A proposito di cover


Io gioco con la musica e le canzoni, ma visto che non sono capace di scrivere cose decenti, gioco con quelle degli altri. Ci metto la passione, poca voce, due accordi rabberciati, tracce di armonica e un pizzico di basso, qb. A volte ci aggiungo qualche strumento virtuale, ma sempre più spesso mi limito a quello che so fare da solo. I miei arrangiamenti sono così minimalisti che i migliori sono quelli dove non c’è niente, e le cose più belle quelle che non faccio.

Gioco da solo, ma seriamente. E solo se, e quando, quel pezzo significa qualcosa e posso permettermi di farlo, cercando di evitare almeno il ridicolo, perché anche se il mio pubblico sono solo io, è un pubblico esigente. Se non sono capace, se quel solo non mi viene o la mia voce non arriva, o non scende, fino a dove servirebbe, lascio perdere. Pazienza.
C’è un limite tecnico, etico, c’è il pudore, la dignità. Il senso del ridicolo, appunto.

Fra gli autori che ritengo al di là di questo limite, di qualsiasi limite, c’è Gaber, soprattutto quello del Teatro Canzone. Inimitabile, irripetibile. Unico. Solo Giulio Casale, Luigi Mariano e pochi altri possono permettersi di valicarlo rimanendo, eccome, credibili. A tutti gli altri dovrebbe essere impedito di oltrepassarlo per legge, se il buon senso non arriva a capirlo da solo.
E fra i capolavori del Signor G ce n’è uno, il più intoccabile di tutti: “Qualcuno era comunista”. Una canzone, ma il termine è improprio, un “tutto” che ogni volta ferisce e lascia storditi. Un’emozione forte, violenta, dolorosa e commovente che non puoi e non devi fare altro che ascoltare, mentre cerchi, inutilmente, di trattenere le lacrime. Vale per chiunque.

Per chiunque, ma non per Ligabue. Lui non la pensa così.
Ora, quest’uomo non scrive una canzone decente da prima che iniziasse a cantare, e quando ha iniziato ha reso inascoltabili anche quelle, coi suoi birignao, quei ue-ue fastidiosi come il gesso sulla lavagna, quelle vocali finali strascicate in una lagna che renderebbe gradevoli perfino le sguerguenze di Giusy Ferreri. E quel look, che sta al rock come i capelli dei Pooh al loro colore naturale, gli arrangiamenti scolastici e scontati che dovrebbero rendere proponibili musiche (?) che se le scrivo io le cancello definitivamente senza nemmeno passarle nel cestino. Con lo shift, per non rischiare di ritrovarle.
Lo so, in molti vivono di rendita su un giro di do e per il blues bastano tre accordi. Ma qui non si tratta di pochezze armoniche o numero di note, ma di strutture traballanti, nenie piatte come il pensiero di gasparri, testi vuoti e inutili come la prosa di fabio volo. Coraggio non pervenuto e anima zero.
Non c’è niente, a parere mio. Certo, lui riempie gli stadi e io sono in minoranza. Ma anche i modà riempiono gli stadi e, fidatevi, in minoranza si ascolta musica buonissima e si gode come ricci.

Ma l’autostima di quest’uomo si inerpica su vette inesplorate, raggiunge abissi profondi e sconosciuti, si illumina di bagliori che, al confronto, Suso palleggia al buio (questa è per il Satanasso). Se ne avessi avuta un ennesimo, sarei Papa con delega allo Spirito Santo. E sono ateo.
Così si è sentito in grado di rifarla. Ma non come semmai avrebbe dovuto, un omaggio, una citazione. No, cazzo! Ha preteso di interpretarla, con una recitazione così monocorde che i bambini dell’asilo, con la “Vispa Teresa”, sembrano tutti usciti dall’Actors Studio, una roba così spenta e piatta che non andrebbe bene nemmeno per la ricetta degli gnocchi fritti con l’olio di fava.
E ride, lui. Ride. Ma ridi una sega!!! Non è mica l’italiano di Cotugno, e nemmeno l’osteria di stocazzo!
E’ GABER, perdio!
E non gli è bastato nemmeno massacrare quello che c’era già, doveva infierire sul cadavere. Così, non contento del suo scempio, l’ha infiorettata qua e là con una litania cianciante “qualcuno era comunista perché era comunista chi era contro…” una cantilena da far rimpiangere le messe cantate delle beghine di Pieve a Ranco, quelle del tantum ergo sacramentum deddio morto.

Non vi posterò il link perché vi voglio bene e vorrei evitarvelo, ma se avete masochismi così aberranti, se siete disposti a spingervi oltre l’orrido, mandate i bambini da un’altra parte a guardarsi YouPorn, e fate pure.

