Capitani coraggiosi un cazzo

Capitani coraggiosi!?!?!? Patrioti, eroici cavalieri!!!???!!!???
Gli avevano trovato nomi evocativi, leggendari, come quando vi entrano in casa per rubare fingendosi tecnici che devono riparare un guasto. E di eroico e coraggioso non hanno proprio un cazzo di niente, visto che le tasche alla fine sono sempre le nostre. Loro non rischiano, e non perdono, mai. Il nostro capitalismo assistito ha sempre funzionato così: spese pubbliche e ricavi privati. Se proprio gli va male li mandano via con liquidazioni che sommate agli stipendi che hanno preso fanno qualche millennio del lavoro di una persona normale.

I loro nomi andrebbero mandati in sovrimpressione sugli schermi tv, colaninno, benetton, marcegaglia, montezemolo e il resto della banda, con l’invito ad evitarli come la peste bubbonica o la musica dei modà. Un po’ come gli avvisi sui pacchetti di sigarette. Altro che farne macchiette buone per la satira di Crozza, che satira non è, e che alla fine hanno il solo effetto di disinnescarli e renderli simpatici, come è successo per montezemolo, il più fenomeno di tutti. 
Sono sempre operativi. E pericolosi.
Anche quando non hanno meriti, se non quello di essere “figli o amici di”, sembra che senza di loro non possa esserci futuro ne’ speranza. Sono attori consumati. Come i politici, che possono ricoprire qualsiasi ministero senza saperne una sega di niente, anche loro possono interpretare qualsiasi ruolo, gestire qualsiasi azienda senza avere nessuna competenza in quella materia. Un po’ come sicari prezzolati mandati dalla politica ad affossare chiunque. 
E pagati da noi.

La merda nel cervello

A me la satira piace, meglio se feroce, e apprezzo l’ironia, o anche solo una buona battuta. Di spunti ce ne sono miliardi, e molti di questi richiedono anche coraggio, oltre che talento. C’è n’è di materiale, per chi vuole provarci.
E’ per questo che per far ridere non dovrebbe essere necessario, per esempio, prendere per il culo la cecità di Andrea Bocelli, come in quel fotomontaggio ridicolo dove il cantante dà il biberon all’agnellino, ma dalla parte sbagliata. Cazzo, che gran risate! Ma cosa avete nel cervello, la merda liquefatta?
In ogni caso, se a voi diverte, a me no. Affatto. Perciò se vi interessa, per motivi che continuano a sfuggirmi, rimanere fra i miei contatti, evitate queste stronzate. A me fanno solo incazzare, e delle cattive compagnie faccio volentieri a meno.
Di certe persone si può anche desiderare la morte, e se è peccato io ho già un comitato d’accoglienza pronto all’inferno, e si possono prendere per il culo, sbeffeggiare, distruggere con battute feroci, ma per le cose che dicono e che fanno, e non per come sono. Per le loro scelte, e non per quelle che non hanno potuto fare, cazzo!
Provate a immaginarvi ciechi, per un giorno, o anche solo per un’ora, senza vedere più niente, cosa che magari potreste superare, ma anche senza vedere più quel cazzo di display e poter fare la sola cosa che sembra tenervi in vita: usare il vostro telefonino di merda e pisticciarci sopra le vostre cazzate.
Ecco, che effetto fa?
Io non ho niente contro gli smartphone, i social e tutto il resto. Li uso: sono utili, divertenti, forse indispensabili.
Ma ho tutto contro l’ignoranza, la stupidità e la mancanza di rispetto.
E’ un mio limite.

