Archivio di Novembre 2018

La violenza in genere


Ho visto la campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Quella col segno del rossetto. L’ho trovata un po’ retorica, buona per darsi visibilità, ma abbastanza inutile, a salve. Ma io sono uno stronzo, non mi fido mai completamente, e sicuramente quelli che l’hanno promossa e che aderiscono mettendoci la faccia lo fanno invece in totale buona fede. In questo caso, bene.
Io dico solo la mia, con una speranza, perfino banale: che la legge venga applicata e la chiave buttata.
Sempre, oltre i generi e le razze.
Le violenze più efferate nei rapporti fra le persone avvengono quasi sempre all’interno di una coppia, quando una storia finisce, o quando non può iniziare.

Certo, quando finisce è dura. Se poi è l’altro/a lasciarti c’è un senso di frustrazione, di sconfitta, di solitudine, che prende la gola. Un dolore che morde forte. Hai voglia consolarti che tanto anche tu stavi per andartene, che quella storia non era così importante, che lui/lei in fondo non era niente di che e che così ne trovi mille. Perché sai bene che quella era l’unica storia che volevi vivere e non potrà esserci mai nessun altro/a perché era lui/lei la sola persona con cui avresti voluto farlo. Ma tutto il dolore che provi è inutile. Puoi anche nuotarci, in quella piscina di lacrime, organizzarci una gara di tuffi, ma non servirà a niente. La tua anima resterà imprigionata dentro una camicia di forza lanciando grida mute di dolore che nessuno sentirà e di cui a nessuno potrebbe fregare di meno. La tua vita finisce lì. Il mondo è crudele. Addio.

Lo capisco. Ci siamo passati tutti. E tutti abbiamo avuto amici che hanno sofferto per questo e che non abbiamo saputo aiutare, al di là di qualche bracciata assieme.
Ma le storie finiscono, dovremmo saperlo. È perfino naturale che accada. La convivenza è difficile e amare è una cosa complicata. E non basta quasi mai. Perché poi il fuoco si affievolisce, le farfalle volano altrove e la passione non “strappa più i capelli”. Allora ci vogliono anche altruismo, attenzione, sensibilità. Ci vuole di mettersi da parte e saper ascoltare l’altro/a. Non è facile. Il nostro egoismo ce lo impedisce e chiede di volare altrove.

Forse per i nostri nonni lo era un po’ di più. Vivevano meno di noi e peggio, e non c’erano le opportunità di oggi, l’occasione di conoscere altre persone. La vita era quasi sempre una sola e la sua parte migliore finiva presto. Non ce n’erano una per ogni età, come oggi.  
Non so se è bene o male, meglio o peggio, ma oggi è diverso. Io conosco tutte le domande e anche sulle risposte sono un drago, ma poi si tratta di abbinarle e non sono capace.

Però se amare non basta, e a volte neppure serve, non è nemmeno obbligatorio.
Ci si può lasciare, serenamente, in pace. E per quanto possa essere dura, si può e si deve fare. Altrimenti crescere non ci serve proprio a niente. Ognuno deve poter riprendere in mano il suo futuro, pronto e caricato a pallettoni per vivere la prossima vita.

E anche quando una storia non può nemmeno iniziare è difficile da mandare giù. Tu pensi di essere perfetto, il meglio che ci sia, pensi che di una meraviglia lucente come te non si possa fare a meno.
E invece.

Ma, in entrambi i casi, che finisca e si rimanga soli o che non ci vogliano nemmeno vedere, non c’è niente nel dolore che si prova, non c’è un cazzo di niente che possa giustificare la violenza. Non facciamo questo errore, per carità, non mettiamola mai nemmeno fra le righe, come ipotesi remota del quarto tipo, questa giustificazione, perché poi rischiamo di farla diventare l’anticamera di qualche assurda tolleranza.  Non esiste, non può essere. Non c’è dolore che possa giustificare anche solo uno schiaffo, nemmeno un piatto contro un muro sbagliando mira, figuriamoci poi quel furore distruttivo di cui troppo spesso ci raccontano le cronache.

E a perdere la testa sono quasi sempre gli uomini, è vero. Forse sono più deboli, di sicuro più stronzi. Quelli che non si rassegnano, non accettano l’abbandono, che lo vivono come lesa maestà al loro predominio da maschio alfa di stocazzo, un’offesa al loro ego da superuomo, una disfatta che non possono tollerare. Ma come, fino a ieri c’ero solo io, ero l’uomo migliore del mondo, l’unico che avevi mai amato, il macho-man definitivo, e oggi ne arriva un altro e ti fa perdere la testa come se fossi una ragazzina alla prima cotta?

