I Ponti di Madison County


Il post sulla canzone della vita l’ho fatto. Adesso potrei farne uno sul film. 
Ovvai!
Sul mio podio sono in tre: ‘Blade Runner’, ‘C’era una volta in America’ e ‘I Ponti di Madison County’.
Però devo sceglierne uno. 
Vediamo: il primo è una storia di fantascienza, con i replicanti che si fanno troppe domande sull’esistenza e quelli che vorrebbero impedirglielo per sfruttarli a proprio piacimento. Bellissimo, ma niente di originale. Purtroppo è così da sempre. Il secondo è una storia che parla di Amicizia, e anche quella, stavolta per fortuna, c’è sempre stata.
Il terzo invece è del tutto inverosimile, perfetto per chi crede nei sogni.
E allora, visto che i sogni sono una cosa vera perché basta averne e si realizzano proprio nel momento stesso in cui si hanno, sul podio più alto ci metto lui.

Piccola premessa affettiva.
Ora, io non voglio nemmeno pensare a quando Clint Eastwood non farà più i suoi film. Ci sono cresciuto, andavo a vedere “Per qualche dollaro in più” nel sottochiesa di Saione, dai frati, di nascosto a mia madre, e poi, tornando a casa camminavo piano, a tempo con quel carillon, come fossi il Monco, e con quelle scene ben impresse nella memoria ancora fresca, ripetevo battute e colonna sonora: “…colonnello, prova con questa. Indio, tu il gioco lo conosci… Ta-ra-da-ra…”. 
Lo so, ero pazzo, ma per fortuna negli anni sono peggiorato. 
Clint è stato compagno di viaggio irrinunciabile. Fondamentale. Poi, repubblicano o democratico, destra o sinistra, non me ne frega proprio un emerito e variopinto cazzo. Certe seghe le lascio ai saponi (quelli che sanno tutto) con i loro giudizi un tanto al chilo e le recensioni precotte copia e incolla.
E sono anche certo che il vero immortale sia lui, e non quel vecchio bavoso nostrano, pedofilo e delinquente, se è vero che a 88 anni il vecchio Clint vincerà quasi sicuramente il suo ennesimo Oscar, e l’altro invece morirà, colando ancora bava mentre ciancia dell’ultima barzelletta sulla fica, e dopo finalmente non lo cacherà più nessuno.
In ogni caso, se anche decidesse di andarsene a girare film da qualche altra parte, perché è chiaro che se accadesse sarebbe stato lui a volerlo, finché potrò continuerò a guardarli, i suoi capolavori terreni; che sia il Monco, Callaghan, Gunny, Frankie Dunn o Walt Kowalski, che abbia l’una o l’altra espressione, che stia dietro o davanti alla macchina da presa. O che sia Robert Kincaid, fotografo del National Geographic, come in questo film capolavoro, di mille che lui ce n’ha.
E poi lo seguirò.
Fine della premessa.

La trama del film è semplice: un uomo e una donna si conoscono, si amano, si lasciano.
Fine.
No, aspetta… fine una sega. Detta così sembra banale, una storia come tante, come può capitare a tutti. Ma questo è Eastwood, non è mica Muccino, cazzo! 
Qui c’è altro, e non sarebbe certo il film della vita se non ci fosse altro.
Qui c’è Meryl Streep, che non era mai stata così bella e sensuale e non lo sarà mai più, come se chi l’ha fotografata e diretta si fosse davvero innamorato di lei e l’avesse ripresa illuminandola di una luce che nessuna lampada di scena potrebbe mai creare. E magari è stato proprio così. 
E c’è Clint, bello, dolente, magico e irresistibile per qualsiasi essere umano provante emozioni. L’unico al quale mi sarebbe piaciuto somigliare. E invece. 
Va be’, ma io sono un tipo, dai…
Ma anche loro non basterebbero ancora.
E allora cos’è che fa davvero la differenza?

