Fotografia

Qualcosa sulla Fotografia

Di Musica ho parlato. Oggi tocca alla Fotografia, e poi con le mie passioni, attive e non, ho finito.
Faccio fotografie da oltre 50 anni. Ho iniziato con una Voigtlander Vito F che mi regalò mia madre. Sarà stato il ’68, più o meno. L’aveva comprata da Carlo, “Il Papalina”, uno che abitava nel portone accanto al nostro e aveva un piccolo negozio di fotografia. Quindicimila lire, tanto. Quando me la dette, le luccicavano gli occhi. E anche a me.
Da lì non mi sono più fermato, altrimenti che passione sarebbe? Qualche anno dopo mi sono potuto permettere la gloriosa Pentax MX, a suo modo rivoluzionaria perché, con la Olympus OM1 introdusse un nuovo concetto di compattezza e prestazioni nel mondo delle reflex, fino ad allora pesanti e ingombranti. Poi sono entrato nel mondo Nikon, con la mitica F3 e ci sono rimasto con tutte le altre che sono venute dopo, meccaniche, automatiche, autofocus, e poi digitali, e con quelle che c’erano state prima, su tutte la Nikon F di Robert Kincaid ne “I Ponti di Madison County”, e anche di Thomas in “Blow Up” (ma più per il primo). Le vado a cercare nei mercatini di materiale usato, di Arezzo e Umbertide. E le trovo. In questo genere di fiere di cose antiche c’è chi cerca mobili e lampade rococò che io non metterei nemmeno nel cesso, dentro proprio intendo, e ci sono io che cerco obbiettivi e macchine con le loro storie da raccontare e i mondi che hanno visto. Ognuno ha le sue manie.

Oltre a Pentax e Nikon ho tenuto fra le mani, e spesso avuto, le macchine più prestigiose del pianeta, ho guardato il mondo, il mio, attraverso i mirini e le lenti migliori di sempre. Eccetto Leica. Con lei solo una piccola e fugace esperienza; è sempre stata inavvicinabile dagli umani come me per via dei costi abnormi, soprattutto delle lenti. E poi, se ai tempi della pellicola le veniva riconosciuta una qualche supremazia tecnica (non da me), oggi, con il digitale, non è nemmeno più così. È rimasta imprigionata dal suo mito e diventata ancora più fighetta e puzzolosa di allora. Uno status symbol buono per fare scena, un marchio “glamour” da mettere a tracolla di qualche modello e usare come richiamo negli spot pubblicitari, ma non è roba per me. 
Anche il mondo del medio formato l’ho lasciato perdere, a parte una vecchia Yashica Mat 124G, biottica che conservo gelosamente e ogni tanto uso. Ho sempre preferito la praticità delle reflex. Però, a guardare nel mirino a pozzetto di una biottica si scoprono mondi sconosciuti. E in formato quadrato, una visione diversa.

