L’Eco de Chiani

Estate

L’Angolo della Poesia

ESTATE

Estate di merda estate puttana
perduto rimpianto di maglie di lana.
Maremma maiala, budella impestata
estate del cazzo, stagione sbagliata.

Fetida fogna di puzza e sudore
tempo perduto bruciato dal sole,
dai raggi cocenti, atroce tormento.
E flebile voce, afflitto lamento.

Luce accecante che annebbia i pensieri
che uccide le forme, che spegne i colori.
Nessuna speranza, nessuna salvezza,
nemmeno di un piccolo vento di brezza.

E poi le infradito, vergogna del mondo,
mostruose allo sguardo, totale sprofondo
in viscere nere, così putrefatte
che al solo mirarle c’è vomito a frotte.

Estate maligna, violenta ed atroce
di caldo, dolore, di rabbia feroce.
 Lurida porca schifosa e indecente,
infame ossessivo tiranno invadente.

Io ti maledico, ti infamo e ti odio,
a starmi sul cazzo sei prima sul podio,
ma già nel mio cuore, pensoso e dolente,
c’è uva e castagne, di autunno imminente.

E nuvole basse, e pioggia sottile,
colori pastello di un clima gentile.
E con un pensiero di Vita e Bellezza
ti mando affanculo. Ne ho la certezza.

 

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La gara di bestemmie


Al Bar di Montione si tiene ogni anno la gara di bestemmie. Due edizioni, gennaio e luglio.
Quello per la bestemmia (moccolo, lupa, sacramento, litania, canchero, vituperio, ecc.) è un culto molto sentito dalle nostre parti. Nascono da sole. Come le canzoni e le scorregge.
La manifestazione è nata per questo: valorizzare i talenti nel rispetto della tradizione.
Una specie di X-Factor.

La giuria è formata dal Clava, dal Patata e dal Ciampino. Vengono tutti dalla “Gara dei Rutti” che si teneva a Pieve a Ranco, ma che, ormai, per volere del prete, non si fa più. Le cose belle finiscono.
Può partecipare chiunque, ci sono le selezioni e poi c’è la gara vera e propria.
Fra loro, qualcuno è professionista. Fornisce consulenze e si esibisce dietro compenso per quelli che non padroneggiano bene questa forma di espressione o la ritengono disdicevole. Per esempio, ti entra un vecchio in rotatoria contromano, o trovi la moglie a letto col vicino (o anche solo trovi la moglie), e non ti vengono le parole giuste? Vai da lui, gli esponi il problema, lui si concentra e libera nell’aere litanie che farebbero allertare la contraerea del Vaticano. Tu le ascolti, le impari come una preghiera, e poi ogni notte, nella tua cameretta, accanto alla foto di Padre Pio, ci metti sotto un po’ di musica e ti fai il tuo bel karaoke. E’ catartico.
La maggior parte, però, sono amatori. Lo fanno per passione. Come colonna sonora per qualsiasi stato d’animo. Che sia rabbia, dolore o felicità, quell’intercalare sarà lenitivo o gratificante.

L’audizione, e poi l’esibizione, hanno poche e semplici regole.
Ce ne sono solo tre da rispettare. La prima è che la declamazione avvenga in unica espirazione, senza mai riprendere fiato, la seconda che non contenga ripetizioni di alcun tipo, ne’ per l’epiteto ne’ per il destinatario, e la terza che non vengano usate figure retoriche in sostituzione degli originali. Capita infatti di sentire termini come “madosca”, “maremma” o “zio” ed è francamente inaccettabile.
In caso di trasgressione è prevista l’eliminazione diretta.