CUP

Una volta, quando un pezzente aveva bisogno della visita di uno specialista, e capita spesso visto che il pezzente è per natura molto cagionevole, andava al CUP con la richiesta, indicava il medico scelto, pagava il ticket, tirava due madonne perché c’era da aspettare qualche mese (il pezzente è volgare), aspettava i suddetti mesi e, se restava vivo o con ancora residui di vitalità, finalmente poteva raccontare i suoi cazzi a qualcuno ben disposto peraltro a sbattersene i coglioni. D’altra parte, nel suo stato di pezzente imperfetto e difettoso, non poteva pretendere di meglio. 
Ma era accettabile. Magari aveva il culo di imbattersi in un medico al quale importava qualcosa dei suoi problemi e stabiliva con lui un rapporto umano che poteva perfino giovare al suo stato di salute.
Dal 1 gennaio non si può più fare, almeno dalle mie parti. Prenoti al CUP, ticket, solita trafila, stessi inni al signore, ma senza scelta del medico. Prendi quello che ci trovi, che non sa un cazzo di te e nemmeno tanto tempo da perderci.
Tutto questo, tradotto, significa che se vuoi farti curare con almeno qualche speranza, devi frugarti in tasca e rivolgerti alla sanità privata o all’intramurale. 
Ma, visto che sei un pezzente e non te lo puoi permettere, devi rassegnarti, morire, e non rompere troppo i coglioni. 
Sperando che almeno la morte arrivi alla svelta. Come uno starnuto, un colpo di tosse, una scorreggia. Come un rutto in faccia a chi sta devastando la Sanità, oltre a tutto il resto. 
Broooottt! Morto.

Quando moda è moda

Io non ho studiato molto, e sono ignorante come una scarpa. Quello che so e che sono, o avrei voluto essere, e quello che non avrei voluto diventare mai, l’ho scoperto, appunto, consumando la suola.
In questo viaggio Gaber è stato Maestro, Fratello e Amico come nessuno. E il fatto che non abbia potuto conoscerlo e frequentarlo come avrei voluto, ma solo attraverso il suo Teatro e le sue canzoni, è solo un dettaglio che non cambia niente. Mi manca tantissimo.
Questo è un video che ho montato qualche anno fa per lo spettacolo di Andrea “Gaber se fosse Gaber” con foto della Fondazione Gaber. Alcune però sono di Andrea stesso, scattate tanti anni fa a Fiesole in una fantastica e indimenticabile serata di Teatro Canzone, con una mitica Pentax MX che custodisco ancora gelosamente anche solo per questo motivo. Andrea non è fotografo, ma questi scatti, che in rete hanno “scippato” un po’ tutti, sono bellissimi: la prova di un momento di grazia.
A questo video sono molto affezionato, per evidenti motivi; “Quando è moda è moda” è una delle Canzoni Perfette nella playlist della mia vita e la dedico a tutte le teste di cazzo che ci hanno fatto credere di voler cambiare il mondo, ma non aspettavano altro che fosse il mondo a cambiare loro.

Go home

Ho aspettato qualche giorno ma niente, nemmeno una cavalletta, una locusta, le roncole volanti. Al bar continuano a servire il caffè, il giornale in edicola, per strada i vecchi con la panda a seminare il panico. Tutto come prima. Tutto come sempre. Ma con un senso di normalità nuovo, diverso. Sconosciuto.

Bene. Ci avete messo tre anni a capire che era solo uno sbruffone presuntuoso. Meno di 20, un bel progresso, anche se con questo era più facile. Comunque la prossima volta telefonatemi: vi dico tutto io, e guadagniamo tempo. Ma soprattutto, adesso che avete capito chi è, non dimenticatelo. Non fatevi fregare di nuovo.

E non abbassate la guardia. Lo avete visto in difficoltà, ritenendolo perfino umano, ma tutti si commuovono e tutti piangono, però poi ognuno rimane quello che è, e questo piccolo sbruffone sputacchioso non ha la purezza del perdente. Quel discorso era solo l’ennesima sceneggiata, l’ennesimo comizio per glorificarsi da solo e per ricordare al mondo intero che lui non è come gli altri.
Ha ragione, non è come gli altri e l’abbiamo capito bene: lui è comicamente, tragicamente e assolutamente il peggio che c’è.
Lui, il suo pd, il suo governo, sono il Male, il ripetersi di un peccato di presunzione, superbia e onnipotenza, non più originale ma diventato ordinario, un tentativo reiterato di golpe da parte dei poteri forti nei confronti di un Paese debole e indifeso nella dignità e nei diritti. Un colpo di stato in atto da anni, che se non è mai riuscito fino in fondo, ha prodotto danni spaventosi, ci ha tolto la speranza, la voglia di futuro.