Per molti anni ho fatto tutto da me, dal bobinare le pellicole, allo sviluppo e alla stampa, bianco e nero ma anche quella a colori da diapositive, col tamburo rotante che nemmeno Goldrake. 
Quando ho iniziato io le foto si facevano prima di scattare. Le pellicole costavano un botto e sbagliare era un lusso non consentito. L’immagine da ottenere doveva essere già ben chiara nella testa e lo scatto doveva essere quello giusto. Un colpo solo, come De Niro ne “Il cacciatore” (ultima citazione da film, giuro). E poi c’era l’attesa. La pellicola, quasi sempre in bianco e nero, doveva essere sviluppata in camera oscura, avvolgendola in una spirale che andava inserita dentro un cilindro dove venivano versati, una volta chiuso ermeticamente alla luce, lo sviluppo prima e il fissaggio poi, opportunamente dosati, a certe temperature e per tempi esatti. Poi, una volta lavata a lungo sotto l’acqua corrente, la mettevi a stendere come un bucato e aspettavi che asciugasse. In trasparenza vedevi subito, anche se l’immagine era “negativa” se c’era qualcosa di buono oppure no, se la densità era giusta, l’esposizione buona e se tutto era andato bene, perché poteva capitare che avevi sbagliato qualcosa in ripresa o che il rullino avesse preso luce, o qualche altra variante di Murphy per cui se una cosa deve andare male, lo farà. Se “era venuta”, insomma.
Poi c’era la parte più importante. Tende nere, paraspifferi per la luce, spianatoia con fermi antiscivolamento sopra la vasca, e il bagno diventava camera oscura. Ero allenatissimo, ci mettevo un attimo, più o meno come da Clark Kent a Superman dentro la cabina telefonica (e dai…). L’ingranditore sopra la spianatoia, due bacinelle per sviluppo e fissaggio, il termometro per controllare la temperatura dei bagni, come per le pellicole anche se meno critica, e via. Luce rossa, o giallo-verde, carta sotto l’ingranditore, pellicola in posizione, filtro rosso, lampada, inquadratura e messa a fuoco. Poi via il filtro rosso e comincia l’esposizione, 5, 10 secondi… All’inizio ci volevano diverse prove per capire bene i tempi, ma poi si andava a colpo sicuro. Tolta da sotto l’ingranditore, la quasi foto andava nella bacinella con i bagni di sviluppo, e mossa dolcemente perché si bagnasse uniformemente. Ecco, qui vivevi una di quelle emozioni che ognuno dovrebbe provare. Vedere l’immagine che si forma, incerta, mentre nasce da quelle piccole onde e prende vita sotto i tuoi occhi è davvero una magia. I neri prendono forza, lasciando che i bianchi mantengano la propria. Altro che raw superdefiniti sui monitor, al 400% di ingrandimento, come è adesso con il digitale. Appena nata, si prendeva delicatamente con le pinze di gomma, si passava nell’altra bacinella col fissaggio, e finalmente si poteva accendere la luce per valutare meglio il risultato. Infine un lavaggio accurato, se volevi che l’immagine durasse nel tempo. Il tutto, a parte il lavaggio, durava pochi minuti, da moltiplicare però per il numero delle fotografie, ovviamente. E poi tutte ad asciugare. Un altro bucato.
Era un rito, impegnava serate intere e spesso fino a notte fonda. Ma cazzo, se era bello!
Quelle fotografie diventavano uniche. Ognuna di loro non replicabile. 
Adesso andiamo tutti di corsa, non importa dove. Andiamo e basta. Parliamo con un pezzo di plastica, e stiamo perfino ad ascoltare le risposte. Non vediamo niente, e se lo vediamo non lo guardiamo. I tempi della camera oscura ci sembrerebbero inaccettabili, assurdi. Eppure in quella lentezza, in quell’attesa, in quel rispetto di regole precise su tempi, preparazione e temperature c’era un mondo che forse abbiamo liquidato troppo in fretta e dal quale non abbiamo imparato niente.
Io, quegli odori, soprattutto quello del fissaggio, il più forte, ce l’ho ancora addosso e ogni tanto, con la scusa di acquistare un paio di pellicole, vado a ri-annusarli in un negozio di Arezzo, dove c’è uno spacciatore che custodisce e fornisce ancora quella roba. La memoria contenuta negli odori è spesso sottovalutata, eppure racconta molto. 
Dovremmo averne più cura.

Oggi, nel modo di fare fotografie, è cambiato il mondo. Ci sono i sensori digitali e quasi niente pellicola, ormai. In una scheda di memoria da pochi euro ci stanno migliaia di foto, e puoi anche riutilizzarla. Così si tende a scattare a raffica, per la serie “vedrai che una buona c’è”, e se proprio non ci fosse la rimediamo al pc. Il pc, appunto, la “camera chiara” come la chiama qualcuno. Photoshop può fare miracoli, far sorridere la gente che non ne ha voglia, portarti ai Caraibi anche se lo scatto l’hai fatto seduto nel muretto di casa. È divertente, libera la creatività e la fantasia. Il fotoritocco può essere una forma d’arte. A me serve solo per fare quello che facevo in camera oscura, cioè aggiustare un’inquadratura o correggere contrasto e esposizione nel caso ce ne fosse bisogno, ma mi fermo lì. Non sono un draghissimo, e non ho fatto niente per diventarlo. Non mi interessa. Per me fare foto è il mio modo di vedere la realtà. Non voglio crearne un’altra, voglio prendere la bellezza di quella che c’è. Con rispetto, senza la pretesa di cambiare niente.
Non mi interessano i trucchi, mi basta la magia.