Il concorrente entra, si presenta, parla un po’ di se’, dove bestemmia, come ha imparato, il posto più strano dove l’ha fatto, quand’è stata l’ultima volta, se i genitori lo hanno ostacolato a cinghiate, le solite domande.
Poi si concentra, le luci si abbassano e intorno si fa silenzio. Prende fiato e libera la sua orazione.
Per le performance c’è chi si ispira al mondo animale, per lo più suini e rettili, chi a quello sessuale, chi a entrambi con ardite combinazioni. Ma si va anche oltre, si scoprono termini nuovi, legati all’attualità, in una continua ricerca evolutiva del linguaggio.
Gli epiteti scelti vengono quindi rivolti o associati a figure e simboli legati al mondo della religione, e sono proprio la forza e l’impatto emotivo di questi abbinamenti a determinare le preferenze della giuria. Più che la ricercatezza linguistica e il mero esercizio di stile, sono richieste fantasia e creatività. E’ lì che risiede il talento.
La sola religione ammessa è quella cattolica. Questa scelta è stata fatta in nome del rispetto di quei valori che il Bar sostiene da sempre e che fanno parte della nostra identità culturale. Da tutelare e tramandare. 

Attorno a questo evento c’è sempre grande interesse, già dalle audizioni. Alla finale partecipano tutti, compreso le più alte autorità del posto: il prete, il postino e il farmacista. La manifestazione viene aperta dall’esibizione della banda musicale di  “Arturo che suona il tamburo” e tutta la serata viene inoltre trasmessa in diretta dalla tv locale, anche se parte dell’audio originale viene sostituito dalla programmazione di Radio Maria (quando suona Arturo).

L’ultima edizione, quella di gennaio, è stata vinta da Nocciolino, con un moccolo della durata di 34 secondi, finemente elaborato e complesso, che comprendeva, fra un improperio e l’altro, le divinità classiche, 12 santi e qualche sacramento. Lui è uno dei migliori da sempre, ma non aveva mai vinto. In questa occasione ha però combinato a questa l’altra sua passione, quella alcolica. Pare infatti che, diversamente dalle persone normali, che hanno nel corpo il 75% di acqua, il suo sia formato per il 50% di vino, per lo più Tavernello, e per il 25% di sambuca.
Così si è sparato un litro di questa miscela prima dell’esibizione, liberando quindi la sua orazione dentro una fiatata alcolica dall’impatto devastante. Pare che nel raggio di 15 km, la gente sia fuggita dalle chiese in preda al panico, i crocefissi si siano girati contro il muro per nascondersi e le ostie siano scappate rotolando da tutti i cibori.
A un giornalista locale raccontò poi che aveva provato quella bestemmia nel suo negozio di pesce surgelato e che molti pesci erano tornati a vivere. Ma poi si seppe che non era vero e che lo disse sotto l’effetto della sambuca.

Quando lo hanno proclamato vincitore, il Nocciolo era talmente emozionato e confuso che si è lasciato scappare un “Madonnina santa di Gesù” che purtroppo si è sentito distintamente.
Però lo abbiamo perdonato subito.

 

Colte al volo

Generalisti

  • Almeno l’italiano sallo
  • Al tg parlavano degli ambientalisti isalmici
  • Arrivano certe zampate di caldo…
  • Che fisico… fai bidi bolding?
  • Chi é causa del suo mal pianga lo stesso
  • Di fronte a certe cose rimango putrefatto
  • Ha studiato da solo: é un’auto di latta
  • Ho fatto colazione con un buondio
  • I bambini devono mangiare i biscotti al plasma
  • Questa crema protegge dai raggi ultraviolenti
  • I testimoni di Genova
  • Il patè d’animo
  • Mi sono dato la zuppa sul piede
  • Non piangere sul latte macchiato
  • Oggi c’é peluria di operai
  • Piume di stronzo
  • Posso affliggere questi manifesti?
  • Quando muoio mi faccio cromare
  • Riposiamoci e diamoci una rifucilata
  • Scendi il cane che lo piscio
  • Noi due siamo agli antilopi
  • Io sono fatto così: sodomizzo tutto
  • Spezziamo un’arancia in favore
  • Tomba ha vinto lo slavo gigante
  • Uniamo l’utero al dilettevole

 