Vedi, Luciano Ligabue, se volevi omaggiare e ricordare Gaber, c’era un modo migliore per farlo. Il solo modo che puoi permetterti, la cosa che ti viene meglio: il silenzio.
Se proprio vuoi cantare, fallo con le tue. Il rischio di peggiorarle, adesso, non puoi più correrlo.
Lo fai già scrivendole.

La lotteria


La lotteria, cazzo! La lotteria!! Assegnano le case ai terremotati con la lotteria!!!
Ma come funziona la democrazia rappresentativa? Come cazzo funziona se fra tutte le persone splendide che vivono e lavorano in questo paese, poi al potere ci vanno gli scarti umani più fetidi?
La lotteria! Un’altra variante del divide et impera, ancora una conferma che noi non abbiamo diritti, ma possiamo solo sperare nei colpi di culo, nelle furbate o in qualche conoscenza da ungere, e comunque sempre a danno di altri miserabili. Sono abili nel metterci gli uni contro gli altri, farci credere che se stiamo male è colpa di quelli che stanno peggio.
La lotteria, maledette teste di cazzo!

L’ho vissuta anch’io un’esperienza così. Avevo quattro, forse cinque anni. Con i miei genitori vivevamo in una stanza in affitto con un maledetto cesso alla turca dove avevo l’incubo, ogni volta, di cadere sbranato dalle piattole. La casa popolare ci spettava di diritto. Ma diritto e ragione non sono mai bastati, servono solo a farti stare ancora più male, e le case non bastavano per tutti. Così, ci convocarono per strada, la mia famiglia e le altre, per consultare la sorte. La lotteria, appunto.
Ho ricordi confusi, rimossi, ma che oggi riaffiorano, anche se sfuocati. Però ricordo bene che restava un appartamento, l’ultimo, e c’era un numero da estrarre. L’ultimo.
Chiamarono me, l’icona perfetta: un bambino, calzoncini cortissimi, paffutello, e con ancora nessuna attitudine al vaffanculo. Andai, mi tremavano le gambe. Mentre camminavo guardavo per aria le facce di quelli che speravano. I gesti scaramantici, qualcuno pregava, altri bestemmiavano, ma c’era poca differenza.
Mia madre si sforzava di accennare un sorriso, mio padre no.
Tirai su il numero da un sacchetto, come per una tombola, non lo ricordo e non sapevo leggere, ma non era il nostro. Il vincitore mi mise in mano qualche spicciolo.
Mia madre pianse, mio padre no. Andai da loro con un senso di colpa che non ho mai dimenticato. Mi presero per mano e tornammo a casa.
A perdere si impara presto.

Quando moda è moda


Io non ho studiato molto, e sono ignorante come una scarpa. Quello che so e che sono, o avrei voluto essere, e quello che non avrei voluto diventare mai, l’ho scoperto, appunto, consumando la suola.
In questo viaggio Gaber è stato Maestro, Fratello e Amico come nessuno. E il fatto che non abbia potuto conoscerlo e frequentarlo come avrei voluto, ma solo attraverso il suo Teatro e le sue canzoni, è solo un dettaglio che non cambia niente. Mi manca tantissimo.
Questo è un video che ho montato qualche anno fa per lo spettacolo di Andrea “Gaber se fosse Gaber” con foto della Fondazione Gaber. Alcune però sono di Andrea stesso, scattate tanti anni fa a Fiesole in una fantastica e indimenticabile serata di Teatro Canzone, con una mitica Pentax MX che custodisco ancora gelosamente anche solo per questo motivo. Andrea non è fotografo, ma questi scatti, che in rete hanno “scippato” un po’ tutti, sono bellissimi: la prova di un momento di grazia.
A questo video sono molto affezionato, per evidenti motivi; “Quando è moda è moda” è una delle Canzoni Perfette nella playlist della mia vita e la dedico a tutte le teste di cazzo che ci hanno fatto credere di voler cambiare il mondo, ma non aspettavano altro che fosse il mondo a cambiare loro.

Go home

Ho aspettato qualche giorno ma niente, nemmeno una cavalletta, una locusta, le roncole volanti. Al bar continuano a servire il caffè, il giornale in edicola, per strada i vecchi con la panda a seminare il panico. Tutto come prima. Tutto come sempre. Ma con un senso di normalità nuovo, diverso. Sconosciuto.

Bene. Ci avete messo tre anni a capire che era solo uno sbruffone presuntuoso. Meno di 20, un bel progresso, anche se con questo era più facile. Comunque la prossima volta telefonatemi: vi dico tutto io, e guadagniamo tempo. Ma soprattutto, adesso che avete capito chi è, non dimenticatelo. Non fatevi fregare di nuovo.