Cari colleghi maschietti, in amore funziona così, ma anche nel resto, alla fine. Le parole sono nel vento, come diceva il poeta, e le cose cambiano. Non è colpa di nessuno, cambiano e basta. Dobbiamo imparare a vivere la nostra parte ogni volta, onestamente e lealmente, goderne se ce n’è e lasciare che lo faccia anche l’altro/a. Con noi o senza. Col rispetto che si deve a chiunque, ma ancora di più a chi ha scelto di condividere con noi un pezzo della propria vita. E che ci ha amato, fosse stato anche solo per un attimo.          
Perché se non capite questo, vuol dire che quella donna non l’avete mai amata, e nemmeno vi importa niente di lei, accecati come siete dal vostro egoismo e dalle vostre ossessioni.

Per una volta, invece di quello che avete fra le gambe, provate a misurare quello che avete nel cervello. E a usarlo. E quando vi lascia, o non vi vuole, invece di ammazzarla, lei, i figli e tutto quello che trovate nel mezzo, provate semmai a chiedervi perché. A capire, e soprattutto ad accettare. Che tanto poi la vita vi insegnerà che ci sarà un dolore ancora più grande che si porterà via quello di adesso.

E se non riuscite a capire, vi arrivi forte tutto il mio disprezzo, per quelle vite deturpate e stroncate in nome di quello che qualche avvocato del cazzo avrà la faccia di culo di chiamare orgoglio ferito, per quelle piccole anime che lascerete sole, o costringerete a vivere nel terrore di qualche altra vostra cazzata.

E vi arrivi anche la mia rabbia, feroce, sorda, violenta, per appartenere alla vostra stessa razza di merda.

Tanto io non vi ho nemmeno mai amato.

 

Brothers in Arms


Io non conosco l’inglese, a parte cavarmela un po’ con quello tecnico dei manuali di istruzioni di certi attrezzi. Non mi è mai servito di saperlo e nemmeno ho avuto mai la curiosità di impararlo. Per i miei bisogni basta l’italiano, che mi piace anche parecchio e che vorrei imparare a usare meglio.
Però con le canzoni un po’ mi è mancato. Quelle “straniere” le ho amate quasi sempre al buio, perché non sapevo di cosa parlassero. E come. Poi, ogni volta che mi è capitato di leggerne le traduzioni, mi sono detto che forse era stato meglio così. Parlo di capolavori come “Hotel California”, “The house of the rising sun”, “A whiter shade of pale” e tutte le altre… quasi tutti testi che definire imbarazzanti è poco.
Col tempo ci sono stato più attento. Non mi fidavo più solo della musica e delle emozioni che mi dava, ma cercavo anche il significato del testo. Soprattutto per quelle che mi piacevano parecchio.
E di questa lo conosco a memoria. È un testo bellissimo, perfetto per la musica, ed è la canzone che amo più di tutte.

Mark Knopfler, che allora si chiamava ancora Dire Straits, ha pubblicato Brothers in Arms nel 1985. In copertina, fra le più famose di sempre, c’era una bellissima chitarra resofonica, comunemente (ed erroneamente) chiamata dobro, puntata verso il cielo, e la canzone omonima, quella di cui parlo, era l’ultima traccia di quel lavoro, la perla più bella di una collana di meraviglie. La più preziosa di tutte. Quel disco vendette un mare di copie e fu uno dei primi CD a vantare la tecnologia DDD, ad essere stato realizzato cioè in modo completamente digitale, dalla fase di registrazione a quella di mixaggio/editing e poi alla masterizzazione finale. Al di là delle sigle, la qualità di questo CD era (ed è) elevatissima tanto da essere ritenuta ancora oggi un termine di paragone. Quando uscì veniva usato nei negozi di componenti Hi-Fi (allora ce n’erano molti) e dagli installatori per tarare e verificare la qualità degli impianti di alta fedeltà, e in particolare dei recentissimi lettori cd, usciti da pochissimo sul mercato e che avrebbero sostituito in breve i giradischi fino ad essere poi essi stessi messi da parte dalla cosiddetta “musica liquida” degli mp3 che, come suggerisce la parola, è più indicata per il bidet che per le orecchie. 
Ma questo è un altro discorso. 
Io ho già sofferto passando dalla puntina appoggiata sul vinile, rigorosamente a mano, all’inserimento di quei dischetti di policarbonato luccicante dentro un cassettino mobile, ma mi accontentavo ancora almeno della qualità. Adesso però, avendo il mio masochismo dei limiti invalicabili e anche se le mie orecchie percepiscono ormai la gamma di frequenze di un vecchio citofono, con la musica compressa faccio un po’ fatica. E’ una questione di riti. E di Bellezza, come per tutto il resto. Come sempre.
Ma anche questo è un altro discorso.

