Cinema, Musica e TV

I Ponti di Madison County


Il post sulla canzone della vita l’ho fatto. Adesso potrei farne uno sul film. 
Ovvai!
Sul mio podio sono in tre: ‘Blade Runner’, ‘C’era una volta in America’ e ‘I Ponti di Madison County’.
Però devo sceglierne uno. 
Vediamo: il primo è una storia di fantascienza, con i replicanti che si fanno troppe domande sull’esistenza e quelli che vorrebbero impedirglielo per sfruttarli a proprio piacimento. Bellissimo, ma niente di originale. Purtroppo è così da sempre. Il secondo è una storia che parla di Amicizia, e anche quella, stavolta per fortuna, c’è sempre stata.
Il terzo invece è del tutto inverosimile, perfetto per chi crede nei sogni.
E allora, visto che i sogni sono una cosa vera perché basta averne e si realizzano proprio nel momento stesso in cui si hanno, sul podio più alto ci metto lui.

Piccola premessa affettiva.
Ora, io non voglio nemmeno pensare a quando Clint Eastwood non farà più i suoi film. Ci sono cresciuto, andavo a vedere “Per qualche dollaro in più” nel sottochiesa di Saione, dai frati, di nascosto a mia madre, e poi, tornando a casa camminavo piano, a tempo con quel carillon, come fossi il Monco, e con quelle scene ben impresse nella memoria ancora fresca, ripetevo battute e colonna sonora: “…colonnello, prova con questa. Indio, tu il gioco lo conosci… Ta-ra-da-ra…”. 
Lo so, ero pazzo, ma per fortuna negli anni sono peggiorato. 
Clint è stato compagno di viaggio irrinunciabile. Fondamentale. Poi, repubblicano o democratico, destra o sinistra, non me ne frega proprio un emerito e variopinto cazzo. Certe seghe le lascio ai saponi (quelli che sanno tutto) con i loro giudizi un tanto al chilo e le recensioni precotte copia e incolla.
E sono anche certo che il vero immortale sia lui, e non quel vecchio bavoso nostrano, pedofilo e delinquente, se è vero che a 88 anni il vecchio Clint vincerà quasi sicuramente il suo ennesimo Oscar, e l’altro invece morirà, colando ancora bava mentre ciancia dell’ultima barzelletta sulla fica, e dopo finalmente non lo cacherà più nessuno.
In ogni caso, se anche decidesse di andarsene a girare film da qualche altra parte, perché è chiaro che se accadesse sarebbe stato lui a volerlo, finché potrò continuerò a guardarli, i suoi capolavori terreni; che sia il Monco, Callaghan, Gunny, Frankie Dunn o Walt Kowalski, che abbia l’una o l’altra espressione, che stia dietro o davanti alla macchina da presa. O che sia Robert Kincaid, fotografo del National Geographic, come in questo film capolavoro, di mille che lui ce n’ha.
E poi lo seguirò.
Fine della premessa.

La trama del film è semplice: un uomo e una donna si conoscono, si amano, si lasciano.
Fine.
No, aspetta… fine una sega. Detta così sembra banale, una storia come tante, come può capitare a tutti. Ma questo è Eastwood, non è mica Muccino, cazzo! 
Qui c’è altro, e non sarebbe certo il film della vita se non ci fosse altro.
Qui c’è Meryl Streep, che non era mai stata così bella e sensuale e non lo sarà mai più, come se chi l’ha fotografata e diretta si fosse davvero innamorato di lei e l’avesse ripresa illuminandola di una luce che nessuna lampada di scena potrebbe mai creare. E magari è stato proprio così. 
E c’è Clint, bello, dolente, magico e irresistibile per qualsiasi essere umano provante emozioni. L’unico al quale mi sarebbe piaciuto somigliare. E invece. 
Va be’, ma io sono un tipo, dai…
Ma anche loro non basterebbero ancora.
E allora cos’è che fa davvero la differenza?