E non abbassate la guardia. Lo avete visto in difficoltà, ritenendolo perfino umano, ma tutti si commuovono e tutti piangono, però poi ognuno rimane quello che è, e questo piccolo sbruffone sputacchioso non ha la purezza del perdente. Quel discorso era solo l’ennesima sceneggiata, l’ennesimo comizio per glorificarsi da solo e per ricordare al mondo intero che lui non è come gli altri.
Ha ragione, non è come gli altri e l’abbiamo capito bene: lui è comicamente, tragicamente e assolutamente il peggio che c’è.
Lui, il suo pd, il suo governo, sono il Male, il ripetersi di un peccato di presunzione, superbia e onnipotenza, non più originale ma diventato ordinario, un tentativo reiterato di golpe da parte dei poteri forti nei confronti di un Paese debole e indifeso nella dignità e nei diritti. Un colpo di stato in atto da anni, che se non è mai riuscito fino in fondo, ha prodotto danni spaventosi, ci ha tolto la speranza, la voglia di futuro.

E non manterrà nessuna promessa di andarsene, figuriamoci; la dignità per un politico è come la statura per un fantino: deve essere bassa il più possibile. E su di lui avevano contato parecchio: gli avevano dato il cavallo di napolitano, pesantemente drogato dall’europa e dalle banche.
Così, quella promessa di togliersi dalle palle, dovremo mantenergliela noi.
Imparate dal pugilato. Quando l’avversario barcolla buttatelo giù. Seguite il movimento e colpitelo in controtempo. E che non si rialzi.

Adesso lui e tutto il suo governo di servi incapaci e querule sciacquette devono andare a casa. La Consulta sa già cosa deve dire: lo dica. E andiamo a votare. SUBITO! Perché dobbiamo pretenderlo con forza, perché votare è una cosa che si fa in Democrazia, quella parola di cui tutti si riempiono la bocca, ma che è solo uno shampoo putrido nel quale continuano a farci macerare, come sabbie mobili per il cervello, come la goccia cinese, sperando che alla fine ci arrendiamo.

No, non ci arrendiamo, perché abbiamo ragione noi, e quel cazzo di vitalizio al quale tenete così tanto, il vero motivo “politico” per il quale proverete a perdere tempo, ve lo faremo lasciare dov’è, così per una volta capirete come funziona. Perché della vita vera non sapete un cazzo e quello che sapete non vi interessa, altrimenti quella merdata di legge fornero l’avreste letta, prima di approvarla, ve ne sareste accorti che negava qualsiasi diritto costringendo le persone, quelle fortunate, a lavorare tutta la vita, pagare tasse e contributi senza poi avere indietro un cazzo di niente e senza nemmeno riuscire ad arrivarci alla pensione. E non l’avreste eliminato l’art. 18, producendo poi quel troiaio di jobs-act.
Non avreste risolto solo i problemi di chi non ne aveva, ma avreste pensato anche agli altri, agli ultimi.
Nessun governo di destra, NESSUNO, ci avrebbe portato così indietro nei diritti conquistati col sangue.
Adesso andate a casa, e senza passare dal via. Magari imparerete a lavorare, ne conoscerete il sacrificio e un cazzo di voucher lo troverete anche voi.
E se proprio a quel vitalizio riuscirete ad arrivarci, perché le cose vanno così, spero che non vi basti per le medicine che dovrete prendere.
Inutilmente.

La mia Valdichiana

Francesco

E’ successo oggi, di cinquant’anni fa.
Francesco aveva 41 anni. Lavorava per una ditta che si occupava di linee elettriche, quelle di una volta, su pali di legno. C’era da fare manutenzione e salire su uno di essi. Avrebbe dovuto farlo un ragazzo appena arrivato, giovane e inesperto, ma il palo non sembrava troppo sicuro e Francesco decise che ci sarebbe salito lui. Il palo, vecchio e fradicio, non tenne conto di questo gesto, e si stroncò alla base, quando Francesco era già in cima. Così lui perse la presa e volò a terra ma, con ancora un riflesso, cercò di rialzarsi. Fu allora che il palo, dondolando attaccato ai cavi, lo colpì alla testa.
Se vi dicono che Dio non esiste, non credeteci. Esiste. E ha una buona mira.

Francesco se n’è andato così.
Francesco era mio padre.

Chi dice che il tempo cancella le ferite è perché non ne ha di così gravi. Quelle rimangono. Si cicatrizzano, certo, ma poi si riaprono e sanguinano ancora. Perché non c’è un solo giorno, non uno, che non abbia avuto un pensiero per te, un consiglio da chiederti, una parola da ascoltare o solo una carezza dove appoggiarmi. Un bacio da prendere.
E qualche volta, come adesso, ti ho chiesto di portarmi con te, per mano, insieme alla mamma, come in quella foto di tanti anni fa. Come in un giorno di festa.
Perché ci sei sempre stato e quello che sono, o non sono, l’abbiamo fatto insieme.
Spero che tu sia orgoglioso di me.
Ti voglio bene.

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