E non manterrà nessuna promessa di andarsene, figuriamoci; la dignità per un politico è come la statura per un fantino: deve essere bassa il più possibile. E su di lui avevano contato parecchio: gli avevano dato il cavallo di napolitano, pesantemente drogato dall’europa e dalle banche.
Così, quella promessa di togliersi dalle palle, dovremo mantenergliela noi.
Imparate dal pugilato. Quando l’avversario barcolla buttatelo giù. Seguite il movimento e colpitelo in controtempo. E che non si rialzi.

Adesso lui e tutto il suo governo di servi incapaci e querule sciacquette devono andare a casa. La Consulta sa già cosa deve dire: lo dica. E andiamo a votare. SUBITO! Perché dobbiamo pretenderlo con forza, perché votare è una cosa che si fa in Democrazia, quella parola di cui tutti si riempiono la bocca, ma che è solo uno shampoo putrido nel quale continuano a farci macerare, come sabbie mobili per il cervello, come la goccia cinese, sperando che alla fine ci arrendiamo.

No, non ci arrendiamo, perché abbiamo ragione noi, e quel cazzo di vitalizio al quale tenete così tanto, il vero motivo “politico” per il quale proverete a perdere tempo, ve lo faremo lasciare dov’è, così per una volta capirete come funziona. Perché della vita vera non sapete un cazzo e quello che sapete non vi interessa, altrimenti quella merdata di legge fornero l’avreste letta, prima di approvarla, ve ne sareste accorti che negava qualsiasi diritto costringendo le persone, quelle fortunate, a lavorare tutta la vita, pagare tasse e contributi senza poi avere indietro un cazzo di niente e senza nemmeno riuscire ad arrivarci alla pensione. E non l’avreste eliminato l’art. 18, producendo poi quel troiaio di jobs-act.
Non avreste risolto solo i problemi di chi non ne aveva, ma avreste pensato anche agli altri, agli ultimi.
Nessun governo di destra, NESSUNO, ci avrebbe portato così indietro nei diritti conquistati col sangue.
Adesso andate a casa, e senza passare dal via. Magari imparerete a lavorare, ne conoscerete il sacrificio e un cazzo di voucher lo troverete anche voi.
E se proprio a quel vitalizio riuscirete ad arrivarci, perché le cose vanno così, spero che non vi basti per le medicine che dovrete prendere.
Inutilmente.

Francesco

E’ successo oggi, di cinquant’anni fa.
Francesco aveva 41 anni. Lavorava per una ditta che si occupava di linee elettriche, quelle di una volta, su pali di legno. C’era da fare manutenzione e salire su uno di essi. Avrebbe dovuto farlo un ragazzo appena arrivato, giovane e inesperto, ma il palo non sembrava troppo sicuro e Francesco decise che ci sarebbe salito lui. Il palo, vecchio e fradicio, non tenne conto di questo gesto, e si stroncò alla base, quando Francesco era già in cima. Così lui perse la presa e volò a terra ma, con ancora un riflesso, cercò di rialzarsi. Fu allora che il palo, dondolando attaccato ai cavi, lo colpì alla testa.
Se vi dicono che Dio non esiste, non credeteci. Esiste. E ha una buona mira.

Francesco se n’è andato così.
Francesco era mio padre.

Chi dice che il tempo cancella le ferite è perché non ne ha di così gravi. Quelle rimangono. Si cicatrizzano, certo, ma poi si riaprono e sanguinano ancora. Perché non c’è un solo giorno, non uno, che non abbia avuto un pensiero per te, un consiglio da chiederti, una parola da ascoltare o solo una carezza dove appoggiarmi. Un bacio da prendere.
E qualche volta, come adesso, ti ho chiesto di portarmi con te, per mano, insieme alla mamma, come in quella foto di tanti anni fa. Come in un giorno di festa.
Perché ci sei sempre stato e quello che sono, o non sono, l’abbiamo fatto insieme.
Spero che tu sia orgoglioso di me.
Ti voglio bene.

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