La differenza è che qui non si racconta una storia d’amore, ma l’Amore stesso. 
Quello che può durare un attimo, ma è lungo un’eternità, quello solo immaginato ma più vero del vero. L’amore sognante e da sempre sognato. Sottinteso, ma definitivo.
L’amore lucido, pieno di dubbi, timido e sfrontato, fragile come una goccia di pioggia e forte come il temporale che la contiene, leggero come un soffio di vento, ma dentro un uragano devastante. L’amore senza retorica, senza sdolcinature e melodrammi, senza violini del cazzo ad ammorbare l’aria. 
L’amore di sesso, ma non da voyeur. Di sesso vero, che non si mostra, che non si vede, ma è dappertutto, in ogni parola, nel modo di dirla, nei silenzi, negli sguardi, nell’aria stessa che sa di erotismo e sensualità. Di sesso che scopa la mente, batte sul cuore e accarezza l’anima, prima ancora di accontentarsi del tuo corpo. 
Ed è Amore senza il lieto fine, quello apparente, almeno, quello con la lacrima zuccherina, che la gente capisce e di cui ha bisogno per uscire dal cinema rasserenata mentre butta il sacchetto vuoto dei pop corn. 
Qui è più complicato, c’è una lacrima amara.

Il film non finisce bene. Lei non trova il coraggio che serve. Il marito, i figli. E lui, sotto la pioggia, la aspetta invano. Ecco, se riuscite a guardare questa scena e a restare quelli di prima, vuol dire che il cinema non è roba per voi, e nemmeno l’amore. Perché Robert sotto la pioggia mentre la sta perdendo è Cinema vero, come non si fa quasi più. Quella faccia rigata di gocce poteva dargliela solo Clint, e quella tensione emotiva, quella bellezza, non ci sarà mai computer che possa ricrearla.

Piove, esterno giorno. Robert sta per salire sul suo furgone e ripartire per non importa dove. Però si ferma. La cerca. La aspetta. Lei, dall’altra parte della strada, in macchina in attesa del marito, lo vede, si accorge di lui. Si guardano, e attraverso quella pioggia scorre il tenero flashback del loro tempo insieme. Un secondo oppure una vita, non importa. Piangono, o forse è il tempo che lo fa per loro. Poi, dentro quelle lacrime di pioggia, si sorridono. 
E sarà l’ultima volta che lo fanno. 
Robert capisce di averla persa, sale sul furgone, ma il semaforo è complice e aspetta ancora. E in quel momento abbiamo gridato a Francesca di mandare tutto affanculo, marito, figli, vita di merda, e ci siamo attaccati alla leva di quella cazzo di maniglia spingendo sulla sua mano per farle aprire la portiera e vederla correre da lui, sotto quell’acqua scrosciante, fino ad un abbraccio feroce e consolatorio, subito prima che i titoli di coda scorressero sul furgone che si allontana verso la loro vita insieme.
Ma quella maniglia si muove appena, non basta ad aprire la portiera e il semaforo non può aspettare ancora, deve diventare verde. Non c’è più tempo. Robert la saluta con le luci rosse degli stop e se ne va, lasciando che Francesca sia finalmente libera di piangere.

Ed eccolo, il finale con la lacrima amara. 
Ma è solo quello che vediamo noi, stretti fra spazio e tempo, convenzioni inventate solo per limitare la nostra capacità di sognare. 
Perché loro due non si perderanno mai. Loro due si sono amati da sempre e continueranno a farlo. E in questi tempi di romanticismo da morti di fica su Facebook e di storie d’amore un po’ d’accatto, Robert e Francesca ci hanno fregato proprio bene. 
Perché quell’Amore, quella loro creatura meravigliosa di scienza e chimica, casualità e magia, adesso vivrà, con loro o senza di loro, e resterà per sempre accucciata nelle loro anime, li accompagnerà, li cullerà; sarà forza e fragilità, lacrime e sorrisi.
La migliore compagnia della loro solitudine. Per sempre.
Perché certe cose capitano una volta sola. 
E il resto non conta.

 

W l’Italia – Il Teorema D’Anna

Il 16 marzo 2011 Italia 1 ha trasmesso, all’interno del programma Le Iene, un servizio di Sabrina Nobile nel quale l’inviata chiedeva a diversi politici, non tutti di primissimo piano (ma presumo che quelli grossi non abbiano accettato) il motivo per il quale nella giornata del 17 marzo 2011 si festeggiassero i 150 anni dell’Unità d’Italia. Insomma la domanda era: cos’è successo il 17 marzo 1861? e la risposta corretta avrebbe dovuto essere: “Quel giorno venne proclamata l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele II venne nominato Re d’Italia”.
Avrebbe dovuto.