E anche le reflex, quelle bellissime reflex, con le loro forme sensuali, le cromature, quel loro lasciarsi indossare perfettamente dal palmo della mano, i meccanismi precisi, lo specchio che si alzava per lasciare passare la luce sulla pellicola con quel bellissimo click clack, e le regolazioni di tempo, diaframma, esposizione. E la messa a fuoco manuale, con l’immagine che diventava nitida nel mirino ruotando la ghiera. C’erano cose che bisognava sapere per fotografare, regole da rispettare, attenzioni da avere. Il risultato te lo dovevi guadagnare anche tecnicamente, e non solo per il suo valore artistico. 
Oggi non è così. Non lo è affatto, e non ci sono più nemmeno le reflex. Stanno scomparendo, riservate ormai al settore del professionismo o degli irriducibili come me.
Ci sono macchine più piccole e anche migliori per certi versi, ma soprattutto ci sono i telefonini. Li abbiamo tutti e ormai li fanno con tre obbiettivi, dal grandangolo al tele, e la loro qualità è abbastanza impressionante. Sbagliare una foto è praticamente impossibile. Niente da regolare, ne’ messa a fuoco ne’ esposizione. Ci si può concentrare sull’immagine, la sola cosa che conta. Bello! Ma lo era, eccome, anche smanettare su ghiere e diaframmi. E per me è ancora così.
E niente bacinelle. Ma nemmeno più stampanti per fermarli sulla carta, quegli scatti. Ormai quei file(s), comunque vengano ottenuti, si guardano sui display dei telefonini. Compriamo macchine da 50 Megapixel, otteniamo immagini che potrebbero essere proiettate nella parete di un palazzo, stampate su cartelloni giganti, per guardarle poi solo e soltanto dentro un cazzolino di display. Va be’.
Ancora un po’ di tempo e gli smartphone sostituiranno quasi del tutto le macchine fotografiche. Non le mie, però. Non ne avranno il tempo, e io sono un osso duro.
Nelle mie, come nelle mie chitarre, ci sono io. C’è la mia vita.
E io sono uno che si affeziona.

Uno di cui mi fido mi ha detto una volta che la fotografia è il mio vero talento. Mi vuole bene, è un po’ di parte e ha esagerato. Chi ha talento vede quello che per gli altri non c’è. E lo fa da inquadrature che la nostra banale normalità non prevede nemmeno. Sceglie la luce migliore, la aspetta, la insegue, sa che non è quasi mai quella diretta del sole, dura e violenta, ma è quella che rispetta i colori e i toni, che conserva quell’atmosfera, che crea volumi ed esalta le prospettive. Oppure cerca quella che stravolge tutto e crea altro, una visione diversa, originale. 
Chi ha talento non deve andare in capo al mondo per fare capolavori. Può farli nel cortile di casa, nella bottega del fruttivendolo, al mercato, alla fermata dell’autobus, e non gli serve nemmeno l’ultima meraviglia col sensore da millemila pixel. Può bastargli un foro stenopeico in una scatola da scarpe.
Non mette solo la macchina fotografica davanti a quello che c’è, ci mette in mezzo la sua anima, il pensiero, la fantasia, come fossero filtri magici che trasformeranno quello che è in quello che vede. In come, lo vede. Non gli importa nemmeno di pellicole o sensori. Lui, il sensore ce l’ha nel cervello. Ed è il più evoluto che ci sia. Lo sarà sempre.
E allora quella macchina sarà il suo strumento, penna, pennello e scalpello. Altrimenti resterà solo un fermacarte di alta tecnologia. Buono per le multinazionali che ci convinceranno di averne bisogno.
Io sono solo curioso. Uno scattista come tanti e questo talento non ce l’ho, anche se forse la fotografia è dove mi avvicino più ad averne uno. Ma ho la passione, una buona conoscenza di tecniche, storia e strumenti, e so di cosa parlo.
La fotografia è una cosa semplice, fatta di poche regole. Come l’alfabeto e la tabellina pitagorica. È luce che disegna un’immagine passando attraverso una lente.
Basta. 
Il resto, come per le parole e i numeri, lo fanno la creatività, la passione, il dna. Se le hai tutte: il Talento, appunto. E crei Meraviglie. Altrimenti ci si può comunque accontentare. Nessun capolavoro, ma buone fotografie sì.

