I Ponti di Madison County


Il post sulla canzone della vita l’ho fatto. Adesso potrei farne uno sul film. 
Ovvai!
Sul mio podio sono in tre: ‘Blade Runner’, ‘C’era una volta in America’ e ‘I Ponti di Madison County’.
Però devo sceglierne uno. 
Vediamo: il primo è una storia di fantascienza, con i replicanti che si fanno troppe domande sull’esistenza e quelli che vorrebbero impedirglielo per sfruttarli a proprio piacimento. Bellissimo, ma niente di originale. Purtroppo è così da sempre. Il secondo è una storia che parla di Amicizia, e anche quella, stavolta per fortuna, c’è sempre stata.
Il terzo invece è del tutto inverosimile, perfetto per chi crede nei sogni.
E allora, visto che i sogni sono una cosa vera perché basta averne e si realizzano proprio nel momento stesso in cui si hanno, sul podio più alto ci metto lui.

Piccola premessa affettiva.
Ora, io non voglio nemmeno pensare a quando Clint Eastwood non farà più i suoi film. Ci sono cresciuto, andavo a vedere “Per qualche dollaro in più” nel sottochiesa di Saione, dai frati, di nascosto a mia madre, e poi, tornando a casa camminavo piano, a tempo con quel carillon, come fossi il Monco, e con quelle scene ben impresse nella memoria ancora fresca, ripetevo battute e colonna sonora: “…colonnello, prova con questa. Indio, tu il gioco lo conosci… Ta-ra-da-ra…”. 
Lo so, ero pazzo, ma per fortuna negli anni sono peggiorato. 
Clint è stato compagno di viaggio irrinunciabile. Fondamentale. Poi, repubblicano o democratico, destra o sinistra, non me ne frega proprio un emerito e variopinto cazzo. Certe seghe le lascio ai saponi (quelli che sanno tutto) con i loro giudizi un tanto al chilo e le recensioni precotte copia e incolla.
E sono anche certo che il vero immortale sia lui, e non quel vecchio bavoso nostrano, pedofilo e delinquente, se è vero che a 88 anni il vecchio Clint vincerà quasi sicuramente il suo ennesimo Oscar, e l’altro invece morirà, colando ancora bava mentre ciancia dell’ultima barzelletta sulla fica, e dopo finalmente non lo cacherà più nessuno.
In ogni caso, se anche decidesse di andarsene a girare film da qualche altra parte, perché è chiaro che se accadesse sarebbe stato lui a volerlo, finché potrò continuerò a guardarli, i suoi capolavori terreni; che sia il Monco, Callaghan, Gunny, Frankie Dunn o Walt Kowalski, che abbia l’una o l’altra espressione, che stia dietro o davanti alla macchina da presa. O che sia Robert Kincaid, fotografo del National Geographic, come in questo film capolavoro, di mille che lui ce n’ha.
E poi lo seguirò.
Fine della premessa.

La trama del film è semplice: un uomo e una donna si conoscono, si amano, si lasciano.
Fine.
No, aspetta… fine una sega. Detta così sembra banale, una storia come tante, come può capitare a tutti. Ma questo è Eastwood, non è mica Muccino, cazzo! 
Qui c’è altro, e non sarebbe certo il film della vita se non ci fosse altro.
Qui c’è Meryl Streep, che non era mai stata così bella e sensuale e non lo sarà mai più, come se chi l’ha fotografata e diretta si fosse davvero innamorato di lei e l’avesse ripresa illuminandola di una luce che nessuna lampada di scena potrebbe mai creare. E magari è stato proprio così. 
E c’è Clint, bello, dolente, magico e irresistibile per qualsiasi essere umano provante emozioni. L’unico al quale mi sarebbe piaciuto somigliare. E invece. 
Va be’, ma io sono un tipo, dai…
Ma anche loro non basterebbero ancora.
E allora cos’è che fa davvero la differenza?

La differenza è che qui non si racconta una storia d’amore, ma l’Amore stesso. 
Quello che può durare un attimo, ma è lungo un’eternità, quello solo immaginato ma più vero del vero. L’amore sognante e da sempre sognato. Sottinteso, ma definitivo.
L’amore lucido, pieno di dubbi, timido e sfrontato, fragile come una goccia di pioggia e forte come il temporale che la contiene, leggero come un soffio di vento, ma dentro un uragano devastante. L’amore senza retorica, senza sdolcinature e melodrammi, senza violini del cazzo ad ammorbare l’aria. 
L’amore di sesso, ma non da voyeur. Di sesso vero, che non si mostra, che non si vede, ma è dappertutto, in ogni parola, nel modo di dirla, nei silenzi, negli sguardi, nell’aria stessa che sa di erotismo e sensualità. Di sesso che scopa la mente, batte sul cuore e accarezza l’anima, prima ancora di accontentarsi del tuo corpo. 
Ed è Amore senza il lieto fine, quello apparente, almeno, quello con la lacrima zuccherina, che la gente capisce e di cui ha bisogno per uscire dal cinema rasserenata mentre butta il sacchetto vuoto dei pop corn. 
Qui è più complicato, c’è una lacrima amara.