Non sembrava così difficile. Non per chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia del nostro Paese, non per chi é chiamato a rappresentarci, lautamente ricompensato, e da cui è lecito pretendere un minimo di fondamentali.
Conoscere il passato serve per capire il presente e cercare di prevedere quello che potrà accadere in futuro.
Ma é un respiro lungo che i nostri asfittici politici non hanno di sicuro. E poi studiare è sacrificio, molto più divertente cazzeggiare in tv.
I risultati sono evidenti a tutti.

E infatti anche qui si sono visti. A parte Renzi, gli altri hanno rimediato una serie di figurine da lasciare F4 (basiti, per chi non conosce Boris) che altro che Pizzaballa. Non sarebbe male se la Panini realizzasse un album, cioè tutta una serie almeno decennale, dedicata, invece che ai calciatori, ai politici. La foto-tessera di rito e sotto una perla, un aforisma, un aneddoto, la formula della loro tintura dei capelli, la marca degli occhiali, il numero dei processi, la misura dei tacchi, la ricompensa per aver cambiato idea… qualcosa insomma che dia la cifra del loro essere così speciali, del loro valore, del perché loro e non altri. Magari servirebbe a tenere aggiornata la memoria degli italiani su chi hanno scelto, di volta in volta, a rappresentarli.
Memoria notoriamente pigra e svogliata.

Il video, nonostante sia stato più volte (ri)caricato su YouTube da qualche volenteroso, anche con espedienti furbetti, tipo mascherare il logo di Italia1 per cercare di renderlo più “anonimo”, è stato rimosso. Su YouTube c’è di tutto, anche quello di cui sarebbe opportuno e salutare fare a meno: suicidi, autopsie, incidenti gravi, Gigi D’Alessio. Qualsiasi cosa, vagonate di cazzate che ne basterebbe un esimo. Però questo video non ci può stare, per reclamo di violazione del copyright da parte di R.T.I.
E infatti, se volete, lo trovate qui, così intanto vi sussate anche qualche spot:
http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/215691/nobile-i-politici-e-lunita-ditalia.html
Se invece non volete, ve lo racconto io.

Questi sono i fatti, oggetto delle domande :

  • Nel Regno delle Due Sicilie c’erano i Borboni
  • Nel Regno di Sardegna c’erano i Savoia
  • Garibaldi é “eroe dei due mondi” per le sue imprese in America Latina e in Europa
  • Il 26 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II e Garibaldi si incontrano a Teano
  • Il 17 marzo 1861 venne proclamata l’unità d’Italia e a Torino Vittorio Emanuele II fu proclamato primo Re d’Italia
  • Il primo Presidente del Consiglio dell’Italia unita fu Cavour
  • La prima capitale del Regno d’Italia fu Torino (dal 1861 al 1865)
  • Il 20 settembre 1870 ci fu la Breccia di Porta Pia
  • Roma diventa Capitale d’Italia nel 1871

Questa l’interpretazione dei politici:


On. Daniela Santanché
(Sottosegretario Ministero Attuazione Programma)
Cosa è successo il 17 marzo 1861?
No guardi, l’esame da lei non lo faccio… perché lei non lo sa cosa è successo?.. e allora deve leggere qualche libro (poi, con la consueta eleganza, infastidita dalla figurina fatta, conclude con la solita, prevedibile e scontata battuta sull’anello del suo dito medio, da rivolgere ormai contro tutto il mondo, come una clava, inviata compresa. Ora, anche i comici più scalcinati ogni tanto rinnovano il loro repertorio. Gli spunti non dovrebbero mancarle, viste le frequentazioni). Banale e scontata.

ex On. Cinzia Dato (Margherita)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
… il 17 marzo?… (pausa) beh, no, no, togliete togliete togliete…  (
coprendo la telecamera come a nascondersi, quindi allontanandosi, come per scappare). Spaventata.
  
On. Claudio Barbaro (FLI)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
…eh, il 17 marzo di preciso non glielo so dire… ma la presa di Porta Pia non credo… o forse sì… (o forse ma) però per quello che riguarda la prima capitale che é stata Torino… oh… sicuramente é stata 150 anni. Di preciso il 17 marzo non so cosa sia accaduto (se non lo sa non lo sa).
Chi fu il primo re d’Italia?
Non me lo ricordo.
Fu Vittorio Emanuele II.
(Ci pensa un po’, poi, dubbioso e venato di sicumera) Non il primo?
 No. Chi c’era prima dell’unità d’Italia?
Eh, beh, c’era il Regno delle due Sicilie.
E chi c’era nel Regno delle due Sicilie?
I Savoia (appunto. Poi si cruccia perché teme di non andare in onda, ma l’inviata lo tranquillizza. In onda ci andrà, uno così va divulgato). Confuso.

