Appunti di viaggio

Il circo Semiramide


Quando ero ragazzino, dalle mie parti veniva spesso il circo Semiramide. Tre sciagattati e un ciuchino, che a malapena tiravano avanti. Era un circo povero, senza nemmeno il tendone. Per entrare si pagava il biglietto, ma non entrava mai nessuno. Si guardava da fuori, attorno al recinto, e alla fine si poteva fare un’offerta libera.
C’era Manolo, il lanciatore di coltelli che si esibiva con la moglie, Semiramide appunto, e che tirava sì da due passi, ma poi i colpi erano precisi e sfioravano il bersaglio anche a meno di un metro. Poi c’erano il ciuchino con cinque gambe, l’attrazione vera, e il pagliaccio Scaramacai: un vecchietto con la parrucca rossa, la faccia allampanata e le scarpe lunghe un chilometro. Gli altri bambini impazzivano dal ridere al solo guardarlo, ma a me metteva paura. E un po’ di tristezza. Immaginavo quanto gli girassero i coglioni, tutte le sere, a doversi conciare in quel modo per divertire quattro stronzi che poi, quando Semiramide passava col cestino per le offerte, facevano tutti finta di niente e non davano mai una lira. Come in chiesa.

Tutta questa filastrocca per dire che la fedeli, quella che col “ministro” davanti ha ridefinito il concetto stesso di ossimoro, con quei capelli rosso minio e la faccia un po’ così, mi ricorda parecchio quel pagliaccio, anche se lei è così già di suo, ha le scarpe più piccole e non fa ridere nessuno. Questo soggetto, dopo le altre bravate, tipo spacciarsi per laureata, l’alternanza scuola-lavoro, autorizzare i telefonini in classe, qualche ignoranza in storia, l’ideona di voler portare l’obbligo scolastico a 18 anni, o farci due coglioni così con la storia dei femminili, ha detto che i ragazzi con meno di quattordici anni non possono uscire da scuola se ad attenderli per riaccompagnarli a casa non ci sono i genitori, i nonni, o qualcun altro, fosse anche un maniaco sessuale con le caramelle.
Vede, signora, io, in seconda elementare, attraversavo da solo mezza città con la cartella carica di libri, il grembiulino nero e quel ridicolo fiocco blu. Per andare e tornare, e me la cavavo benissimo. 
Ma era un mondo migliore. Il pd non esisteva e quelli come lei non c’erano. Si poteva fare.
Certo, se avessi rischiato di incontrarla, avrei avuto paura come con Scaramacai e forse non ce l’avrei fatta.
E comunque, ad aver immaginato che avremmo avuto a che fare con quelli come lei, era meglio farsi mangiare dai comunisti.

La visita di renzie


Ieri sera ad Arezzo c’era renzie. Secondo la Nazione sono “accorse a vederlo” 300 persone da ogni parte della provincia, che se io organizzassi una serata al bar di Montione tipo “Una bestemmia per matteorenzie” ne verrebbero molte di più. E comunque ognuno passa il suo tempo come vuole; c’è chi va a Lourdes, chi a vedere Pupo, chi ama la zia e chi va a Porta Pia (cit.). 
Il punto è un altro. Per tre giorni hanno messo in sicurezza la città, chiuso strade, forze dell’ordine dappertutto, divieti di sosta anche a piedi, controllato cassonetti, saldato i tombini con nardella dentro rimasto a controllare. Una roba che nemmeno quando è venuto il Papa. Uno ha scritto su fb che queste misure eccezionali le hanno adottate perché temevano che io fossi nei paraggi.
Ecco, vorrei tranquillizzare tutti. Da quanto ero interessato a questa venuta, credevo che il soggetto si fosse già manifestato la sera prima. E comunque, se dovessi, ovviamente per caso, incrociare renzie, quelli come lui e tutto il codazzo di sciacquette e servi che gli leccano il culo, mi comporterei come quando incrocio una merda sul marciapiede. 
La evito.