Il film non finisce bene. Lei non trova il coraggio che serve. Il marito, i figli. E lui, sotto la pioggia, la aspetta invano. Ecco, se riuscite a guardare questa scena e a restare quelli di prima, vuol dire che il cinema non è roba per voi, e nemmeno l’amore. Perché Robert sotto la pioggia mentre la sta perdendo è Cinema vero, come non si fa quasi più. Quella faccia rigata di gocce poteva dargliela solo Clint, e quella tensione emotiva, quella bellezza, non ci sarà mai computer che possa ricrearla.

Piove, esterno giorno. Robert sta per salire sul suo furgone e ripartire per non importa dove. Però si ferma. La cerca. La aspetta. Lei, dall’altra parte della strada, in macchina in attesa del marito, lo vede, si accorge di lui. Si guardano, e attraverso quella pioggia scorre il tenero flashback del loro tempo insieme. Un secondo oppure una vita, non importa. Piangono, o forse è il tempo che lo fa per loro. Poi, dentro quelle lacrime di pioggia, si sorridono. 
E sarà l’ultima volta che lo fanno. 
Robert capisce di averla persa, sale sul furgone, ma il semaforo è complice e aspetta ancora. E in quel momento abbiamo gridato a Francesca di mandare tutto affanculo, marito, figli, vita di merda, e ci siamo attaccati alla leva di quella cazzo di maniglia spingendo sulla sua mano per farle aprire la portiera e vederla correre da lui, sotto quell’acqua scrosciante, fino ad un abbraccio feroce e consolatorio, subito prima che i titoli di coda scorressero sul furgone che si allontana verso la loro vita insieme.
Ma quella maniglia si muove appena, non basta ad aprire la portiera e il semaforo non può aspettare ancora, deve diventare verde. Non c’è più tempo. Robert la saluta con le luci rosse degli stop e se ne va, lasciando che Francesca sia finalmente libera di piangere.

Ed eccolo, il finale con la lacrima amara. 
Ma è solo quello che vediamo noi, stretti fra spazio e tempo, convenzioni inventate solo per limitare la nostra capacità di sognare. 
Perché loro due non si perderanno mai. Loro due si sono amati da sempre e continueranno a farlo. E in questi tempi di romanticismo da morti di fica su Facebook e di storie d’amore un po’ d’accatto, Robert e Francesca ci hanno fregato proprio bene. 
Perché quell’Amore, quella loro creatura meravigliosa di scienza e chimica, casualità e magia, adesso vivrà, con loro o senza di loro, e resterà per sempre accucciata nelle loro anime, li accompagnerà, li cullerà; sarà forza e fragilità, lacrime e sorrisi.
La migliore compagnia della loro solitudine. Per sempre.
Perché certe cose capitano una volta sola. 
E il resto non conta.

 

La trattativa


Appena appresa la notizia che berlusconi si ricandiderà, ma ovviamente lo farà per noi e per salvarci dai nuovi comunisti, la mia stanzetta di bambino è stata dapprima impreziosita da variopinte e allegre bestemmie, poi però sono sopraggiunti gli esticazzi e si è scatenata una guerra devastante fra gli improperi che via via diventavano più feroci e aggressivi, e gli esticazzi, appunto, che cercavano di prendere il sopravvento. Le due fazioni hanno così cominciato a rincorrersi velocemente, cercando ognuna di primeggiare, creando vortici dall’impatto devastante, equivalenti a trombe d’aria di livello 4 della scala Fujita.
Perfino le mie chitarre hanno eseguito suggestive litanie di sottofondo su scala pentatonica di sim.
Da sole.
E’ stata dura.
Alla fine, entrambe esauste, si sono messe ad un tavolo e hanno trattato, accordandosi sull’unica cosa da fare. La stessa di sempre.
Un vaffanculo!

Il film commedia


Che questo sia un paese grondante merda da ogni dove l’ho imparato 67 anni or sono. Però prima almeno si cambiavano le mutande. Ogni tanto.
E comunque tra gli stronzi veri e certi buonisti ipocriti che fingono di non esserlo solo per farsi campagna elettorale, meglio i primi. Molto, meglio.

Vorrei dire anche un’altra cosa a quelli del pd. L’hanno fatto già altri, oltre a me, e l’ha fatto Andrea, meglio di tutti. Ma da quelle parti non ci fanno, ormai è chiaro a chiunque. Ci sono proprio. 
Ecco, qualsiasi cosa facciate, qualsiasi coniglio tiriate fuori dal cilindro, non vi farà riprendere nemmeno un voto. 
E mostrandoci ancora facce come quella al color minio della Fedeli, o le gesta epiche del Fiano sbonzolato, e la Morani e la Boschi con le loro bischerate, e poi tutti gli altri arrampicarsi sugli specchi che nemmeno con le ventose di Diabolik, riuscirete solo a rendere ogni volta più forti quelli di adesso facendoci sembrare, e questo sì è un miracolo vero, meno disgustosi i loro tradimenti e più sopportabili le loro schifezze. Perfino accettabili, pur di non riavere voi e il vostro padrone fra i coglioni.

