non potrò più leggerlo, ma pazienza. Lo faranno altri. Dovrebbero farlo tutti.

I fumetti, e non solo Tex, andrebbero studiati nelle scuole, come libri di testo. Sono parte della nostra storia, della nostra cultura. Stanno alla letteratura come i cantautori ai poeti, come la musica leggera a quella classica. E io, dal mio abisso di ignoranza, preferisco sempre i primi. Fumetti, cantautori e musica leggera li conosco e li capisco, e credo di averci trovato dentro la stessa bellezza e perfino la stessa arte che nelle loro alternative più “nobili”.

Li ho sempre amati. Da piccolo leggevo Capitan Miki e il Grande Blek. Li portava con la bicicletta la signora che gestiva l’edicola di Saione insieme al marito (per chi conosce Arezzo e c’era già negli anni ‘60). Erano entrambi anziani, ma lui era anche un po’ malconcio, e così al giro con la bici per le consegne andava lei e lui rimaneva in edicola. Gracilina, minuta, ma pedalava sicura e veloce. Una dinamo umana con i capelli ricci, piena di energia e passione. Per la vita, per il suo lavoro. Una passione che ho ritrovato di rado. Doveva venderli quei giornali, certo, ma c’era dell’altro. Andava oltre. Conosceva tutti per nome, si fermava con chiunque per una parola, una confidenza, una battuta, magari un pettegolezzo. Come un’amica, e per molti lo era. E parlava delle cose successe, dei fatti raccontati sui giornali che consegnava, delle notizie che il telegiornale non aveva ancora dato. O non avrebbe dato mai. E di tv ce n’erano ancora poche. Era un altro mondo, e lei una bella persona.

I miei “giornalini” li portava il giovedì pomeriggio. Arrivava intorno alle 16 e io, alle 15 o poco più, ero già seduto sulle scale di casa ad aspettare. Ho sempre amato la puntualità e ho sempre preferito essere io quello che aspetta. Mi piace l’attesa, è piena di promesse, di possibilità.
Poi ho conosciuto Tex Willer. Lo leggeva anche il mio babbo, ed è una delle poche cose che abbiamo fatto insieme. Anche per questo ci sono affezionato. Mi sembra ancora di farlo con lui, seduti accanto. Come la sua piccola ombra.

Di Tex so tutto. Potrei tenere seminari, su di lui, i suoi pard, dal vecchio cammello Kit Carson al figlio Kit, all’amico indiano Tiger Jack, potrei dirvi dei suoi amati Navajos di cui diventa capo con il nome di Aquila della Notte, delle battaglie in difesa degli indiani contro il potere dei bianchi, che stronzi lo sono sempre stati. Potrei raccontarvi le sue mille avventure, citare le sue battute e i suoi modi di dire, rivelarvi qual è il suo piatto preferito… anzi, questo ve lo dico: è una bistecca alta due dita con una montagna di patatine fritte! Potrei descrivervi uno a uno i suoi amici fraterni, come la giubba rossa canadese, il grande Gros Jean, e i suoi nemici, il temibile Mefisto su tutti.
Da questo ‘gran satanasso’ ho imparato molto, con lui ho conosciuto mondi, popoli e storie, ho capito l’importanza di valori come amicizia, lealtà e giustizia, quelli per i quali è giusto vivere e lottare. E morire, se serve. 
In quelle storie c’è anche lei, Lilyth, la figlia di Freccia Rossa, che, per salvargli la vita, chiede di sposarlo quando lui è già sul palo della tortura.
Lei sarà la sua unica donna, il suo unico Amore. Per sempre.

Molti di quelli che non hanno di meglio da fare che sparare cazzate, parlando del “fenomeno” Tex, blaterano che a lui non piacerebbero le donne e che anzi avrebbe una relazione omosessuale con il vecchio amico Kit Carson. Anche se fosse, varrebbe il sempiterno ‘esticazzi’, ma è molto più semplice di così. Tex ama Lilith, e continua a farlo, anche dopo che il vaiolo gliel’ha portata via.
Se conoscete l’Amore, se l’avete provato almeno una volta, perché poi è una volta che si prova, non è difficile da capire.

Questo video l’ho fatto qualche anno fa, ma oggi lo rifarei esattamente così e voglio condividerlo ancora con voi. E’ il mio piccolo omaggio al mio amico Tex, a Lilyth, e a una di quelle storie che oggi non ci sono più.       
O forse ci sono ancora, ma ci siamo persi noi.

 

P.S. La colonna sonora, “So long Lilyth”, è una ballata bellissima di Graziano Romani, grande rocker che, fra le altre sue cose belle, ha avuto l’idea, meritoria e realizzata benissimo, di dedicare interi cd a figure del fumetto, come Zagor, Tex, Mister No e Diabolik. Non ho il piacere di conoscerlo di persona, ma mi piace quello che fa, e come. Lo ringrazio.

 

 

La mia Valdichiana

Capita, di rado ma capita, di incontrare persone che rendono la tua vita migliore. E vale anche per i luoghi, soprattutto se ci trascorri del tempo e impari a conoscerli.
Quando succede, il tempo che passa non potrà niente contro di loro. Questa entità troppo sopravvalutata potrà passarti addosso, cambiarti nel fisico, renderti più fragile, ucciderti, ma non avrà nessun potere contro quegli affetti e quelle emozioni che invece rimarranno vive e vitali dentro di te. Per sempre, come la prima volta che le hai provate.
Quando, e se avrai la fortuna di rivedere quel posto o di riabbraccerai quella persona, tutti gli anni trascorsi verranno cancellati da quella vista, evaporati in quell’abbraccio.
Con le persone è più difficile. La vita non è come la fisica, o la chimica, dove basta ricreare le stesse condizioni perché si verifichi lo stesso fenomeno.
E’ più complicata. Ma con i posti si può fare.         

E ce n’è uno, fra i pochi che ho nel cuore, dove posso provare questa fortuna ogni volta che voglio. Salgo sulla mia moto e via. Trenta, quaranta minuti, e ci sono. Le stesse strade, le pianure sconfinate, i campi di girasole, le leopoldine. Le stesse buche nella strada sterrata che porta alla casa dove abitavo. Tutto immutato. Tutto immutabile. 
Mi fermo. Mi siedo all’ombra dello stesso pino. Respiro piano. Il profumo. Il silenzio.
Qualche minuto da solo. Fuori da tutto. Come una cura. Come una medicina.

Poi entro nel solito bar: “buongiorno, un caffè, grazie”. C’è il consueto gruppo di indigeni d’ordinanza che sparlano ad alta voce contro chiunque, da sky al governo al caldo. Mi ignorano, come mi ignora la signora al banco. Ma mi ignoravano anche prima, per me era sempre e solo “buongiorno, un caffè, grazie” e nemmeno una parola di più, anche se, appena uscito, entrerò nel loro elenco di chiacchiere, e parleranno male anche di me.

I posti sono questi. Il video l’ho già postato e chi l’ha visto può risparmiare tempo (ma anche chi non l’ha visto, volendo). Perdonatemi, alla mia età si dicono e si fanno sempre le stesse cose. E io continuo ad amare gli stessi posti.        
E le stesse persone.

Orso Grigio
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