Nunzia Di Girolamo (PDL)

Cosa é successo il 17 marzo 1861?
Il 17 marzo é accaduto qualcosa, ma lo chieda a Maroni, non a me (ride). E’ Ministro degli Interni, colui che lo sa (gli altri possono anche rincretinire, tanto c’è colui).
Lei non se lo ricorda?
Diciamo che me lo ricordo (come no) ma non lo voglio dire (ah, beh, se non lo vuole dire…). Ridente.

On. Luigi Bobba (PD)

Il primo Re d’Italia?
Umberto I?
 Il 17 marzo ha qualcosa a che vedere con Vittorio Emanuele, o no?
Non me lo ricordo.
Forse gli fu fatto qualcosa, il 17 marzo?
Non me lo ricordo (così colmo di mestizia e umiltà che l’inviata, compassionevole, lo lascia andare). Amnesia.

ex On. Vincenzo Alaimo
(UDC)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
Il 17 marzo preciso, io non lo ricordo, però per averlo scelto vuol dire che c’è stata qualgosa di imbortante, di storico, che va realizzato e va ricordato (certo, se l’hanno scelto un motivo ci sarà…)
Chi regnava nel Regno di Sardegna?
Chi regnava?… lei mi fa delle domande storiche che ovviamente io ho dimenticato… (peccato che abbia dimenticato le domande storiche, perché le risposte magari le sapeva anche).
 Chi poteva essere?
…… (lunga pausa) ……. nel Regno di Sardegna? Chi poteva essere?… (rassegnato) me lo dica lei così lo imparo.
Chi fu il primo Re d’Italia?
Beh, Vittorio Emanuele I (primo, come no).
 Chi si incontrò a Teano?
(questa la sa) Eh, il famoso ingontro di Teano fra Vittorio Emanuele e… e… (si guarda intorno alla disperata ricerca di un suggerimento) e… mbu… (poi si arrende ancora) lo so ma non me lo ricordo.
Roma quando divenne capitale?
(scrolla disperatamente la testa)
La Breccia di Porta Pia…
Esatto (esatto cosa?).
 Che data era?
Novecento… e… dunque… nel 46 c’é stata la liberazione, 44, 45 sessan…(sì, raggio per raggio x 3,14, un franco e 20)… no… non vorrei dire cose sballate (e meno male perché se poco poco ti lasciavi andare…).
Perché Garibaldi veniva chiamato l’Eroe dei Due Mondi?
(Con aria sicura, questa sembra proprio che la sappia) Dei Due mondi, perché praticamente erano due mondi diversi che venivano realizzati in unica sdruttura digiamo geografica, e anche politica (che?)
Quindi quali erano questi Due Mondi?
Il Nord e il Sud di allora (diversi da quelli di oggi, visto che nel frattempo l’Italia si è rovesciata).
Quindi é chiamato Eroe dei Due Mondi perché ha unito il Sud al Nord?
Cerdamente (visto che questa la sapevo!). Patetico

Roberto Formigoni
(Presidente Regione Lombardia)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
Il 17 marzo son partite le 5 Giornate di Milano di resistenza agli Austriaci, ma non 150 anni fa, un po’ prima. Però la data del 17 marzo è stata scelta dal Governo Nazionale per celebrare quest’anno la ricorrenza dell’Unità d’Italia.
Quindi il 17 marzo di 150 anni fa non é successo niente di specifico?
No! (e se ne va per evitare approfondimenti, e magari per evitare di sparare altre sciocchezze). Sfuggente.