Cazzo! Ci avete disinnescato anche la rabbia, anche la voglia di un vaffanculo! Salvini e Di Maio stanno facendo troiai inauditi, improvvisatori incapaci che vanno avanti a forza di chiacchiere e distintivo e noi dobbiamo sopportare, terrorizzati come siamo dal vostro ritorno o di quello dell’Alpestre della Provvidenza con quell’altra, che ormai dev’essere l’amante di Floris (altrimenti non si spiega).
E tutto questo per colpa di uno che se viene al Bar da noi, lo usiamo per allenarci con gli zimbellamenti, fra un Campari e un quartino di rosso. Uno del quale chiunque avrebbe capito l’inadeguatezza (la tocco piano). Chiunque, ma non quelli del pd. E nemmeno i loro elettori, tutti geni.
Fra qualche migliaia di anni, quando l’uomo si sarà evoluto finalmente fino al livello originario della scimmia, forse la scienza riuscirà a spiegare il mistero per cui uno come renzi li abbia inculati tutti.

In quell’oscenità di partito avevano una sola possibilità: prendere il senatore di Rignano a calci in culo e accompagnarlo all’uscio insieme a tutta la sua troupe, ma quel virus è stato implacabile e definitivo, e ormai di quella troupe ne fanno parte tutti. 
E allora fatevi il vostro film. Regia, protagonista e produzione: Renzi. Tutti gli altri: comparse inutili.
Il titolo ve lo suggerisco io, stile anni ’70: “Tutti in fila lungo il muro per andarsene affanculo”. 
Una commedia brillante. 
Come una mina.

Qualcosa sulla Fotografia

Di Musica ho parlato. Oggi tocca alla Fotografia, e poi con le mie passioni, attive e non, ho finito.
Faccio fotografie da oltre 50 anni. Ho iniziato con una Voigtlander Vito F che mi regalò mia madre. Sarà stato il ’68, più o meno. L’aveva comprata da Carlo, “Il Papalina”, uno che abitava nel portone accanto al nostro e aveva un piccolo negozio di fotografia. Quindicimila lire, tanto. Quando me la dette, le luccicavano gli occhi. E anche a me.
Da lì non mi sono più fermato, altrimenti che passione sarebbe? Qualche anno dopo mi sono potuto permettere la gloriosa Pentax MX, a suo modo rivoluzionaria perché, con la Olympus OM1 introdusse un nuovo concetto di compattezza e prestazioni nel mondo delle reflex, fino ad allora pesanti e ingombranti. Poi sono entrato nel mondo Nikon, con la mitica F3 e ci sono rimasto con tutte le altre che sono venute dopo, meccaniche, automatiche, autofocus, e poi digitali, e con quelle che c’erano state prima, su tutte la Nikon F di Robert Kincaid ne “I Ponti di Madison County”, e anche di Thomas in “Blow Up” (ma più per il primo). Le vado a cercare nei mercatini di materiale usato, di Arezzo e Umbertide. E le trovo. In questo genere di fiere di cose antiche c’è chi cerca mobili e lampade rococò che io non metterei nemmeno nel cesso, dentro proprio intendo, e ci sono io che cerco obbiettivi e macchine con le loro storie da raccontare e i mondi che hanno visto. Ognuno ha le sue manie.

Oltre a Pentax e Nikon ho tenuto fra le mani, e spesso avuto, le macchine più prestigiose del pianeta, ho guardato il mondo, il mio, attraverso i mirini e le lenti migliori di sempre. Eccetto Leica. Con lei solo una piccola e fugace esperienza; è sempre stata inavvicinabile dagli umani come me per via dei costi abnormi, soprattutto delle lenti. E poi, se ai tempi della pellicola le veniva riconosciuta una qualche supremazia tecnica (non da me), oggi, con il digitale, non è nemmeno più così. È rimasta imprigionata dal suo mito e diventata ancora più fighetta e puzzolosa di allora. Uno status symbol buono per fare scena, un marchio “glamour” da mettere a tracolla di qualche modello e usare come richiamo negli spot pubblicitari, ma non è roba per me. 
Anche il mondo del medio formato l’ho lasciato perdere, a parte una vecchia Yashica Mat 124G, biottica che conservo gelosamente e ogni tanto uso. Ho sempre preferito la praticità delle reflex. Però, a guardare nel mirino a pozzetto di una biottica si scoprono mondi sconosciuti. E in formato quadrato, una visione diversa.

