Francesco

E’ successo oggi, di cinquant’anni fa.
Francesco aveva 41 anni. Lavorava per una ditta che si occupava di linee elettriche, quelle di una volta, su pali di legno. C’era da fare manutenzione e salire su uno di essi. Avrebbe dovuto farlo un ragazzo appena arrivato, giovane e inesperto, ma il palo non sembrava troppo sicuro e Francesco decise che ci sarebbe salito lui. Il palo, vecchio e fradicio, non tenne conto di questo gesto, e si stroncò alla base, quando Francesco era già in cima. Così lui perse la presa e volò a terra ma, con ancora un riflesso, cercò di rialzarsi. Fu allora che il palo, dondolando attaccato ai cavi, lo colpì alla testa.
Se vi dicono che Dio non esiste, non credeteci. Esiste. E ha una buona mira.

Francesco se n’è andato così.
Francesco era mio padre.

Chi dice che il tempo cancella le ferite è perché non ne ha di così gravi. Quelle rimangono. Si cicatrizzano, certo, ma poi si riaprono e sanguinano ancora. Perché non c’è un solo giorno, non uno, che non abbia avuto un pensiero per te, un consiglio da chiederti, una parola da ascoltare o solo una carezza dove appoggiarmi. Un bacio da prendere.
E qualche volta, come adesso, ti ho chiesto di portarmi con te, per mano, insieme alla mamma, come in quella foto di tanti anni fa. Come in un giorno di festa.
Perché ci sei sempre stato e quello che sono, o non sono, l’abbiamo fatto insieme.
Spero che tu sia orgoglioso di me.
Ti voglio bene.

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