Fabio Mussi
(ex Ministro dell’Università e della Ricerca)
Perché é stata scelta proprio questa data?
Non lo so, perché é stato scelto il 17 marzo non lo ricordo. E’ una data… me lo dica lei.
Il Parlamento ha deciso che veniva intitolato il primo Re, che era?
No, ma non faccia le domande, non faccia l’interrogatorio… (non vede che non so una mazza… poi si allontana mangiando bruscolini). Sfuggente 2

Sen. Franco Cardiello
(PDL)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
No, non è successo niente. Evidentemente é una scelta condivisa (eh, certo, qualcuno l’avrà deciso).
Non é che il 17 marzo é successo qualcosa per cui si festeggia questa data?
(ci pensa) …Non lo so.
L’incontro, per esempio, fra Garibaldi e Vittorio Emanuele, quando é accaduto?
Non c’è stato nessun incontro. Sicuro (Sicuro!!!).
Chi fu la prima Capitale del Nuovo Regno?
Ehgh… il Regno delle due Sicilie… era diverso… oh… mmm… c’è stata, dopo il quarant, nel quarantacinque é stata Salerno.
Nel quarantacinque quando, in che secolo?
Millenovecentoquarantacinque.
Beh, ma capitale di che?
Io avevo capito… dopo la guerra… del ’44. Va beh, non lo so (ecco, ora sì).
Perché Garibaldi era chiamato l’Eroe dei Due Mondi. Quali erano questi Due Mondi?
Erano il Regno delle Due Sicilie e il resto d’Italia… (dev’essere un virus)
Sicuro?
Penso… non è che mi può rimandare di una settimana così mi preparo… (basta, non ce la fa più). Umile.

On. Pippo Gianni
(Iniziativa Responsabile)
Qui il dialetto è presente in dosi abbastanza massicce e qualcosa non si capisce, ma anche quando si capisce la differenza è poca.
In Parlamento, il 17 marzo 1861, é accaduto qualcosa?
(Ma non è stato il 17 proprio che si é insediato il primo Parlamento a guida… Benso conte di Cavour… che si é insediato… il primo Presidente è stato lui… a fare questa operazione (guarda nervosamente l’orologio sperando che gli squilli il telefonino)  che ci ha portato ad avere questo Paese.
Che ha fatto Camillo Benso?
Il primo, il primo parlamento italiano
In qualità di che?
Presidente, presiedeva (certo, elementare)
Presidente del?…
(la guarda ironico e sorridente come a compatirla per la sua ignoranza, poi conclude, sicuro e questa volta scandendo bene le parole) …del Parlamento. Del primo Parlamento Italiano (appunto). Non pervenuto.

 
On. Vincenzo D’Anna
(Iniziativa Responsabile)
Cosa é successo il 17 marzo 1861?
Sinceramente non lo so.
Il primo Presidente del Consiglio?
Non lo ricordo.
L’anno dell’Unità d’Italia lo sappiamo, no…
(calmo e sicuro di se, anche se pare un po’ intimidito) 1860, la prima, diciamo, quando é stata liberata Roma, con Porta Pia e Roma é diventata capitale d’Italia.
Roma capitale d’Italia, 1860? (affonda il coltello)
Sì.
Ecco, e l’Unità d’Italia?
Con l’impresa di Porta Pia… eh, qualche anno prima, adesso non… (sta perdendo un po’ la calma) la data non la ricordo.
Cioè, la data dell’Unità d’Italia…
L’unità d’Italia si è sancita con Roma Capitale, perché c’è stato il primo parlamento italiano… (sempre più nervoso).
Se l’unità d’Italia è 1860, perché festeggiamo i 150 anni nel 2011? Non dovremmo festeggiare i 151 anni?
(Attenzione. Con lo sguardo perso verso un punto lontano dal quale arriva evidentemente la folgorazione, sta per enunciare il più grande principio fisico-politico-matematico del millennio, che da oggi chiameremo Teorema D’Anna) Credo che il 1860 non si conti, che si va dal 1860 in poi (il teorema definisce infatti che non si possa assumere a data di inizio di un qualsiasi processo un anno che finisca per zero, ma che qualsiasi riferimento statistico e temporale abbia a decorrere, nel caso degli eventi avvenuti in quell’anno,  dall’anno successivo. Per esempio, se siete nati nel 1950, oggi la vostra età sarà di 60 anni (2011-1950+1) e non 61. Che culo!).
Ah, quindi 1860 più uno? (applicando perfettamente  il Teorema).
Eh, certo (sorridente e soddisfatto del recente, rivoluzionario enunciato). Pioniere.

On. Vincenzo Taddei
(Iniziativa Responsabile)
Qual’è la data dell’Unità d’Italia? Milleottocento…
Milleottocentosessanta (come stupito della banalità della domanda) Ci fu la proclamazione ufficiale della… della… del nostro primo, diciamo, … capo dello stato che allora in quella fase era… il re Vittorio Emanuele III (new entry). Fantasioso.