Per molti anni ho fatto tutto da me, dal bobinare le pellicole, allo sviluppo e alla stampa, bianco e nero ma anche quella a colori da diapositive, col tamburo rotante che nemmeno Goldrake. 
Quando ho iniziato io le foto si facevano prima di scattare. Le pellicole costavano un botto e sbagliare era un lusso non consentito. L’immagine da ottenere doveva essere già ben chiara nella testa e lo scatto doveva essere quello giusto. Un colpo solo, come De Niro ne “Il cacciatore” (ultima citazione da film, giuro). E poi c’era l’attesa. La pellicola, quasi sempre in bianco e nero, doveva essere sviluppata in camera oscura, avvolgendola in una spirale che andava inserita dentro un cilindro dove venivano versati, una volta chiuso ermeticamente alla luce, lo sviluppo prima e il fissaggio poi, opportunamente dosati, a certe temperature e per tempi esatti. Poi, una volta lavata a lungo sotto l’acqua corrente, la mettevi a stendere come un bucato e aspettavi che asciugasse. In trasparenza vedevi subito, anche se l’immagine era “negativa” se c’era qualcosa di buono oppure no, se la densità era giusta, l’esposizione buona e se tutto era andato bene, perché poteva capitare che avevi sbagliato qualcosa in ripresa o che il rullino avesse preso luce, o qualche altra variante di Murphy per cui se una cosa deve andare male, lo farà. Se “era venuta”, insomma.
Poi c’era la parte più importante. Tende nere, paraspifferi per la luce, spianatoia con fermi antiscivolamento sopra la vasca, e il bagno diventava camera oscura. Ero allenatissimo, ci mettevo un attimo, più o meno come da Clark Kent a Superman dentro la cabina telefonica (e dai…). L’ingranditore sopra la spianatoia, due bacinelle per sviluppo e fissaggio, il termometro per controllare la temperatura dei bagni, come per le pellicole anche se meno critica, e via. Luce rossa, o giallo-verde, carta sotto l’ingranditore, pellicola in posizione, filtro rosso, lampada, inquadratura e messa a fuoco. Poi via il filtro rosso e comincia l’esposizione, 5, 10 secondi… All’inizio ci volevano diverse prove per capire bene i tempi, ma poi si andava a colpo sicuro. Tolta da sotto l’ingranditore, la quasi foto andava nella bacinella con i bagni di sviluppo, e mossa dolcemente perché si bagnasse uniformemente. Ecco, qui vivevi una di quelle emozioni che ognuno dovrebbe provare. Vedere l’immagine che si forma, incerta, mentre nasce da quelle piccole onde e prende vita sotto i tuoi occhi è davvero una magia. I neri prendono forza, lasciando che i bianchi mantengano la propria. Altro che raw superdefiniti sui monitor, al 400% di ingrandimento, come è adesso con il digitale. Appena nata, si prendeva delicatamente con le pinze di gomma, si passava nell’altra bacinella col fissaggio, e finalmente si poteva accendere la luce per valutare meglio il risultato. Infine un lavaggio accurato, se volevi che l’immagine durasse nel tempo. Il tutto, a parte il lavaggio, durava pochi minuti, da moltiplicare però per il numero delle fotografie, ovviamente. E poi tutte ad asciugare. Un altro bucato.
Era un rito, impegnava serate intere e spesso fino a notte fonda. Ma cazzo, se era bello!
Quelle fotografie diventavano uniche. Ognuna di loro non replicabile. 
Adesso andiamo tutti di corsa, non importa dove. Andiamo e basta. Parliamo con un pezzo di plastica, e stiamo perfino ad ascoltare le risposte. Non vediamo niente, e se lo vediamo non lo guardiamo. I tempi della camera oscura ci sembrerebbero inaccettabili, assurdi. Eppure in quella lentezza, in quell’attesa, in quel rispetto di regole precise su tempi, preparazione e temperature c’era un mondo che forse abbiamo liquidato troppo in fretta e dal quale non abbiamo imparato niente.
Io, quegli odori, soprattutto quello del fissaggio, il più forte, ce l’ho ancora addosso e ogni tanto, con la scusa di acquistare un paio di pellicole, vado a ri-annusarli in un negozio di Arezzo, dove c’è uno spacciatore che custodisce e fornisce ancora quella roba. La memoria contenuta negli odori è spesso sottovalutata, eppure racconta molto. 
Dovremmo averne più cura.

Oggi, nel modo di fare fotografie, è cambiato il mondo. Ci sono i sensori digitali e quasi niente pellicola, ormai. In una scheda di memoria da pochi euro ci stanno migliaia di foto, e puoi anche riutilizzarla. Così si tende a scattare a raffica, per la serie “vedrai che una buona c’è”, e se proprio non ci fosse la rimediamo al pc. Il pc, appunto, la “camera chiara” come la chiama qualcuno. Photoshop può fare miracoli, far sorridere la gente che non ne ha voglia, portarti ai Caraibi anche se lo scatto l’hai fatto seduto nel muretto di casa. È divertente, libera la creatività e la fantasia. Il fotoritocco può essere una forma d’arte. A me serve solo per fare quello che facevo in camera oscura, cioè aggiustare un’inquadratura o correggere contrasto e esposizione nel caso ce ne fosse bisogno, ma mi fermo lì. Non sono un draghissimo, e non ho fatto niente per diventarlo. Non mi interessa. Per me fare foto è il mio modo di vedere la realtà. Non voglio crearne un’altra, voglio prendere la bellezza di quella che c’è. Con rispetto, senza la pretesa di cambiare niente.
Non mi interessano i trucchi, mi basta la magia.