Ecco, intanto fate quelle. Prendete una macchina, un telefonino, quello che volete voi, e uscite a guardare le cose. Non importa cosa, un volto, un paesaggio, un tramonto, una foglia, una goccia su una rosa, quello che volete. 
E in quello che fotografate cercate di metterci un pensiero, quello che significa per voi, quello che vi dice, che poi dallo scatto si veda.
La fotografia è un linguaggio, usatelo al posto delle parole. Provate a metterci dentro quello che pensate, descriveteci il vostro stato d’animo. Noi continuiamo a sopravvalutare “la parola” e la consideriamo come l’unico linguaggio possibile. Il modo di vedere le cose racconta molto di una persona. Che poi quell’immagine sia bella o brutta, parole che significano poco, non conta nemmeno: conta quello che ha da dire. Quello che racconta.
E non spiegatela, non descrivetela. Non dite con quale macchina o lente l’avete fatta, quali valori avete usato, la sensibilità dell’esposizione. E fregatevene anche dei millemila pixel, che tanto ne servono pochi. Già sei o sette bastano e avanzano. Per ogni capolavoro del passato nessuno si è mai chiesto con quale macchina fosse stato fatto e con quale esposizione. Nessuno si è lamentato della loro nitidezza. Eppure oggi qualsiasi telefonino è in grado di restituire nitidezze maggiori e, al confronto, quelle foto di allora potrebbero sembrare quasi sfuocate, granulose o poco definite. Ma quelle hanno fatto la storia e restano capolavori. Le nostre, tecnicamente ineccepibili e superdefinite, saranno solo banali ciofeche. E magari capiremo perfino, prima o poi, quanto la nitidezza sia troppo sopravvalutata.
Perché siamo sempre lì. Oggi sbagliare una fotografia è difficile, ma farne una bella lo è ancora di più. 
Come sempre.

Fino a qualche tempo fa, partecipavo ai forum in rete. Era divertente, a volte interessante. Potevi dire la tua, oltre che su temi tecnici, anche sulle immagini che gli altri utenti postavano. Io lo facevo, e se non mi piacevano lo dicevo. Spiegandone i motivi, sinceramente. Forse sbagliando, ma in buona fede. 
E ingenuamente. Perché non avevo capito quale fosse il meccanismo. Le avrei dovute apprezzare, perché gli altri, a loro volta, apprezzassero le mie, come se a me importasse qualcosa del loro giudizio. Era una recita, un teatrino.
Oh, ma che bello scatto… beh grazie, ma il tuo è migliore… ma che scherzi, nel tuo c’è una luce meravigliosa… sì ma la tua è più nitida… ma no, è solo merito dell’obbiettivo… e intanto se la tiravano per avere l’obbiettivo più bello e luminoso (e più grosso, ovviamente, siamo sempre lì…). Cose così. 
Complimenti boomerang, perché poi tornassero indietro. Spesso falsi e ipocriti, ma i fotografi, e soprattutto i sedicenti tali, sono più presuntuosi che sinceri.
Forse io mi fidavo più delle mie sensazioni che di parametri oggettivi, tecnici o compositivi, ma credo che una fotografia debba muovere qualcosa, un’emozione, un neurone. Se dopo averla guardata sei lo stesso di prima, quella foto non dice niente, non “parla”. Non a te, almeno. Forse è bella, tecnicamente buona, nitida, a fuoco, esposta bene, ma banale. Insignificante. Inutile. Un contenitore di colori, perfetto lui e perfetti i colori, ma vuoto di qualsiasi emozione.
E lo dicevo, e non mi stava nemmeno pensiero. E gli altri si imbuzzivano, e si rifugiavano nell’obiezione standard: “ Allora facci vedere le tue, vediamo cosa sai fare!”
Io le facevo vedere, ma per me non era una gara a chi ce l’ha più lungo, e non andavo in cerca di moine complimentose o di conferme. Semmai di confronto, per migliorare, visto che non mi ritengo certo un bravo fotografo. Credevo solo che la mia sincerità facesse bene anche a loro. Si cresce con le critiche, non con i complimenti.
E poi, si può essere buongustai anche senza essere un grande chef.
Finiva sempre nello stesso modo: che mi buttavano fuori, o mi ci facevo buttare.

Va be’, basta dai. Potrei parlare e scrivere di fotografia per ore e pagine intere, ma non lo farò e mi fermo qui. L’ho già fatta troppo lunga. 
Chi di voi fosse interessato a questo mondo fantastico troverà facilmente chi ne parla meglio di me. Io non ho capacità divulgative, sarei noioso e inutile. E non sono Alberto Angela, non gli somiglio proprio in niente. Non sono nemmeno un sex-symbol, per dire.
Io ho solo la passione.

 

 

 

Peter Gabriel

Peter Gabriel
5 luglio 2007 – Arezzo, Piazza Grande

Orso Grigio
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