On. Rosi Bindi (PD)
Roma Capitale?
Roma Capitale. Quand’era Roma Capitale… sarà stato… bah, quando sarà stata Roma capitale? Mettiamola, quando sarà stato?… buttiamola lì… quando? quando é stata Roma Capitale? Il 17 di marzo. No…
Ah, il 17 di marzo si festeggia Roma capitale?
Eh, misadddisì… no? No… (per tutto questo siparietto la Bindi ha sorriso, se ne ignorano i motivi, e ha cercato di fare la simpatica. Ovviamente con risultati pessimi). Simpatica, ma anche no.
 
On. Fabio Garaniani (PDL)
Qunado divenne Roma capitale?
Roma capitale nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia. Sicurissimo! (Evvai, credici!) Sicurissimo.

Matteo Renzi (Sindaco di Firenze)
Quando divenne Roma Capitale?

Capitale divenne nel 1871, perché nel 1870 ci fu la Breccia di Porta Pia”. (Giusto, e infatti la Nobile gli fa i complimenti.)
Il fatto che io lo sappia é normale. La vera cosa sconvolgente è che gli altri abbiano detto male (per una volta sono d’accordo con lui). Esatto.


On. Daniele Marantelli
(PD)
Perché il 17 marzo? E’ una data particolare?
Certo che é part… (si interrompe di schianto voltandosi di scatto alla sua destra come se avesse visto una madonna con in braccio Ferrara travestito da puttino)… scusi… chiedo scusa, eh… scusi… chiedo scusa… chiedo scusa.. ritorno subito… chiedo scusa… torno subito, chiedo scusa… (ad libitum mentre si allontana correndo). Mito.

 
PS: probabilmente ci sono anche errori di battitura infiltrati, ma in gran parte le inesattezze dipendono dal fatto che loro parlano così perché se la Storia non è il loro forte, non si riscattano di certo con la grammatica.  

The road


Una luce abbagliante, e poi più niente. Solo freddo e grigio. E silenzio.
Non ci sono animali, ne’ vegetali. Le piante, rinsecchite, si spezzano da sole, e i terremoti continuano a devastare quel niente che é rimasto.
I pochi sopravvissuti alla catastrofe devono scegliere: continuare ad esserlo cibandosi dei loro simili o mantenere la propria dignità trascinando pazzia e speranza fino alla morte.
In questo scenario un uomo e suo figlio cercheranno di raggiungere il sud, dove forse c’é ancora qualcosa che somiglia alla vita. O forse non c’é, ma crederci aiuta a resistere. Hanno una pistola, con due proiettili, da usare su se’ stessi, per scegliere la fine migliore e non essere costretti a diventare come gli altri, i predoni cannibali ributtanti e disumani.
Perché loro sono i Buoni, e portano con se’ il Fuoco.
L’uomo ha dei ricordi, di quando c’erano ancora i colori, e li accarezza nei momenti peggiori; il bambino, nato dopo il disatro, non ha fatto in tempo ad averne.

La storia sembra tratta da “Il vecchio e il bambino” del grande Guccini. Sembra. In realtà é la trasposizione cinematografica di un libro del 2006, “The Road” di Cormac McCarthy, che si dice ancora meglio del film. Non lo scoprirò mai.
Agli americani non é piaciuto, e questa era già un’ottima recensione. Forse i silenzi e la lentezza del film non coprono abbastanza i ruttini da coca-cola e non si adattano ai ritmi di masticazione dei pop-corn.
Gli americani capiscono poco di cinema, capiscono poco di tutto.

Un racconto dal realismo durissimo, di un dolore quasi fisico, trasmesso anche visivamente da una fotografia che vira dai colori di una primavera troppo solare e felice a quelli, man mano sempre più bui e desaturati, del disastro.
Cast, regia e musica (Nick Cave) notevoli, ma quello che vi resterà addosso a farvi tana nel cuore saranno la faccia devastata e morente di Viggo Mortensen, e, soprattutto, la storia d’amore fra padre e figlio. Di Amore vero e non come quello, egoista e volubile, che capita di provare fra esseri umani.

Se fosse un voto sarebbe 3,5/5. Poteva essere un quattro ma ci ho visto qualche stereotipo di troppo, i Buoni e i Cattivi, Il Bene e il Male, il Fuoco… la fanno sempre troppo facile.