E anche le reflex, quelle bellissime reflex, con le loro forme sensuali, le cromature, quel loro lasciarsi indossare perfettamente dal palmo della mano, i meccanismi precisi, lo specchio che si alzava per lasciare passare la luce sulla pellicola con quel bellissimo click clack, e le regolazioni di tempo, diaframma, esposizione. E la messa a fuoco manuale, con l’immagine che diventava nitida nel mirino ruotando la ghiera. C’erano cose che bisognava sapere per fotografare, regole da rispettare, attenzioni da avere. Il risultato te lo dovevi guadagnare anche tecnicamente, e non solo per il suo valore artistico. 
Oggi non è così. Non lo è affatto, e non ci sono più nemmeno le reflex. Stanno scomparendo, riservate ormai al settore del professionismo o degli irriducibili come me.
Ci sono macchine più piccole e anche migliori per certi versi, ma soprattutto ci sono i telefonini. Li abbiamo tutti e ormai li fanno con tre obbiettivi, dal grandangolo al tele, e la loro qualità è abbastanza impressionante. Sbagliare una foto è praticamente impossibile. Niente da regolare, ne’ messa a fuoco ne’ esposizione. Ci si può concentrare sull’immagine, la sola cosa che conta. Bello! Ma lo era, eccome, anche smanettare su ghiere e diaframmi. E per me è ancora così.
E niente bacinelle. Ma nemmeno più stampanti per fermarli sulla carta, quegli scatti. Ormai quei file(s), comunque vengano ottenuti, si guardano sui display dei telefonini. Compriamo macchine da 50 Megapixel, otteniamo immagini che potrebbero essere proiettate nella parete di un palazzo, stampate su cartelloni giganti, per guardarle poi solo e soltanto dentro un cazzolino di display. Va be’.
Ancora un po’ di tempo e gli smartphone sostituiranno quasi del tutto le macchine fotografiche. Non le mie, però. Non ne avranno il tempo, e io sono un osso duro.
Nelle mie, come nelle mie chitarre, ci sono io. C’è la mia vita.
E io sono uno che si affeziona.

Uno di cui mi fido mi ha detto una volta che la fotografia è il mio vero talento. Mi vuole bene, è un po’ di parte e ha esagerato. Chi ha talento vede quello che per gli altri non c’è. E lo fa da inquadrature che la nostra banale normalità non prevede nemmeno. Sceglie la luce migliore, la aspetta, la insegue, sa che non è quasi mai quella diretta del sole, dura e violenta, ma è quella che rispetta i colori e i toni, che conserva quell’atmosfera, che crea volumi ed esalta le prospettive. Oppure cerca quella che stravolge tutto e crea altro, una visione diversa, originale. 
Chi ha talento non deve andare in capo al mondo per fare capolavori. Può farli nel cortile di casa, nella bottega del fruttivendolo, al mercato, alla fermata dell’autobus, e non gli serve nemmeno l’ultima meraviglia col sensore da millemila pixel. Può bastargli un foro stenopeico in una scatola da scarpe.
Non mette solo la macchina fotografica davanti a quello che c’è, ci mette in mezzo la sua anima, il pensiero, la fantasia, come fossero filtri magici che trasformeranno quello che è in quello che vede. In come, lo vede. Non gli importa nemmeno di pellicole o sensori. Lui, il sensore ce l’ha nel cervello. Ed è il più evoluto che ci sia. Lo sarà sempre.
E allora quella macchina sarà il suo strumento, penna, pennello e scalpello. Altrimenti resterà solo un fermacarte di alta tecnologia. Buono per le multinazionali che ci convinceranno di averne bisogno.
Io sono solo curioso. Uno scattista come tanti e questo talento non ce l’ho, anche se forse la fotografia è dove mi avvicino più ad averne uno. Ma ho la passione, una buona conoscenza di tecniche, storia e strumenti, e so di cosa parlo.
La fotografia è una cosa semplice, fatta di poche regole. Come l’alfabeto e la tabellina pitagorica. È luce che disegna un’immagine passando attraverso una lente.
Basta. 
Il resto, come per le parole e i numeri, lo fanno la creatività, la passione, il dna. Se le hai tutte: il Talento, appunto. E crei Meraviglie. Altrimenti ci si può comunque accontentare. Nessun capolavoro, ma buone fotografie sì.

