Recensioni

The road


Una luce abbagliante, e poi più niente. Solo freddo e grigio. E silenzio.
Non ci sono animali, ne’ vegetali. Le piante, rinsecchite, si spezzano da sole, e i terremoti continuano a devastare quel niente che é rimasto.
I pochi sopravvissuti alla catastrofe devono scegliere: continuare ad esserlo cibandosi dei loro simili o mantenere la propria dignità trascinando pazzia e speranza fino alla morte.
In questo scenario un uomo e suo figlio cercheranno di raggiungere il sud, dove forse c’é ancora qualcosa che somiglia alla vita. O forse non c’é, ma crederci aiuta a resistere. Hanno una pistola, con due proiettili, da usare su se’ stessi, per scegliere la fine migliore e non essere costretti a diventare come gli altri, i predoni cannibali ributtanti e disumani.
Perché loro sono i Buoni, e portano con se’ il Fuoco.
L’uomo ha dei ricordi, di quando c’erano ancora i colori, e li accarezza nei momenti peggiori; il bambino, nato dopo il disatro, non ha fatto in tempo ad averne.

La storia sembra tratta da “Il vecchio e il bambino” del grande Guccini. Sembra. In realtà é la trasposizione cinematografica di un libro del 2006, “The Road” di Cormac McCarthy, che si dice ancora meglio del film. Non lo scoprirò mai.
Agli americani non é piaciuto, e questa era già un’ottima recensione. Forse i silenzi e la lentezza del film non coprono abbastanza i ruttini da coca-cola e non si adattano ai ritmi di masticazione dei pop-corn.
Gli americani capiscono poco di cinema, capiscono poco di tutto.

Un racconto dal realismo durissimo, di un dolore quasi fisico, trasmesso anche visivamente da una fotografia che vira dai colori di una primavera troppo solare e felice a quelli, man mano sempre più bui e desaturati, del disastro.
Cast, regia e musica (Nick Cave) notevoli, ma quello che vi resterà addosso a farvi tana nel cuore saranno la faccia devastata e morente di Viggo Mortensen, e, soprattutto, la storia d’amore fra padre e figlio. Di Amore vero e non come quello, egoista e volubile, che capita di provare fra esseri umani.

Se fosse un voto sarebbe 3,5/5. Poteva essere un quattro ma ci ho visto qualche stereotipo di troppo, i Buoni e i Cattivi, Il Bene e il Male, il Fuoco… la fanno sempre troppo facile.

Se avete voglia di vederlo fatelo però nel modo migliore, almeno dvd “vero”, meglio un blu ray e uno schermo come si deve. Lasciate perdere le compressioni del divx perché ucciderebbero la splendida fotografia.
Se non avete qualcosa di decente, lasciate perdere.
C’é sempre Carlo Conti.

La fine di Lost

Si sapeva che le risposte non ci sarebbero state, anche per via di una sceneggiatura a tratti improvvisata e casuale, come se a un certo punto neanche gli autori sapessero bene dove andare a parare. Pazienza.
E pazienza anche per certi vuoti di memoria, personaggi spariti che invece avrebbero dovuto esserci. E ancora pazienza per un finale che lascia perplessi, con le sue luci mistiche ad aprire il Paradiso e il Pastore Cristiano a far da guida. Solo dettagli. Minimi e insignificanti.

Non sono i misteri dell’isola, e nemmeno la trama a rendere Lost così importante. Non importa come (non) va a finire e poi non aveva proprio senso pretendere una conclusione “logica”; e non é nemmeno il fatto che sia stato cinema di altissimo livello che lo consegnerà alla storia. E’ che Lost ha soddisfatto le nostre esigenze più vitali: sognare e appartenere. E, vista la realtà non proprio esaltante, proviamo a farlo con la fantasia, in un altro modo e in un altro mondo. Per questo ero su quell’isola, e mi sono divertito, emozionato, ho avuto le loro stesse paure, e anch’io mi sono innamorato di Juliet, ma anche di Locke e Desmond, ho vissuto i dubbi di Sajid, ho pianto per la morte di Charlie. Capita anche con i libri, i film, la musica, capita con i fumetti (sono pard di Tex Willer da una vita).
Capita con la fantasia. Ma é tutto reale.
Lost é stato un bel compagno di viaggio. E mi mancherà.
Parecchio.

De André canta De Andrè


Sono quasi sempre dubbioso verso quelli che hanno (o non hanno) successo “a prescindere”, per meriti (o demeriti) dati per scontati. Capita, per esempio, coi figli di papà.
E, in questo caso, che papà!
Cristiano, se fosse stato figlio del Cerini, per dirne uno, il successo l’avrebbe avuto di sicuro, più e meglio di come gli é capitato. Ma da lui ci si aspettava il quadruplo salto mortale senza rete, le cose meno che straordinarie non erano sufficienti. Essere musicista e strumentista con due palle così (cit.)  non sarebbe bastato per arrivare in cima, ma solo per un mediocre week-end da  mezza collina. Essere figlio di gli ha offerto opportunità che i figli di nessuno non avranno mai, ma poi il confronto con il padre l’avrebbe comunque massacrato.
Ma Cristiano é bravo di suo. E’ bravo davvero. E’ bravo lo stesso.

I pezzi sono conosciutissimi e bellissimi. Nessun dubbio su questo visto il materiale fra cui scegliere (confido in un volume 2). Arrangiamenti non diversissimi dagli originali, ma quanto basta per renderli ancora migliori e musicisti sicuramente all’altezza (ho ancora nel cuore la chitarra di Francone Mussida in Amico fragile ma anche questo ragazzino é un bel manico).
Qualche vetta (Se ti tagliassero a pezzetti, Verranno a chiederti del nostro amore e Amico fragile su tutte) e qualche versione minore (Il pescatore, Fiume Sand Creek) ma nel complesso un gran bel disco, che quando finisce ti viene da chiedere il bis, e poi un altro ancora.
Un operazione che a Cristiano, a cui magari non tutto va proprio benissimo,  potrebbe (paradossalmente) servire a ritrovare la propria dimensione.
Per quello che vale, in bocca al lupo!

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