Se avete voglia di vederlo fatelo però nel modo migliore, almeno dvd “vero”, meglio un blu ray e uno schermo come si deve. Lasciate perdere le compressioni del divx perché ucciderebbero la splendida fotografia.
Se non avete qualcosa di decente, lasciate perdere.
C’é sempre Carlo Conti.

La fine di Lost

Si sapeva che le risposte non ci sarebbero state, anche per via di una sceneggiatura a tratti improvvisata e casuale, come se a un certo punto neanche gli autori sapessero bene dove andare a parare. Pazienza.
E pazienza anche per certi vuoti di memoria, personaggi spariti che invece avrebbero dovuto esserci. E ancora pazienza per un finale che lascia perplessi, con le sue luci mistiche ad aprire il Paradiso e il Pastore Cristiano a far da guida. Solo dettagli. Minimi e insignificanti.

Non sono i misteri dell’isola, e nemmeno la trama a rendere Lost così importante. Non importa come (non) va a finire e poi non aveva proprio senso pretendere una conclusione “logica”; e non é nemmeno il fatto che sia stato cinema di altissimo livello che lo consegnerà alla storia. E’ che Lost ha soddisfatto le nostre esigenze più vitali: sognare e appartenere. E, vista la realtà non proprio esaltante, proviamo a farlo con la fantasia, in un altro modo e in un altro mondo. Per questo ero su quell’isola, e mi sono divertito, emozionato, ho avuto le loro stesse paure, e anch’io mi sono innamorato di Juliet, ma anche di Locke e Desmond, ho vissuto i dubbi di Sajid, ho pianto per la morte di Charlie. Capita anche con i libri, i film, la musica, capita con i fumetti (sono pard di Tex Willer da una vita).
Capita con la fantasia. Ma é tutto reale.
Lost é stato un bel compagno di viaggio. E mi mancherà.
Parecchio.

De André canta De Andrè


Sono quasi sempre dubbioso verso quelli che hanno (o non hanno) successo “a prescindere”, per meriti (o demeriti) dati per scontati. Capita, per esempio, coi figli di papà.
E, in questo caso, che papà!
Cristiano, se fosse stato figlio del Cerini, per dirne uno, il successo l’avrebbe avuto di sicuro, più e meglio di come gli é capitato. Ma da lui ci si aspettava il quadruplo salto mortale senza rete, le cose meno che straordinarie non erano sufficienti. Essere musicista e strumentista con due palle così (cit.)  non sarebbe bastato per arrivare in cima, ma solo per un mediocre week-end da  mezza collina. Essere figlio di gli ha offerto opportunità che i figli di nessuno non avranno mai, ma poi il confronto con il padre l’avrebbe comunque massacrato.
Ma Cristiano é bravo di suo. E’ bravo davvero. E’ bravo lo stesso.

I pezzi sono conosciutissimi e bellissimi. Nessun dubbio su questo visto il materiale fra cui scegliere (confido in un volume 2). Arrangiamenti non diversissimi dagli originali, ma quanto basta per renderli ancora migliori e musicisti sicuramente all’altezza (ho ancora nel cuore la chitarra di Francone Mussida in Amico fragile ma anche questo ragazzino é un bel manico).
Qualche vetta (Se ti tagliassero a pezzetti, Verranno a chiederti del nostro amore e Amico fragile su tutte) e qualche versione minore (Il pescatore, Fiume Sand Creek) ma nel complesso un gran bel disco, che quando finisce ti viene da chiedere il bis, e poi un altro ancora.
Un operazione che a Cristiano, a cui magari non tutto va proprio benissimo,  potrebbe (paradossalmente) servire a ritrovare la propria dimensione.
Per quello che vale, in bocca al lupo!

Noi siamo quella razza

Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che di giorno salta i fossi e la sera le cene.
Lo posso gridare forte fino a diventà fioco,
noi siamo quella razza che tromba tanto poco.
Noi siamo quella razza che al cinema s’intasa,
per veder donne ignude e fassi seghe a casa.
Eppure la natura ci insegna sia sui monti sia a valle,
che si può nascer bruchi e diventar farfalle.
Ecco noi siamo quella razza che l’è fra le più strane,
che bruchi siamo nati e bruchi si rimane.
Quella razza siamo noi, è inutile far finta
c’ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta.

 

(Berlinguer ti voglio bene – Giuseppe Bertolucci, 1977)

Orso Grigio
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