Libertà obbligatoria


Oggi non è l’anniversario di niente. Le date servono a Frate Indovino per i suoi calendari e a vespa per sfrangiarci i coglioni con i suoi libri, oltre che per le tasse da pagare. Dovremmo farne a meno.
Sono le emozioni che scandiscono il tempo. Che scrivono la memoria. E quelle che tornano in mente nei giorni un po’ così sono le più importanti, quelle della vita. Questa ce l’ho tatuata nell’anima, indelebile. Come un sangue che scorre e la nutre. E oggi è un giorno parecchio così.

Parlo di uno spettacolo teatrale che ho visto più di quarant’anni fa, nel ‘76, ma è come se fosse stato ieri sera. Si chiamava “Libertà obbligatoria” ed era di Giorgio Gaber.

Gaber e il suo Teatro Canzone erano già molto famosi, ma ad Arezzo, città sonnolenta e provinciale, ancora pochi conoscevano la sua svolta teatrale e politica. In molti credevano che fosse ancora quello di “Porta romana” e “Non arrossire”.
Non era come oggi, non c’erano Internet, YouTube, ne’ chat o social a farsi sì i cazzi nostri, ma buoni anche per informarsi. C’era solo il passa parola di chi lo aveva visto e sentito già, e qualcosa che leggevi sui giornali. La nostra era la stessa curiosità di tutti i giovani, ma le cose dovevamo scoprirle direttamente, da soli o confrontando le nostre esperienze con quelle degli amici, e non chini su un telefonino, certo più comodi, ma vivendo un po’ di rimando.

Io ero poco più che ragazzo, ma cresciuto in fretta. Per l’età funziona come per il caldo. C’è quella reale e quella percepita, e quella che percepivo io era maggiore dei 24 anni che avevo. E mi sentivo già un reduce, uno sconfitto, dopo la sbornia di sogni e ideali del ’68, diventata sangue, piombo e disillusione.
Di Gaber sapevo qualcosa, non molto, e quella sera ero spinto più dalla curiosità che dalla voglia di conoscenza. Non immaginavo quanto quell’incontro e quella serata sarebbero stati importanti per me, ma già dal cinema stracolmo avvertii quella sensazione di appartenenza, di essere dentro una storia speciale. Qualcosa che mi avrebbe cambiato per sempre.

Dello spettacolo non parlerò, anche se ne conosco ogni parola e ogni accordo, pause comprese. Potrei recitarlo e cantarlo io, e me la caverei anche bene. Non ne parlerò perché dovete sentirlo. Non dico di fare come me che avevo già consumato due vinili prima che inventassero il cd, ma dovete sentirlo.
Anche se Gaber si doveva prima di tutto vedere. Era energia pura, un equilibrio perfetto fra le dinamiche del corpo e quelle del pensiero, fra le smorfie del viso e le parole, precise come lame affilate e pesanti come pietre. E sempre, liberatorie, le braccia distese lungo il corpo e i pugni chiusi a scaricare energia purissima, accompagnata da quelle grida di vittoria.

Gaber si doveva vedere. Perché era bello.

Furono due ore mistiche e rivoluzionarie, come se dentro di me molte cose, che fino ad allora vagavano senza meta, avessero trovato improvvisamente e finalmente il loro posto. Un puzzle che si componeva magicamente e tutto diventava chiaro, definito e definitivo.

Quella rabbia, quell’energia di cui nutrirsi ancora, dopo aver dovuto piangere la morte dei nostri sogni, era quello che serviva. La sensazione di non essere soli, e insieme la consapevolezza che ci avevano battuti, ma eravamo rimasti in piedi, e non ci avrebbero piegati mai. Quello spettacolo, e tutti quelli che avrei visto da allora in avanti, mi hanno acceso dentro il fuoco e la bellezza dell’Appartenenza, liberato il coraggio di pensare e di capire. La dolcezza di amare e la gioia di ridere, la rabbia di gridare e la voglia di piangere. Porta romana un cazzo!

E quel finale, ogni volta che lo ascolto ritrovo la stessa forza, i brividi e le lacrime di allora. Quel “non si può ancora morire…” è un grido di vita e di rabbia, una cabina dove trasformarmi e diventare Superman. Invincibile.