Mark Knopfler, quando è nato, ha prima messo in salvo la sua chitarra e poi è uscito lui. Chissà la faccia dell’ostetrica. Dev’essere andata così, per forza. Si sente da come la suona, si vede da come la tocca, si capisce dalla simbiosi che c’è fra i due. 
Forse non sarà il miglior chitarrista del mondo, e nemmeno il più veloce, quello che si ustiona le dita e rende incandescenti le corde mentre suona, almeno secondo le classifiche un po’ idiote fatte da riviste dal nome troppo nobile per le cazzate che scrivono. Ma le classifiche non hanno anima, e nemmeno chi le fa. Le classifiche non capiscono una sega.
Lui ha inventato un suono, e quel tocco senza plettro si riconosce subito, alla prima nota. Come il suono di Gilmour, o di Clapton, di Steve Ray Vaughan, e anche di Satriani, almeno fra quelli che piacciono a me.
Ma questa canzone va oltre il suono, oltre la musica e il testo. Qui la voce e la chitarra si rimbalzano la tua anima palleggiandola in virtuosismi eleganti, in acrobazie complesse ma leggere, delicate ma piene di forza e passione. 
Puoi uscirne a pezzi, ma ancora più vivo.

Io la ascolto ogni giorno. Nei momenti belli, per apprezzarli ancora di più o per riviverli ancora una volta, e in quelli meno, per superarli. Oppure la ascolto e basta, per lasciare che la fantasia si inventi nuovi sogni. La prendo come una medicina che salva la vita, ma, a differenza del Plavix, questa non la rende solo, e inutilmente, più lunga. La rende migliore. 
E ascolto sempre questa versione live, più lunga dell’originale. Più lenta, dilatata e sospesa, come i piaceri che contano.
E’ la mia canzone. Avvolta nell’elica del DNA, con le persone e le altre cose, poche, che amo davvero. E’ quella che spero di sentire anche dopo, e magari di imparare a fare come si deve.
Nell’altra vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

La filanca delle mutande


Le attenzioni che i media riservano a Fabrizio Corona e Asia Argento dicono molto sulla fogna di degrado dove stiamo annegando. Tutti i media, e anche certe testate giornalistiche dalle quali ti aspetteresti un livello di qualità ben maggiore. E sentirli dire che ci ammorbano con certe puttanate perché è quello che vuole la gente è una scusa più ridicola che idiota. Chi vuole questo può andare a cercarselo dalla D’Urso e da Signorini. 
Da quelle parti è pieno di cose così.

Al Bar dove vado io, la pratica di questi due l’hanno archiviata con un paio di aggettivi, già da tempo. Ma al Bar fanno sintesi e al posto delle seghe gossippare si fanno semmai quelle vere. Chi può. Altrimenti compensano con un Campari o un bicchiere di rosso. E va bene lo stesso.

Per quanto mi riguarda, Samsung ha messo sul mercato i nuovi tv HyperResolution da 8k, ma temo che si dovranno aspettare le prossime generazioni tecnologiche, perché questa risoluzione non è ancora sufficiente per vedere bene, nel dettaglio, l’enormità del Gran Cazzo che me ne frega. Di loro, delle loro vicissitudini e del fatto, appena apparso, che avrebbero trombato dopo soli venti minuti che si erano conosciuti. Che fra l’altro si può fare di meglio, per dire.

Purtroppo però i miei coglioni sono più instabili di me, e dire che tutto quello che riguarda questi due fenomeni li ha frantumati sarebbe come dire che in questi giorni ha fatto due gocce ed è soffiata un po’ di brezza nei boschi. Le mie palle ormai sono così devastate che, al colmo delle crisi isteriche dalle quali vengono colpite al manifestarsi di certe facce, prima si azzuffano ferocemente fra loro e poi, insieme, tentano la fuga aggrappandosi alla filanca delle mutande, che però non regge e si strappa. 
E loro ripiombano nell’incubo. 
Senza speranza.

PS 1 La “filanca delle mutande” è una citazione dell’immenso Francesco Nuti.
PS 2 Parlo di cazzate perché è meglio.

Orso Grigio
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