Ecco, intanto fate quelle. Prendete una macchina, un telefonino, quello che volete voi, e uscite a guardare le cose. Non importa cosa, un volto, un paesaggio, un tramonto, una foglia, una goccia su una rosa, quello che volete. 
E in quello che fotografate cercate di metterci un pensiero, quello che significa per voi, quello che vi dice, che poi dallo scatto si veda.
La fotografia è un linguaggio, usatelo al posto delle parole. Provate a metterci dentro quello che pensate, descriveteci il vostro stato d’animo. Noi continuiamo a sopravvalutare “la parola” e la consideriamo come l’unico linguaggio possibile. Il modo di vedere le cose racconta molto di una persona. Che poi quell’immagine sia bella o brutta, parole che significano poco, non conta nemmeno: conta quello che ha da dire. Quello che racconta.
E non spiegatela, non descrivetela. Non dite con quale macchina o lente l’avete fatta, quali valori avete usato, la sensibilità dell’esposizione. E fregatevene anche dei millemila pixel, che tanto ne servono pochi. Già sei o sette bastano e avanzano. Per ogni capolavoro del passato nessuno si è mai chiesto con quale macchina fosse stato fatto e con quale esposizione. Nessuno si è lamentato della loro nitidezza. Eppure oggi qualsiasi telefonino è in grado di restituire nitidezze maggiori e, al confronto, quelle foto di allora potrebbero sembrare quasi sfuocate, granulose o poco definite. Ma quelle hanno fatto la storia e restano capolavori. Le nostre, tecnicamente ineccepibili e superdefinite, saranno solo banali ciofeche. E magari capiremo perfino, prima o poi, quanto la nitidezza sia troppo sopravvalutata.
Perché siamo sempre lì. Oggi sbagliare una fotografia è difficile, ma farne una bella lo è ancora di più. 
Come sempre.

Fino a qualche tempo fa, partecipavo ai forum in rete. Era divertente, a volte interessante. Potevi dire la tua, oltre che su temi tecnici, anche sulle immagini che gli altri utenti postavano. Io lo facevo, e se non mi piacevano lo dicevo. Spiegandone i motivi, sinceramente. Forse sbagliando, ma in buona fede. 
E ingenuamente. Perché non avevo capito quale fosse il meccanismo. Le avrei dovute apprezzare, perché gli altri, a loro volta, apprezzassero le mie, come se a me importasse qualcosa del loro giudizio. Era una recita, un teatrino.
Oh, ma che bello scatto… beh grazie, ma il tuo è migliore… ma che scherzi, nel tuo c’è una luce meravigliosa… sì ma la tua è più nitida… ma no, è solo merito dell’obbiettivo… e intanto se la tiravano per avere l’obbiettivo più bello e luminoso (e più grosso, ovviamente, siamo sempre lì…). Cose così. 
Complimenti boomerang, perché poi tornassero indietro. Spesso falsi e ipocriti, ma i fotografi, e soprattutto i sedicenti tali, sono più presuntuosi che sinceri.
Forse io mi fidavo più delle mie sensazioni che di parametri oggettivi, tecnici o compositivi, ma credo che una fotografia debba muovere qualcosa, un’emozione, un neurone. Se dopo averla guardata sei lo stesso di prima, quella foto non dice niente, non “parla”. Non a te, almeno. Forse è bella, tecnicamente buona, nitida, a fuoco, esposta bene, ma banale. Insignificante. Inutile. Un contenitore di colori, perfetto lui e perfetti i colori, ma vuoto di qualsiasi emozione.
E lo dicevo, e non mi stava nemmeno pensiero. E gli altri si imbuzzivano, e si rifugiavano nell’obiezione standard: “ Allora facci vedere le tue, vediamo cosa sai fare!”
Io le facevo vedere, ma per me non era una gara a chi ce l’ha più lungo, e non andavo in cerca di moine complimentose o di conferme. Semmai di confronto, per migliorare, visto che non mi ritengo certo un bravo fotografo. Credevo solo che la mia sincerità facesse bene anche a loro. Si cresce con le critiche, non con i complimenti.
E poi, si può essere buongustai anche senza essere un grande chef.
Finiva sempre nello stesso modo: che mi buttavano fuori, o mi ci facevo buttare.

Va be’, basta dai. Potrei parlare e scrivere di fotografia per ore e pagine intere, ma non lo farò e mi fermo qui. L’ho già fatta troppo lunga. 
Chi di voi fosse interessato a questo mondo fantastico troverà facilmente chi ne parla meglio di me. Io non ho capacità divulgative, sarei noioso e inutile. E non sono Alberto Angela, non gli somiglio proprio in niente. Non sono nemmeno un sex-symbol, per dire.
Io ho solo la passione.

 

 

 

La violenza in genere


Ho visto la campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Quella col segno del rossetto. L’ho trovata un po’ retorica, buona per darsi visibilità, ma abbastanza inutile, a salve. Ma io sono uno stronzo, non mi fido mai completamente, e sicuramente quelli che l’hanno promossa e che aderiscono mettendoci la faccia lo fanno invece in totale buona fede. In questo caso, bene.
Io dico solo la mia, con una speranza, perfino banale: che la legge venga applicata e la chiave buttata.
Sempre, oltre i generi e le razze.
Le violenze più efferate nei rapporti fra le persone avvengono quasi sempre all’interno di una coppia, quando una storia finisce, o quando non può iniziare.

Certo, quando finisce è dura. Se poi è l’altro/a lasciarti c’è un senso di frustrazione, di sconfitta, di solitudine, che prende la gola. Un dolore che morde forte. Hai voglia consolarti che tanto anche tu stavi per andartene, che quella storia non era così importante, che lui/lei in fondo non era niente di che e che così ne trovi mille. Perché sai bene che quella era l’unica storia che volevi vivere e non potrà esserci mai nessun altro/a perché era lui/lei la sola persona con cui avresti voluto farlo. Ma tutto il dolore che provi è inutile. Puoi anche nuotarci, in quella piscina di lacrime, organizzarci una gara di tuffi, ma non servirà a niente. La tua anima resterà imprigionata dentro una camicia di forza lanciando grida mute di dolore che nessuno sentirà e di cui a nessuno potrebbe fregare di meno. La tua vita finisce lì. Il mondo è crudele. Addio.