La moto


Semaforo rosso. 
La moto borbotta, tronfia, con sicumera crassa (cit.)
Un vecchietto si ferma a guardarla. Entrante, giovanile, sugli 80. E’ attento, chissà quali ricordi gli passano per la testa. Poi guarda me, gli accenno un sorriso.
Lui: “E’ nuova questa Guzzi?”
Io: “Sì, è un modello di quest’anno.”
Silenzio. I suoi occhi si fanno un altro giro sulla moto. 
Lui: “Eh, sì. La Guzzi è sempre la Guzzi!”
Semaforo verde.

Estate

L’Angolo della Poesia

ESTATE

Estate di merda estate puttana
perduto rimpianto di maglie di lana.
Maremma maiala, budella impestata
estate del cazzo, stagione sbagliata.

Fetida fogna di puzza e sudore
tempo perduto bruciato dal sole,
dai raggi cocenti, atroce tormento.
E flebile voce, afflitto lamento.

Luce accecante che annebbia i pensieri
che uccide le forme, che spegne i colori.
Nessuna speranza, nessuna salvezza,
nemmeno di un piccolo vento di brezza.

E poi le infradito, vergogna del mondo,
mostruose allo sguardo, totale sprofondo
in viscere nere, così putrefatte
che al solo mirarle c’è vomito a frotte.

Estate maligna, violenta ed atroce
di caldo, dolore, di rabbia feroce.
 Lurida porca schifosa e indecente,
infame ossessivo tiranno invadente.

Io ti maledico, ti infamo e ti odio,
a starmi sul cazzo sei prima sul podio,
ma già nel mio cuore, pensoso e dolente,
c’è uva e castagne, di autunno imminente.

E nuvole basse, e pioggia sottile,
colori pastello di un clima gentile.
E con un pensiero di Vita e Bellezza
ti mando affanculo. Ne ho la certezza.

 

__________

 

 

La chitarra donata

Di lui mi ha sempre colpito la figura. Alto, asciutto, agile e scattante. Viso dai lineamenti decisi, spigolosi, austeri. Troppe rughe di vita vissuta già la prima volta che lo vidi, quando avrà avuto sì e no trentacinque anni. Ma con quel tratto di ironia spavalda che lo rendeva un incrocio improbabile fra Mazzini e D’Artagnan.

Ce l’avevo bene impresso nella memoria, da quando, più di cinquant’anni fa, mi regalò una chitarra. Lo fece quando morì mio padre; forse per darmi un motivo, una speranza. Un’occasione.
Mi disse che tanto lui non avrebbe mai imparato a suonarla e che avrei dovuto farlo io.
Non conoscevo nemmeno il suo nome, forse Piero, e non lo avevo mai visto prima. Mi disse che abitava lì vicino e che era amico di mio padre. Ricordo il suo dolore accompagnare il mio e lacrime sul viso di entrambi.
Era poco più che un pezzo di legno, quella chitarra, ma questo è un dettaglio inutile. Fu amica e compagna e con lei ho vinto le paure e sconfitto il dolore abbastanza per continuare a provarne.
Poi andò ad abitare da un’altra parte e non lo vidi più, anche se nel cuore e nella memoria c’è sempre rimasto.

Ma Arezzo è una città piccola, e negli ultimi anni l’ho incrociato ancora in una via del centro. Uguale ad allora. Solo invecchiato, ma tutti gli anni passati non lo avevano cambiato. Il corpo era ancora asciutto, per niente ingobbitolo, lo sguardo attento e il viso, anche se stanco, di uno che non si era mai arreso. Era l’immagine perfetta che avevo di lui, la stessa che avevo conservato e in qualche modo costruito nel tempo.
Ogni volta lo guardavo, lo seguivo per qualche passo mentre la memoria faceva la sua parte. E ogni volta avrei voluto fermarlo, dirgli quello che dovevo. Ma non trovavo mai il coraggio, l’occasione giusta.