Noi nasciamo ognuno col proprio DNA, ma poi è un’elica che gira, come quella di un’impastatrice, e via via raccoglie nuovi ingredienti, nuove conoscenze, si modifica, e tutto si amalgama perfettamente, in un processo irreversibile. Componenti che si uniscono e ne formano uno nuovo, ancora sconosciuto, che si alimenta, si arricchisce ancora, si completa. Fino a farti diventare quello che sei.

I miei Maestri delle elementari, due persone bellissime, mi avevano insegnato entrambi i valori che contano. E il rispetto. Il primo, austero e finto burbero, soprattutto per le regole e il secondo, piccolo e bonario, quello per le persone. Gaber mi ha insegnato il rispetto più importante. Quello per se stessi e per il proprio pensiero.

Io sono ignorante. Non ho potuto studiare, ma forse nemmeno voluto, altrimenti un modo l’avrei trovato. E ho letto pochissimo, oltre a Capitan Miki, Tex Willer e Lone Wolf sull’Intrepido, anche se più del niente di adesso. Non conosco i filosofi, gli scrittori, i poeti, non conosco la storia se non i grassetti. Ho imparato qualcosa della vita a forza di starci dentro, e delle persone a forza di evitarle, e i miei intellettuali di riferimento erano i cantautori, De André e Guccini su tutti. Gaber ridefinì le mie conoscenze e la mia “cultura”. E da allora sono stati lui e Luporini i miei punti fermi. I Maestri della maturità.
Tutto questo a qualcuno sembrerà eccessivo. Forse lo è. Non mi importa.

Da allora, ogni volta che tornava ad Arezzo, il solito rituale. Ci sentivamo con Giancarlo, il caro amico Giancarlo, andavamo ad aspettarlo, per scambiare una parola, o solo per vederlo, cercavamo di incrociarlo nei corridoi del Teatro, aspettavamo la scia rossa della sua sciarpa. Non l’avevo mai fatto prima e non l’avrei mai più fatto per nessun altro. Mai avuto idoli, mai stato fan di nessuno. Non ho mai ambito alla conoscenza o alla frequentazione dei personaggi famosi.
Il mio mondo è piccolo, ci sono pochi posti. E sono tutti occupati. I miei personaggi famosi sono loro.

Ma per Gaber è sempre stato diverso. Con lui purtroppo ho passato poco tempo e scambiato poche parole, ma il tempo e le parole erano quelli giusti, e per me è sempre stato uno di famiglia, un fratello. Ogni volta, per ogni attesa, ad ogni spettacolo, ogni bis, quando tornava sul palco stanco e sudato e i teatri venivano giù, perché i teatri venivano giù, cazzo, ogni volta che ci portavo mio figlio e gli preparavo la macchina perché facesse i suoi capolavori, e ogni volta che poi mi ci portava lui, e poi ogni volta nel camerino a parlare di gabbiani, ogni cena con lui e i suoi musicisti a ridere e poi autografare un vinile con la lama di un coltello. Ogni volta, ogni cazzo di volta, era come essere a casa.
E con lui sono cresciuto, ho provato a farlo. Ho avuto le sue stesse crisi, il pubblico, il privato, i dubbi, le ideologie, la politica. C’ero anch’io in “qualcuno era comunista”, fra quelli che “credevano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri”. Ero anch’io, quel gabbiano ipotetico senza più neanche l’intenzione del volo.

Quando seppi della sua morte, fu un dolore atroce, lungo, violento. Insopportabile. Qualcosa di paragonabile alla morte di mio padre.
Qualcosa che finiva, un’età intera di cui adesso vedevo solo le macerie. Una solitudine difficile da dire. Certe ferite non guariscono, lo avevo già imparato, e sapevo che mi sarebbe mancato, ma quello che sapevo non era abbastanza.
Ma rimane l’amore per Gaber, quei ricordi che scaldano il cuore. E rimane quello che ho imparato: il rispetto per il proprio pensiero e per le proprie idee, e soprattutto la forza e il coraggio di crederci sempre.
Per questo adesso che lo spettacolo sta per finire, si leva ancora, disperato e forte, lo stesso grido, perché “non si può ancora morire, con questa smorfia sul viso”.
E allora il Signor G stringerà ancora i pugni.
E io con lui.

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