Estate

L’Angolo della Poesia

ESTATE

Estate di merda estate puttana
perduto rimpianto di maglie di lana.
Maremma maiala, budella impestata
estate del cazzo, stagione sbagliata.

Fetida fogna di puzza e sudore
tempo perduto bruciato dal sole,
dai raggi cocenti, atroce tormento.
E flebile voce, afflitto lamento.

Luce accecante che annebbia i pensieri
che uccide le forme, che spegne i colori.
Nessuna speranza, nessuna salvezza,
nemmeno di un piccolo vento di brezza.

E poi le infradito, vergogna del mondo,
mostruose allo sguardo, totale sprofondo
in viscere nere, così putrefatte
che al solo mirarle c’è vomito a frotte.

Estate maligna, violenta ed atroce
di caldo, dolore, di rabbia feroce.
 Lurida porca schifosa e indecente,
infame ossessivo tiranno invadente.

Io ti maledico, ti infamo e ti odio,
a starmi sul cazzo sei prima sul podio,
ma già nel mio cuore, pensoso e dolente,
c’è uva e castagne, di autunno imminente.

E nuvole basse, e pioggia sottile,
colori pastello di un clima gentile.
E con un pensiero di Vita e Bellezza
ti mando affanculo. Ne ho la certezza.

 

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La chitarra donata

Di lui mi ha sempre colpito la figura. Alto, asciutto, agile e scattante. Viso dai lineamenti decisi, spigolosi, austeri. Troppe rughe di vita vissuta già la prima volta che lo vidi, quando avrà avuto sì e no trentacinque anni. Ma con quel tratto di ironia spavalda che lo rendeva un incrocio improbabile fra Mazzini e D’Artagnan.

Ce l’avevo bene impresso nella memoria, da quando, più di cinquant’anni fa, mi regalò una chitarra. Lo fece quando morì mio padre; forse per darmi un motivo, una speranza. Un’occasione.
Mi disse che tanto lui non avrebbe mai imparato a suonarla e che avrei dovuto farlo io.
Non conoscevo nemmeno il suo nome, forse Piero, e non lo avevo mai visto prima. Mi disse che abitava lì vicino e che era amico di mio padre. Ricordo il suo dolore accompagnare il mio e lacrime sul viso di entrambi.
Era poco più che un pezzo di legno, quella chitarra, ma questo è un dettaglio inutile. Fu amica e compagna e con lei ho vinto le paure e sconfitto il dolore abbastanza per continuare a provarne.
Poi andò ad abitare da un’altra parte e non lo vidi più, anche se nel cuore e nella memoria c’è sempre rimasto.

Ma Arezzo è una città piccola, e negli ultimi anni l’ho incrociato ancora in una via del centro. Uguale ad allora. Solo invecchiato, ma tutti gli anni passati non lo avevano cambiato. Il corpo era ancora asciutto, per niente ingobbitolo, lo sguardo attento e il viso, anche se stanco, di uno che non si era mai arreso. Era l’immagine perfetta che avevo di lui, la stessa che avevo conservato e in qualche modo costruito nel tempo.
Ogni volta lo guardavo, lo seguivo per qualche passo mentre la memoria faceva la sua parte. E ogni volta avrei voluto fermarlo, dirgli quello che dovevo. Ma non trovavo mai il coraggio, l’occasione giusta.