La differenza è che qui non si racconta una storia d’amore, ma l’Amore stesso. 
Quello che può durare un attimo, ma è lungo un’eternità, quello solo immaginato ma più vero del vero. L’amore sognante e da sempre sognato. Sottinteso, ma definitivo.
L’amore lucido, pieno di dubbi, timido e sfrontato, fragile come una goccia di pioggia e forte come il temporale che la contiene, leggero come un soffio di vento, ma dentro un uragano devastante. L’amore senza retorica, senza sdolcinature e melodrammi, senza violini del cazzo ad ammorbare l’aria. 
L’amore di sesso, ma non da voyeur. Di sesso vero, che non si mostra, che non si vede, ma è dappertutto, in ogni parola, nel modo di dirla, nei silenzi, negli sguardi, nell’aria stessa che sa di erotismo e sensualità. Di sesso che scopa la mente, batte sul cuore e accarezza l’anima, prima ancora di accontentarsi del tuo corpo. 
Ed è Amore senza il lieto fine, quello apparente, almeno, quello con la lacrima zuccherina, che la gente capisce e di cui ha bisogno per uscire dal cinema rasserenata mentre butta il sacchetto vuoto dei pop corn. 
Qui è più complicato, c’è una lacrima amara.

Il film non finisce bene. Lei non trova il coraggio che serve. Il marito, i figli. E lui, sotto la pioggia, la aspetta invano. Ecco, se riuscite a guardare questa scena e a restare quelli di prima, vuol dire che il cinema non è roba per voi, e nemmeno l’amore. Perché Robert sotto la pioggia mentre la sta perdendo è Cinema vero, come non si fa quasi più. Quella faccia rigata di gocce poteva dargliela solo Clint, e quella tensione emotiva, quella bellezza, non ci sarà mai computer che possa ricrearla.

Piove, esterno giorno. Robert sta per salire sul suo furgone e ripartire per non importa dove. Però si ferma. La cerca. La aspetta. Lei, dall’altra parte della strada, in macchina in attesa del marito, lo vede, si accorge di lui. Si guardano, e attraverso quella pioggia scorre il tenero flashback del loro tempo insieme. Un secondo oppure una vita, non importa. Piangono, o forse è il tempo che lo fa per loro. Poi, dentro quelle lacrime di pioggia, si sorridono. 
E sarà l’ultima volta che lo fanno. 
Robert capisce di averla persa, sale sul furgone, ma il semaforo è complice e aspetta ancora. E in quel momento abbiamo gridato a Francesca di mandare tutto affanculo, marito, figli, vita di merda, e ci siamo attaccati alla leva di quella cazzo di maniglia spingendo sulla sua mano per farle aprire la portiera e vederla correre da lui, sotto quell’acqua scrosciante, fino ad un abbraccio feroce e consolatorio, subito prima che i titoli di coda scorressero sul furgone che si allontana verso la loro vita insieme.
Ma quella maniglia si muove appena, non basta ad aprire la portiera e il semaforo non può aspettare ancora, deve diventare verde. Non c’è più tempo. Robert la saluta con le luci rosse degli stop e se ne va, lasciando che Francesca sia finalmente libera di piangere.

Ed eccolo, il finale con la lacrima amara. 
Ma è solo quello che vediamo noi, stretti fra spazio e tempo, convenzioni inventate solo per limitare la nostra capacità di sognare. 
Perché loro due non si perderanno mai. Loro due si sono amati da sempre e continueranno a farlo. E in questi tempi di romanticismo da morti di fica su Facebook e di storie d’amore un po’ d’accatto, Robert e Francesca ci hanno fregato proprio bene. 
Perché quell’Amore, quella loro creatura meravigliosa di scienza e chimica, casualità e magia, adesso vivrà, con loro o senza di loro, e resterà per sempre accucciata nelle loro anime, li accompagnerà, li cullerà; sarà forza e fragilità, lacrime e sorrisi.
La migliore compagnia della loro solitudine. Per sempre.
Perché certe cose capitano una volta sola. 
E il resto non conta.

 

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Orso Grigio
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