La chitarra donata

Di lui mi ha sempre colpito la figura. Alto, asciutto, agile e scattante. Viso dai lineamenti decisi, spigolosi, austeri. Troppe rughe di vita vissuta già la prima volta che lo vidi, quando avrà avuto sì e no trentacinque anni. Ma con quel tratto di ironia spavalda che lo rendeva un incrocio improbabile fra Mazzini e D’Artagnan.

Ce l’avevo bene impresso nella memoria, da quando, più di cinquant’anni fa, mi regalò una chitarra. Lo fece quando morì mio padre; forse per darmi un motivo, una speranza. Un’occasione.
Mi disse che tanto lui non avrebbe mai imparato a suonarla e che avrei dovuto farlo io.
Non conoscevo nemmeno il suo nome, forse Piero, e non lo avevo mai visto prima. Mi disse che abitava lì vicino e che era amico di mio padre. Ricordo il suo dolore accompagnare il mio e lacrime sul viso di entrambi.
Era poco più che un pezzo di legno, quella chitarra, ma questo è un dettaglio inutile. Fu amica e compagna e con lei ho vinto le paure e sconfitto il dolore abbastanza per continuare a provarne.
Poi andò ad abitare da un’altra parte e non lo vidi più, anche se nel cuore e nella memoria c’è sempre rimasto.

Ma Arezzo è una città piccola, e negli ultimi anni l’ho incrociato ancora in una via del centro. Uguale ad allora. Solo invecchiato, ma tutti gli anni passati non lo avevano cambiato. Il corpo era ancora asciutto, per niente ingobbitolo, lo sguardo attento e il viso, anche se stanco, di uno che non si era mai arreso. Era l’immagine perfetta che avevo di lui, la stessa che avevo conservato e in qualche modo costruito nel tempo.
Ogni volta lo guardavo, lo seguivo per qualche passo mentre la memoria faceva la sua parte. E ogni volta avrei voluto fermarlo, dirgli quello che dovevo. Ma non trovavo mai il coraggio, l’occasione giusta.

Poi, qualche mese fa l’ho visto ancora, usciva dalla solita piccola pensione, e stavolta c’era anche il coraggio. Così l’ho fermato, gli ho teso la mano.
«Mi chiamo Luciano Scanzi. Mi scusi, lei non si ricorda di me, sono passati cinquant’anni, ma noi abitavamo vicini e lei era amico di mio padre. Quando morì mi regalò una bellissima chitarra. Credo che con quel gesto mi abbia salvato la vita ma poi ci siamo persi di vista e non ho mai potuto ringraziarla. Vorrei farlo adesso, anche se non sarà mai abbastanza.»
«Ah, può darsi… e la suona ancora?»
«Certo. Non quella, ma sì, la suono ancora.»
«Ah, mi fa piacere, sono contento. Vede, io vado avanti, me la cavo. Fino a quando mi danno la pensione…»
Io, di poche parole, lo sono sempre stato. E lui, probabilmente, era stanco di usarle. E non sono granché espansivo, le cose le tengo per me, ma quell’abbraccio non ha voluto saperne di riservatezza. E’ partito da solo, improvviso e invadente. Sapeva che una stretta di mano non sarebbe bastata. E’ stato forte, violento, liberatorio.
Dolcissimo.
E quando è finito, nel dirgli “ciao, grazie” con la vista annebbiata dalle lacrime ho visto le sue, a disagio, farsi strada fra le rughe come a cercare di nascondersi, in dissolvenza, mentre si allontanava. E una smorfia di imbarazzo, ma forse era un sorriso.
Ho continuato a piangere mentre anch’io mi allontanavo.

Non ho mai conosciuto il suo nome, forse Piero, ma non lo avrei più rivisto.

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