Poi, qualche mese fa l’ho visto ancora, usciva dalla solita piccola pensione, e stavolta c’era anche il coraggio. Così l’ho fermato, gli ho teso la mano.
«Mi chiamo Luciano Scanzi. Mi scusi, lei non si ricorda di me, sono passati cinquant’anni, ma noi abitavamo vicini e lei era amico di mio padre. Quando morì mi regalò una bellissima chitarra. Credo che con quel gesto mi abbia salvato la vita ma poi ci siamo persi di vista e non ho mai potuto ringraziarla. Vorrei farlo adesso, anche se non sarà mai abbastanza.»
«Ah, può darsi… e la suona ancora?»
«Certo. Non quella, ma sì, la suono ancora.»
«Ah, mi fa piacere, sono contento. Vede, io vado avanti, me la cavo. Fino a quando mi danno la pensione…»
Io, di poche parole, lo sono sempre stato. E lui, probabilmente, era stanco di usarle. E non sono granché espansivo, le cose le tengo per me, ma quell’abbraccio non ha voluto saperne di riservatezza. E’ partito da solo, improvviso e invadente. Sapeva che una stretta di mano non sarebbe bastata. E’ stato forte, violento, liberatorio.
Dolcissimo.
E quando è finito, nel dirgli “ciao, grazie” con la vista annebbiata dalle lacrime ho visto le sue, a disagio, farsi strada fra le rughe come a cercare di nascondersi, in dissolvenza, mentre si allontanava. E una smorfia di imbarazzo, ma forse era un sorriso.
Ho continuato a piangere mentre anch’io mi allontanavo.

Non ho mai conosciuto il suo nome, forse Piero, ma non lo avrei più rivisto.

Ipocriti e servi!

Se vi dicono che la sincerità paga, non credeteci. Non è vero.
Evitatela come la peste bubbonica. Siate ipocriti, bugiardi, sleali, falsi, financo infingardi. Mentite sempre! A chiunque. Fatelo, anche se non è necessario, anche quando non vi serve a niente. Fatelo come se non ci fosse un domani, e anche come se fosse antani, ma per tuttti. Prendete per il culo chiunque, compreso voi stessi. Nel lavoro, in politica, con gli amici, in amore. Sempre. Dategli quello che vogliono, ditegli il cazzo che pare a loro. Come se aveste una maschera, se recitaste una parte, tanto di quello che siete davvero e di cosa pensate non frega un cazzo a nessuno.
E non sentitevi in colpa, gli altri fanno altrettanto con voi.

E sul lavoro siate servi, oltre che servili, ogni volta che potrete ricavarne un vantaggio. Leccate culi o quello che volete voi, dite sempre “certo, prego, sì, eccome, come vuole, quello che vuole, quando vuole lei, nessun problema, per me è un piacere, ma vuole scherzare, ci penso io”.  Combinateli anche insieme, a fava, che non resti alcun dubbio. Fate quello che vi chiedono, dategli ragione, accettate i ricatti, fatevi portare a letto, per la carriera ma anche per il piacere e basta. Tanto che vi frega: il sesso non è mica ricotta che ci rimangono le ditate. Fateli sentire alfa, beta e tutto il resto dell’alfabeto della vanità, anche se hanno il carisma e la sensualità di un cesto di pulezze marcio. Chinate la testa. Siate quelli giusti, proprio quelli che stavano cercando per sentirsi capaci, quelli che gli daranno ragione, che gli servono per sentirsi importanti. Vedrete, se non siete proprio cretini e non fate del tutto schifo, si apriranno per voi carriere luminose e inesauribili.

Lasciate perdere le puttanate retorico illuminate di Steve Jobs. Per essere affamati e folli ci vogliono passione, talento e coraggio. Cose rare, quasi del tutto estinte, ingombranti, difficili da gestire. E che non portano da nessuna parte perché non troverete mai nessuno che le apprezzi e che vi conceda una possibilità.

Ipocriti e servi dovete essere! E’ più facile, non vi creerà problemi e la vostra vita vi ringrazierà.

A meno che non siate disposti a pagarne il prezzo, della vostra sincerità e del carattere di merda che avete. E a sopportarne il dolore.

La staffetta

Nell’ultimo secolo, in questo paese, ogni generazione ha colpevolizzato la precedente accusandola di aver permesso la nascita di figure politiche, partiti e governi che, anche quando non hanno portato morte e distruzione, hanno devastato il paese e non sono mai stati davvero dalla parte dei cittadini, al di là di parole con le quali ci hanno preso bene bene per il culo, come “democrazia”. Sì, di stocazzo.