Lo capisco. Ci siamo passati tutti. E tutti abbiamo avuto amici che hanno sofferto per questo e che non abbiamo saputo aiutare, al di là di qualche bracciata assieme.
Ma le storie finiscono, dovremmo saperlo. È perfino naturale che accada. La convivenza è difficile e amare è una cosa complicata. E non basta quasi mai. Perché poi il fuoco si affievolisce, le farfalle volano altrove e la passione non “strappa più i capelli”. Allora ci vogliono anche altruismo, attenzione, sensibilità. Ci vuole di mettersi da parte e saper ascoltare l’altro/a. Non è facile. Il nostro egoismo ce lo impedisce e chiede di volare altrove.

Forse per i nostri nonni lo era un po’ di più. Vivevano meno di noi e peggio, e non c’erano le opportunità di oggi, l’occasione di conoscere altre persone. La vita era quasi sempre una sola e la sua parte migliore finiva presto. Non ce n’erano una per ogni età, come oggi.  
Non so se è bene o male, meglio o peggio, ma oggi è diverso. Io conosco tutte le domande e anche sulle risposte sono un drago, ma poi si tratta di abbinarle e non sono capace.

Però se amare non basta, e a volte neppure serve, non è nemmeno obbligatorio.
Ci si può lasciare, serenamente, in pace. E per quanto possa essere dura, si può e si deve fare. Altrimenti crescere non ci serve proprio a niente. Ognuno deve poter riprendere in mano il suo futuro, pronto e caricato a pallettoni per vivere la prossima vita.

E anche quando una storia non può nemmeno iniziare è difficile da mandare giù. Tu pensi di essere perfetto, il meglio che ci sia, pensi che di una meraviglia lucente come te non si possa fare a meno.
E invece.

Ma, in entrambi i casi, che finisca e si rimanga soli o che non ci vogliano nemmeno vedere, non c’è niente nel dolore che si prova, non c’è un cazzo di niente che possa giustificare la violenza. Non facciamo questo errore, per carità, non mettiamola mai nemmeno fra le righe, come ipotesi remota del quarto tipo, questa giustificazione, perché poi rischiamo di farla diventare l’anticamera di qualche assurda tolleranza.  Non esiste, non può essere. Non c’è dolore che possa giustificare anche solo uno schiaffo, nemmeno un piatto contro un muro sbagliando mira, figuriamoci poi quel furore distruttivo di cui troppo spesso ci raccontano le cronache.

E a perdere la testa sono quasi sempre gli uomini, è vero. Forse sono più deboli, di sicuro più stronzi. Quelli che non si rassegnano, non accettano l’abbandono, che lo vivono come lesa maestà al loro predominio da maschio alfa di stocazzo, un’offesa al loro ego da superuomo, una disfatta che non possono tollerare. Ma come, fino a ieri c’ero solo io, ero l’uomo migliore del mondo, l’unico che avevi mai amato, il macho-man definitivo, e oggi ne arriva un altro e ti fa perdere la testa come se fossi una ragazzina alla prima cotta?

Cari colleghi maschietti, in amore funziona così, ma anche nel resto, alla fine. Le parole sono nel vento, come diceva il poeta, e le cose cambiano. Non è colpa di nessuno, cambiano e basta. Dobbiamo imparare a vivere la nostra parte ogni volta, onestamente e lealmente, goderne se ce n’è e lasciare che lo faccia anche l’altro/a. Con noi o senza. Col rispetto che si deve a chiunque, ma ancora di più a chi ha scelto di condividere con noi un pezzo della propria vita. E che ci ha amato, fosse stato anche solo per un attimo.          
Perché se non capite questo, vuol dire che quella donna non l’avete mai amata, e nemmeno vi importa niente di lei, accecati come siete dal vostro egoismo e dalle vostre ossessioni.

Per una volta, invece di quello che avete fra le gambe, provate a misurare quello che avete nel cervello. E a usarlo. E quando vi lascia, o non vi vuole, invece di ammazzarla, lei, i figli e tutto quello che trovate nel mezzo, provate semmai a chiedervi perché. A capire, e soprattutto ad accettare. Che tanto poi la vita vi insegnerà che ci sarà un dolore ancora più grande che si porterà via quello di adesso.

E se non riuscite a capire, vi arrivi forte tutto il mio disprezzo, per quelle vite deturpate e stroncate in nome di quello che qualche avvocato del cazzo avrà la faccia di culo di chiamare orgoglio ferito, per quelle piccole anime che lascerete sole, o costringerete a vivere nel terrore di qualche altra vostra cazzata.

E vi arrivi anche la mia rabbia, feroce, sorda, violenta, per appartenere alla vostra stessa razza di merda.

