Qualcosa sulla musica


La Musica e la Fotografia sono le mie grandi passioni.  
Ne avrei anche altre, come i Sogni e la Vita, sulle quali, però, ho capito poco e niente e non saprei che dire.   
Sulle prime due, invece me la cavo e posso parlarne.    
E infatti ne parlo. Di musica, per l’appunto.

Bene: quella lirica non mi piace. E qui ci starebbe bene un coro di ‘e sticazzi?’ e il discorso finirebbe qui.    
E invece continua.
Dicevo che la musica lirica, e con lei l’opera, l’operetta, quella roba lì insomma, non mi piacciono. Per dirla con un sottile francesismo, quel mondo mi fracassa i coglioni. Ho anche approfondito poco, ma quella roba non mi ha preso mai abbastanza per convincermi a farlo davvero. Trovo quelle moine innaturali, e quel modo di cantare un po’ insano. Un mondo lontano.

Con la classica invece è un po’ diverso. Mi sono impegnato. Anche seriamente. Mi informavo da chi ne sapeva, mi facevo dare consigli su come iniziare, chi ascoltare, cosa. Poi mi procuravo i vinili, allora c’erano solo quelli, e attuavo il protocollo standard per l’ascolto. Accendevo l’impianto, lo facevo scaldare per qualche minuto, valvole o non valvole, e intanto abbassavo le luci, mi preparavo qualcosa da bere, dal chinotto alla birra al torbato secondo l’età o il momento, spegnevo il telefonino (non lo avevano ancora inventato ma io lo spegnevo già), mi accomodavo in poltrona e via. Se era notte mettevo in atto la variante due del protocollo indossando la mia amatissima cuffia Sennheiser, finita poi chissà dove, che se avesse saputo anche leggermi nella testa, oltre che raccontarle meraviglie, ne avrebbe avute di cose da dire.          
Ma in quei casi non erano meraviglie. A volte provavo perfino fastidio, oltre alla pessima sensazione di buttare via tempo prezioso. Però aspettavo. Forse all’inizio ci vuole pazienza, mi dicevo, come se fosse una cura o un antibiotico che dovesse fare effetto. Mi convincevo che quell’accozzaglia di suoni dovessi ascoltarla più volte, sai quella cosa che si dice anche per certe canzoni di merda che per motivi arcani o perché le ha scritte qualche presunto fenomeno, dovrebbero piacere per forza. Così avevo pazienza, ma niente. Ci ho perso troppo tempo prima di capire e rinunciare del tutto. Qualcosa mi piace, alcuni classici, qualche aria, certe melodie, sonorità, ma non posso certo definirmi un amante e non posso chiamarlo amore.       
Poca roba insomma, pomiciate occasionali.

Il jazz non l’ho ancora capito, e comincio a preoccuparmi perché non ho più tanto tempo. Mi piace quello più facile e lineare, ma quando sale ad un livello più alto mi perdo. Mi sembra che ognuno vada per i cazzi propri solo per far vedere quanto ce l’ha lungo, salvo poi ritrovare una linea armonica comune quando il pezzo finisce, giusto sulle ultime battute. È un problema mio, è chiaro. Armstrong diceva che se devi chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai. Ecco, morirò con un’altra ignoranza da aggiungere all’elenco (però quello di Armstrong lo adoro).   
È una passione a metà.       

La verità è che non sono preparato per strutture musicali troppo evolute, non ho la formazione culturale giusta, forse nemmeno la sensibilità, e un po’ mi dispiace. 
Ma solo un po’.
E niente, io sono da musica leggera.         
È lei che ha sottolineato i miei momenti più importanti, o li ha evidenziati con colori diversi, è lei che ha scritto alcune cose in grassetto, altre in elegante corsivo, qualcuna l’ha ignorata e altre le ha cancellate proprio.    
È lei che ha sorriso con me quando c’era da sorridere, ed è sempre lei che è stata in silenzio quando c’era da stare in silenzio. Ed è con lei che ho pianto. Senza vergogna. Senza pudore.       
Lei mi è rimasta accanto, c’è sempre stata. L’ho presa ogni volta, come un amore vero, e mi sono dato a lei, ogni volta, come un amore vero.    
Ho amato i cantautori, ci sono cresciuto, per quel senso di appartenenza, forse solo illusorio, che oggi non c’è più, nemmeno nei sogni, e poi il rock, con la sua forza rivoluzionaria, il suo ‘tiro’ liberatorio, il pop, con la sua leggerezza, il country, il folk, il progressive, la new age, il funk… no, il funk poco.             
È un lungo elenco e non ha nemmeno senso; a volte ho amato le belle canzoni, solo perché erano belle e basta o perché c’erano quando è successo qualcosa.

Ma più di tutti ho amato il blues, con quei cazzo di tre accordi in croce che producono reazioni e meraviglie che nessuna chimica e nessuno scienziato potrebbero spiegare. Perché qui la musica, intesa come struttura, battute, tempo o armonia, non c’entra niente. E spesso nemmeno il virtuosismo dell’esecuzione. Nel blues conta la sensibilità di chi lo fa, il tocco sulla chitarra, quanto e come tiene su un bending, come ci arriva, l’attesa fra una nota e l’altra, contano i colpi dei martelletti del pianoforte, la loro dinamica, contano la rotondità e la profondità del basso, o la base ritmica, quella strada indicata dalla batteria a far da guida agli altri compagni di viaggio.       
Il blues crea dipendenza, ma non è tossico. Può ridurti a brandelli, ma poi ti dà la forza di rimettere insieme i cocci. Può ucciderti, e poi portarti in volo sopra posti che non esistono, scavare nella tua solitudine fino a dove fa male e trovarci emozioni che non potranno nemmeno esistere mai.

Io non sono un chitarrista, non ne ho il talento.
Però, come il calabrone che se ne frega di aerodinamica e vola lo stesso, la suono. Mi ha salvato la vita e continua a farlo, soprattutto adesso. E suonare qualche nota sopra una base blues è bello. Salire su e giù per quelle scale pentatoniche fino a non avere più fiato è liberatorio. 
Posso passarci ore, così. E saranno tutte buone.

È l’anima che scrive il blues. Per un’altra anima che saprà ascoltarlo.         
E ci lascia un segno che non va più via.   
In entrambe.

 

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Orso Grigio
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