Dalla nascita del regime fascista di mussolini, passando per la balena bianca di andreotti, il socialismo glamour di craxi, l’abbaglio di berlusconi, fino ad arrivare allo sbruffone dei giorni nostri, il più assurdo di tutti. Un ridicolo Bignami di tutti gli altri.
E ogni volta, a quelli che venivano dopo, pareva impossibile aver lasciato il paese nelle mani di certe macchiette buone per il cabaret, il manicomio e la galera ma alle quali il buonsenso avrebbe suggerito di non affidare nemmeno un carrello della spesa, ovviamente vuoto, visto che si sono rubati anche l’aria da respirare. La nostra.
Non solo. Ma perseveriamo negli errori. Come per i ripescaggi di berlusconi e prodi, e solo perché fanfani ormai è decomposto. Come se venticinque anni, una generazione intera appunto, non fossero bastati a capire, come se la nostra attrazione per l’orrido non possa mai avere fine.

In passato c’erano giustificazioni: l’ignoranza, su tutte, e con lei la difficoltà di organizzarsi e reagire. E poi la mancanza di un’informazione che non fosse pilotata dal regime. Ma oggi? Che scusa abbiamo oggi? Abbiamo studiato, sappiamo tutto, vediamo le cose, potremmo prevederle con le nostre conoscenze. Lo avevamo visto in faccia, renzie. Di cos’altro avevamo bisogno per capire tutto?
E invece.

Continuiamo a passarci, in questa staffetta generazionale, un testimone di vuoto mentale, opportunismo e pavidità. 
E’ la nostra realtà. E’ quello che siamo: un popolo di merda. E non abbiamo alibi, nessuna scusa. Crediamo che trasgredire sia passare col rosso scrivendo un sms o tatuarsi addosso le frasi del Che. Ormai abbiamo più tatuaggi che neuroni. E siamo convinti di cambiare le cose con i nostri post colorati su facebook, masturbati su un telefonino di merda sorseggiando uno spritz al Bar Casablanca.
Ma la vera trasgressione è pensare. E le cose si cambiano in strada, in piazza. Col sacrificio, la passione, la coerenza. Il coraggio, cazzo!
Tutte cose che ci mancano. Da sempre.

Le infradito e gli avvoltoi

Le infradito provano, in modo scientifico e definitivo, che l’uomo discende dalla scimmia, anche se poi la scimmia si è evoluta di più.
Si abbinano inoltre, perfettamente, alla stagione più di merda che potesse essere concepita: l’estate, con i suoi troppi troppo: caldo, luce, sole, gente che non si può guardare. La loro ostentazione ne indica infatti orribilmente la presenza.
Come gli avvoltoi quella delle carogne putrefatte.

La gara di bestemmie


Al Bar di Montione si tiene ogni anno la gara di bestemmie. Due edizioni, gennaio e luglio.
Quello per la bestemmia (moccolo, lupa, sacramento, litania, canchero, vituperio, ecc.) è un culto molto sentito dalle nostre parti. Nascono da sole. Come le canzoni e le scorregge.
La manifestazione è nata per questo: valorizzare i talenti nel rispetto della tradizione.
Una specie di X-Factor.

La giuria è formata dal Clava, dal Patata e dal Ciampino. Vengono tutti dalla “Gara dei Rutti” che si teneva a Pieve a Ranco, ma che, ormai, per volere del prete, non si fa più. Le cose belle finiscono.
Può partecipare chiunque, ci sono le selezioni e poi c’è la gara vera e propria.
Fra loro, qualcuno è professionista. Fornisce consulenze e si esibisce dietro compenso per quelli che non padroneggiano bene questa forma di espressione o la ritengono disdicevole. Per esempio, ti entra un vecchio in rotatoria contromano, o trovi la moglie a letto col vicino (o anche solo trovi la moglie), e non ti vengono le parole giuste? Vai da lui, gli esponi il problema, lui si concentra e libera nell’aere litanie che farebbero allertare la contraerea del Vaticano. Tu le ascolti, le impari come una preghiera, e poi ogni notte, nella tua cameretta, accanto alla foto di Padre Pio, ci metti sotto un po’ di musica e ti fai il tuo bel karaoke. E’ catartico.
La maggior parte, però, sono amatori. Lo fanno per passione. Come colonna sonora per qualsiasi stato d’animo. Che sia rabbia, dolore o felicità, quell’intercalare sarà lenitivo o gratificante.