Tanto io non vi ho nemmeno mai amato.

 

Brothers in Arms


Io non conosco l’inglese, a parte cavarmela un po’ con quello tecnico dei manuali di istruzioni di certi attrezzi. Non mi è mai servito di saperlo e nemmeno ho avuto mai la curiosità di impararlo. Per i miei bisogni basta l’italiano, che mi piace anche parecchio e che vorrei imparare a usare meglio.
Però con le canzoni un po’ mi è mancato. Quelle “straniere” le ho amate quasi sempre al buio, perché non sapevo di cosa parlassero. E come. Poi, ogni volta che mi è capitato di leggerne le traduzioni, mi sono detto che forse era stato meglio così. Parlo di capolavori come “Hotel California”, “The house of the rising sun”, “A whiter shade of pale” e tutte le altre… quasi tutti testi che definire imbarazzanti è poco.
Col tempo ci sono stato più attento. Non mi fidavo più solo della musica e delle emozioni che mi dava, ma cercavo anche il significato del testo. Soprattutto per quelle che mi piacevano parecchio.
E di questa lo conosco a memoria. È un testo bellissimo, perfetto per la musica, ed è la canzone che amo più di tutte.

Mark Knopfler, che allora si chiamava ancora Dire Straits, ha pubblicato Brothers in Arms nel 1985. In copertina, fra le più famose di sempre, c’era una bellissima chitarra resofonica, comunemente (ed erroneamente) chiamata dobro, puntata verso il cielo, e la canzone omonima, quella di cui parlo, era l’ultima traccia di quel lavoro, la perla più bella di una collana di meraviglie. La più preziosa di tutte. Quel disco vendette un mare di copie e fu uno dei primi CD a vantare la tecnologia DDD, ad essere stato realizzato cioè in modo completamente digitale, dalla fase di registrazione a quella di mixaggio/editing e poi alla masterizzazione finale. Al di là delle sigle, la qualità di questo CD era (ed è) elevatissima tanto da essere ritenuta ancora oggi un termine di paragone. Quando uscì veniva usato nei negozi di componenti Hi-Fi (allora ce n’erano molti) e dagli installatori per tarare e verificare la qualità degli impianti di alta fedeltà, e in particolare dei recentissimi lettori cd, usciti da pochissimo sul mercato e che avrebbero sostituito in breve i giradischi fino ad essere poi essi stessi messi da parte dalla cosiddetta “musica liquida” degli mp3 che, come suggerisce la parola, è più indicata per il bidet che per le orecchie. 
Ma questo è un altro discorso. 
Io ho già sofferto passando dalla puntina appoggiata sul vinile, rigorosamente a mano, all’inserimento di quei dischetti di policarbonato luccicante dentro un cassettino mobile, ma mi accontentavo ancora almeno della qualità. Adesso però, avendo il mio masochismo dei limiti invalicabili e anche se le mie orecchie percepiscono ormai la gamma di frequenze di un vecchio citofono, con la musica compressa faccio un po’ fatica. E’ una questione di riti. E di Bellezza, come per tutto il resto. Come sempre.
Ma anche questo è un altro discorso.

Mark Knopfler, quando è nato, ha prima messo in salvo la sua chitarra e poi è uscito lui. Chissà la faccia dell’ostetrica. Dev’essere andata così, per forza. Si sente da come la suona, si vede da come la tocca, si capisce dalla simbiosi che c’è fra i due. 
Forse non sarà il miglior chitarrista del mondo, e nemmeno il più veloce, quello che si ustiona le dita e rende incandescenti le corde mentre suona, almeno secondo le classifiche un po’ idiote fatte da riviste dal nome troppo nobile per le cazzate che scrivono. Ma le classifiche non hanno anima, e nemmeno chi le fa. Le classifiche non capiscono una sega.
Lui ha inventato un suono, e quel tocco senza plettro si riconosce subito, alla prima nota. Come il suono di Gilmour, o di Clapton, di Steve Ray Vaughan, e anche di Satriani, almeno fra quelli che piacciono a me.
Ma questa canzone va oltre il suono, oltre la musica e il testo. Qui la voce e la chitarra si rimbalzano la tua anima palleggiandola in virtuosismi eleganti, in acrobazie complesse ma leggere, delicate ma piene di forza e passione. 
Puoi uscirne a pezzi, ma ancora più vivo.

Io la ascolto ogni giorno. Nei momenti belli, per apprezzarli ancora di più o per riviverli ancora una volta, e in quelli meno, per superarli. Oppure la ascolto e basta, per lasciare che la fantasia si inventi nuovi sogni. La prendo come una medicina che salva la vita, ma, a differenza del Plavix, questa non la rende solo, e inutilmente, più lunga. La rende migliore. 
E ascolto sempre questa versione live, più lunga dell’originale. Più lenta, dilatata e sospesa, come i piaceri che contano.
E’ la mia canzone. Avvolta nell’elica del DNA, con le persone e le altre cose, poche, che amo davvero. E’ quella che spero di sentire anche dopo, e magari di imparare a fare come si deve.
Nell’altra vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Orso Grigio
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