Sulla salute

  • A forza di drogarsi, gli é venuto l’ADSL
  • Anche l’occhio va dalla sua parte
  • Anche l’ottico vuole la sua parte
  • Da vicino vedo bene, ma da lontano sono lesbica
  • Ho un dolore in mezzo allo sterco
  • I bambini prematuri li mettono nell’incubatoio
  • Mi hanno detto che mi manca una diatriba all’occhio sinistro
  • A me mancano quattro dottrine
  • Mi hanno appena fatto una biospia
  • Ho il polistirolo alto

 

La gara di canoa

Una società italiana ed una giapponese decisero di sfidarsi ogni tre anni in una gara di canoa, con equipaggio di otto uomini.
Entrambe le squadre si allenarono con impegno e quando arrivò il giorno della gara ciascuna squadra era al meglio della forma, ma i giapponesi vinsero con un vantaggio di oltre un chilometro.
Dopo la sconfitta, il morale della squadra italiana era a terra. La società decise che si sarebbe dovuto vincere la volta successiva e incaricarono i top manager di analizzare il problema. I top manager scoprirono, dopo molte analisi, che i giapponesi avevano sette uomini ai remi e uno che comandava, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano. In questa situazione di crisi il management, dando chiara prova di capacità gestionale, costituì dei gruppi di lavoro formati dai quadri più promettenti della direzione generale per studiare le modifiche a struttura, compiti e responsabilità della squadra italiana. Dopo due anni di duro lavoro i gruppi confermarono l’intuizione dei vertici: nella squadra c’erano troppe persone a comandare e troppo poche a remare.
Fu deciso, allora, di cambiare la struttura:
ci sarebbero stati, non più sette bensì quattro comandanti, due coordinatori dei comandanti, un supervisore dei coordinatori dei comandanti e uno ai remi. Si fissarono rigide regole di allenamento per il rematore e fu introdotto un nuovo sistema di indicatori e di punteggi per motivarlo: “Dobbiamo migliorare le sue capacità atletiche ma specialmente dargli più responsabilità e controllarlo di più”. I top manager ricevettero una gratifica monetaria per il pregevole lavoro svolto ed ebbero subito inizio gli allenamenti.
L’anno successivo i giapponesi vinsero con due chilometri di vantaggio.
La società punì in modo esemplare il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sul lavoro e pagò un bonus ai quattro comandanti, ai due coordinatori dei comandanti e al supervisore dei coordinatori dei comandanti come ricompensa per il grande impegno che la squadra, nel suo complesso aveva comunque dimostrato.
I top manager produssero nuove analisi. Fu dimostrato che la tattica era giusta, che la motivazione era buona ma era difficile trovare buoni rematori a causa del decadimento morale della società che esalta i valori materiali, mentre lo scafo doveva essere migliorato.
Al momento la società italiana è impegnata nella progettazione di una nuova imbarcazione.

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(Anche questa letta in una qualsiasi parte di qualsiasi posto)

Il Capo

Quando fu creato il corpo umano, tutti gli organi presentarono domanda perché fossero eletti a capo di esso.
Disse il cervello:
io sono l’intelligenza e trasmetto gli ordini a tutto il corpo ed é giusto che sia io il capo.
Disse lo stomaco:
io trasformo in energia tutti i cibi, quindi é giusto che sia io il capo.
Dissero le gambe:
noi sfruttiamo l’energia resa dallo stomaco e muoviamo il corpo, quindi é giusto che siamo noi il capo.
Di seguito tutti gli organi presentarono le loro motivazioni, più o meno valide, per diventare capi.
Ma, quando toccò al buco del culo tutti scoppiarono in una grande risata. Allora il buco del culo indispettito si mise in sciopero e non fece più lo stronzo così in poco tempo tutto il corpo stava male.
Il cervello divenne febbricitante, lo stomaco aveva crampi e le gambe non si reggevano più.
Così, prima di giungere alla morte, tutti gli organi decisero all’unanimità che fosse il buco del culo a fare il capo, e lui ricominciò a fare lo stronzo.

Morale:
Non c’é bisogno di un genio per fare il capo, basta che ci sia qualcuno capace di fare lo stronzo.

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(Da una qualsiasi bacheca di un qualsiasi ufficio di qualsiasi paese)

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