Poi, qualche mese fa l’ho visto ancora, usciva dalla solita piccola pensione, e stavolta c’era anche il coraggio. Così l’ho fermato, gli ho teso la mano.
«Mi chiamo Luciano Scanzi. Mi scusi, lei non si ricorda di me, sono passati cinquant’anni, ma noi abitavamo vicini e lei era amico di mio padre. Quando morì mi regalò una bellissima chitarra. Credo che con quel gesto mi abbia salvato la vita ma poi ci siamo persi di vista e non ho mai potuto ringraziarla. Vorrei farlo adesso, anche se non sarà mai abbastanza.»
«Ah, può darsi… e la suona ancora?»
«Certo. Non quella, ma sì, la suono ancora.»
«Ah, mi fa piacere, sono contento. Vede, io vado avanti, me la cavo. Fino a quando mi danno la pensione…»
Io, di poche parole, lo sono sempre stato. E lui, probabilmente, era stanco di usarle. E non sono granché espansivo, le cose le tengo per me, ma quell’abbraccio non ha voluto saperne di riservatezza. E’ partito da solo, improvviso e invadente. Sapeva che una stretta di mano non sarebbe bastata. E’ stato forte, violento, liberatorio.
Dolcissimo.
E quando è finito, nel dirgli “ciao, grazie” con la vista annebbiata dalle lacrime ho visto le sue, a disagio, farsi strada fra le rughe come a cercare di nascondersi, in dissolvenza, mentre si allontanava. E una smorfia di imbarazzo, ma forse era un sorriso.
Ho continuato a piangere mentre anch’io mi allontanavo.

Non ho mai conosciuto il suo nome, forse Piero, ma non lo avrei più rivisto.

Ipocriti e servi!

Se vi dicono che la sincerità paga, non credeteci. Non è vero.
Evitatela come la peste bubbonica. Siate ipocriti, bugiardi, sleali, falsi, financo infingardi. Mentite sempre! A chiunque. Fatelo, anche se non è necessario, anche quando non vi serve a niente. Fatelo come se non ci fosse un domani, e anche come se fosse antani, ma per tuttti. Prendete per il culo chiunque, compreso voi stessi. Nel lavoro, in politica, con gli amici, in amore. Sempre. Dategli quello che vogliono, ditegli il cazzo che pare a loro. Come se aveste una maschera, se recitaste una parte, tanto di quello che siete davvero e di cosa pensate non frega un cazzo a nessuno.
E non sentitevi in colpa, gli altri fanno altrettanto con voi.

E sul lavoro siate servi, oltre che servili, ogni volta che potrete ricavarne un vantaggio. Leccate culi o quello che volete voi, dite sempre “certo, prego, sì, eccome, come vuole, quello che vuole, quando vuole lei, nessun problema, per me è un piacere, ma vuole scherzare, ci penso io”.  Combinateli anche insieme, a fava, che non resti alcun dubbio. Fate quello che vi chiedono, dategli ragione, accettate i ricatti, fatevi portare a letto, per la carriera ma anche per il piacere e basta. Tanto che vi frega: il sesso non è mica ricotta che ci rimangono le ditate. Fateli sentire alfa, beta e tutto il resto dell’alfabeto della vanità, anche se hanno il carisma e la sensualità di un cesto di pulezze marcio. Chinate la testa. Siate quelli giusti, proprio quelli che stavano cercando per sentirsi capaci, quelli che gli daranno ragione, che gli servono per sentirsi importanti. Vedrete, se non siete proprio cretini e non fate del tutto schifo, si apriranno per voi carriere luminose e inesauribili.

Lasciate perdere le puttanate retorico illuminate di Steve Jobs. Per essere affamati e folli ci vogliono passione, talento e coraggio. Cose rare, quasi del tutto estinte, ingombranti, difficili da gestire. E che non portano da nessuna parte perché non troverete mai nessuno che le apprezzi e che vi conceda una possibilità.

Ipocriti e servi dovete essere! E’ più facile, non vi creerà problemi e la vostra vita vi ringrazierà.

A meno che non siate disposti a pagarne il prezzo, della vostra sincerità e del carattere di merda che avete. E a sopportarne il dolore.

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