L’audizione, e poi l’esibizione, hanno poche e semplici regole.
Ce ne sono solo tre da rispettare. La prima è che la declamazione avvenga in unica espirazione, senza mai riprendere fiato, la seconda che non contenga ripetizioni di alcun tipo, ne’ per l’epiteto ne’ per il destinatario, e la terza che non vengano usate figure retoriche in sostituzione degli originali. Capita infatti di sentire termini come “madosca”, “maremma” o “zio” ed è francamente inaccettabile.
In caso di trasgressione è prevista l’eliminazione diretta.

Il concorrente entra, si presenta, parla un po’ di se’, dove bestemmia, come ha imparato, il posto più strano dove l’ha fatto, quand’è stata l’ultima volta, se i genitori lo hanno ostacolato a cinghiate, le solite domande.
Poi si concentra, le luci si abbassano e intorno si fa silenzio. Prende fiato e libera la sua orazione.
Per le performance c’è chi si ispira al mondo animale, per lo più suini e rettili, chi a quello sessuale, chi a entrambi con ardite combinazioni. Ma si va anche oltre, si scoprono termini nuovi, legati all’attualità, in una continua ricerca evolutiva del linguaggio.
Gli epiteti scelti vengono quindi rivolti o associati a figure e simboli legati al mondo della religione, e sono proprio la forza e l’impatto emotivo di questi abbinamenti a determinare le preferenze della giuria. Più che la ricercatezza linguistica e il mero esercizio di stile, sono richieste fantasia e creatività. E’ lì che risiede il talento.
La sola religione ammessa è quella cattolica. Questa scelta è stata fatta in nome del rispetto di quei valori che il Bar sostiene da sempre e che fanno parte della nostra identità culturale. Da tutelare e tramandare. 

Attorno a questo evento c’è sempre grande interesse, già dalle audizioni. Alla finale partecipano tutti, compreso le più alte autorità del posto: il prete, il postino e il farmacista. La manifestazione viene aperta dall’esibizione della banda musicale di  “Arturo che suona il tamburo” e tutta la serata viene inoltre trasmessa in diretta dalla tv locale, anche se parte dell’audio originale viene sostituito dalla programmazione di Radio Maria (quando suona Arturo).

L’ultima edizione, quella di gennaio, è stata vinta da Nocciolino, con un moccolo della durata di 34 secondi, finemente elaborato e complesso, che comprendeva, fra un improperio e l’altro, le divinità classiche, 12 santi e qualche sacramento. Lui è uno dei migliori da sempre, ma non aveva mai vinto. In questa occasione ha però combinato a questa l’altra sua passione, quella alcolica. Pare infatti che, diversamente dalle persone normali, che hanno nel corpo il 75% di acqua, il suo sia formato per il 50% di vino, per lo più Tavernello, e per il 25% di sambuca.
Così si è sparato un litro di questa miscela prima dell’esibizione, liberando quindi la sua orazione dentro una fiatata alcolica dall’impatto devastante. Pare che nel raggio di 15 km, la gente sia fuggita dalle chiese in preda al panico, i crocefissi si siano girati contro il muro per nascondersi e le ostie siano scappate rotolando da tutti i cibori.
A un giornalista locale raccontò poi che aveva provato quella bestemmia nel suo negozio di pesce surgelato e che molti pesci erano tornati a vivere. Ma poi si seppe che non era vero e che lo disse sotto l’effetto della sambuca.

Quando lo hanno proclamato vincitore, il Nocciolo era talmente emozionato e confuso che si è lasciato scappare un “Madonnina santa di Gesù” che purtroppo si è sentito distintamente.
Però lo abbiamo perdonato subito.

 

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